sabato, ottobre 21

Il Congresso mette sotto inchiesta le Ong riconducibili a Soros

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Nei giorni scorsi, il Rappresentante repubblicano per lo Stato del New Jersey Christopher Smith ha annunciato l’apertura di un’inchiesta congressuale riguardo alle attività dell’ambasciatore statunitense a Skopje Jess Baily, nominato da Barack Obama. Il ‘frenetico attivismo’ della sede diplomatica Usa in Macedonia era stato ripetutamente segnalato dalle varie manifestazioni organizzate in tutte le principali piazze macedoni e da svariati uomini politici legati all’ex presidente Nikola Gruevski, rovesciato nell’ambito di una vera e propria ‘rivoluzione colorata’ condotta sotto la guida del solito nugolo di Organizzazioni Non Governative (Ong) riconducibili a George Soros.

Nella fattispecie, Smith ha deciso di mettere in moto la macchina investigativa dopo aver constatato la renitenza dei membri dell’ambasciata statunitense in Macedonia a fornire spiegazioni esaurienti, che erano state richieste in una lettera firmata dallo stesso Smith e da altri cinque Rappresentanti repubblicani, in grado di scagionarli dalle accuse di ingerenza indebita negli affari interni della Macedonia mosse sia nei loro confronti che contro la Open Society di Soros.

«L’ambasciatore statunitense», ha tuonato Smith, «non dovrebbe avere alcun ruolo nella formazione di un esecutivo straniero né contribuire alla formazione delle coalizioni di governo. Non è questo il mandato dei rappresentanti degli Stati Uniti a Skopje. Abbiamo posto questioni ben precise nella mia lettera, chiedendo, in qualità di membri della Camera dei Rappresentanti, se vi fosse stata una qualsiasi forma di collaborazione con i partiti di centro-sinistra o se l’ambasciata avesse esercitato pressioni affinché venisse fissata una data specifica per le elezioni. Dovremmo rimanere estranei a tutto ciò! Dovremmo certamente muoverci per far sì che il voto si svolga in maniera libera e corretta e che ai media venga garantita la possibilità di seguirle da vicino, e non schierarci a fianco di uno specifico contendente. Pertanto, nel caso in cui scoprissimo che l’ambasciatore ha effettivamente oltrepassato i limiti imposti dal suo mandato, pretenderemmo il suo immediato licenziamento!».

Gli indizi in tale direzione non mancano di certo. Nel febbraio 2012, la Open Society ha avviato una partnership con il governo Usa in base alla quale l’Ong ha ricevuto quasi 3 milioni di dollari di denaro pubblico per promuovere un programma di ‘democratizzazione’ della Macedonia. I termini dell’accordo vincolavano la Open Society a sobbarcarsi il resto della spesa (altri 3 milioni) necessaria a finanziare un nugolo di Ong macedoni che, secondo quanto denunciato da un team di giornalisti macedoni riuniti sotto la sigla ‘Stop Soros’, ruotano tutte attorno all’Unione Socialdemocratica Macedone (Sdsm), il partito di centro-sinistra del Paese. Ed è proprio l’Sdsm ad aver smosso le acque a cavallo tra il 2015 e il 2016 per indurre la popolazione a sollevarsi contro il governo conservatore guidato da Nikola Gruevski. La componente interna musulmana e albanofona e lo stesso movimento kosovaro Uçk (albanofono e musulmano anch’esso) hanno svolto un ruolo preminente nel piano finalizzato a minare la solidità dell’esecutivo Gruevski, e non a caso le attenzioni della commissione giudiziaria del Congresso, presieduta dal Rappresentante repubblicano della Virginia Robert Goodlatte e costituita a seguito dell’indagine condotta da Smith con lo scopo specifico di far luce sull’operato delle ambasciate statunitensi nei Paesi balcanici, si sono focalizzate anche sull’operato del sede diplomatica Usa di Tirana.

L’ambasciatore statunitense in Albania Donald Lu, nominato anch’egli da Obama, è infatti fortemente sospettato di aver fornito al capo del governo locale, il socialista Edi Rama, tutto il supporto necessario ad attuare una riforma giudiziaria che il procuratore generale albanese Adriatik Llalla non ha esitato a bollare come un tentativo, andato il porto, di trasferire la magistratura sotto il controllo effettivo dell’esecutivo. Lo stesso Llalla ha poi accusato Lu e l’intera ambasciata Usa di aver affossato le inchieste condotte dal suo ufficio sul locale traffico di droga e su oscuri giri di tangenti nelle alte sfere della società albanese, revocando i visti Usa che erano stati già concessi a decine di giudici albanesi impegnati nelle indagini. Non va inoltre dimenticato che, come ricorda anche il ‘Washington Times‘, il presidente Rama è amico personale di Soros, le cui Ong legate all’Usaid da un rapporto di collaborazione, sono molto presenti nel territorio albanese.

Molto attiva si è rivelata anche l’ambasciatrice statunitense in Bosnia-Erzegovina Maureen Cormack, capace di indurre il Dipartimento del Tesoro Usa di imporre sanzioni a Milorad Dodik, presidente Repubblica Srpska (regione autonoma popolata serbo-bosniaci), reo di aver celebrato Santo Stefano, importante festività ortodossa che cade il 9 gennaio. Come è noto, la Bosnia-Erzegovina è uno Stato sorto dalla disintegrazione della Jugoslavia grazie al supporto degli Stati Uniti, che durante la guerra civile garantirono pieno appoggio al leader musulmano Alija Izetbegović, sorvolando sul suo passato di collaborazionista con i nazisti. Alla conferenza di pace di Dayton, i diplomatici statunitensi pretesero che in questa nuova nazione entrasse in vigore uno statuto federale che sanciva l’introduzione di confini amministrativi concepiti con lo scopo specifico di mantenere le varie etnie ben separate tra loro. Da quel momento, la Bosnia-Erzegovina – così come il Kosovo – si è trasformata in un avamposto della cosiddetta ‘dorsale verde’, l’invisibile filo rosso islamico che ricalca la direttrice di penetrazione turca e saudita nel ‘vecchio continente’. Qui il fiume di denaro proveniente delle monarchie del Golfo Persico ha favorito il sorgere di moschee e centri islamici in cui si sono formati numerosissimi mujaheddin partiti alla volta della Siria per prendere parte alla Jihad contro il governo di Bashar al-Assad.

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