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Expo 2015

Il biologico è il futuro della viticoltura?

Il Professor Attilio Scienza smonta alcuni luoghi comuni e spiega come sarà la vigna di domani

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In questi sei mesi di Expo abbiamo percorso e ripercorso il Decumano, dove ancora per una decina di giorni troveremo affollatissimi i padiglioni esteri. Sul Cardo invece, il lato corto della croce, c’era tutto il pianeta Italia, con i padiglioni regionali e le eccellenze nazionali. Tra questi sicuramente il settore vitivinicolo, con il padiglione Vino, a taste of Italy curato da Vinitaly in collaborazione col Ministero dell’Agricoltura, il quale ha rappresentato una grande enciclopedia fisica, con circa 1400 vini che a rotazione sono approdati a Milano. L’Italia, che nel 2015 ha nuovamente sorpassato la Francia ed è tornata a essere il primo produttore di vino al mondo, non poteva non sfruttare la gigantesca vetrina di Expo per tentare un allungo e bisogna ammettere che il padiglione dedicato è stato uno dei più apprezzati della manifestazione.

L’Esposizione è stata però anche occasione di confronto sulle tecniche agricole d’avanguardia, sulla sostenibilità ambientale dei singoli settori agroalimentari e il comparto vitivinicolo è finito anch’esso sotto la lente d’ingrandimento con alcune conferenze dedicate a questi temi. Il 14 ottobre l’azienda trentina Cantine Ferrari, eccellenza assoluta delle bollicine italiane che quest’anno ha messo in fila tutti gli champagne francesi aggiudicandosi il premio Sparkling wine producer of the year, ha presentato il suo impegno nella viticoltura biologica. Il disciplinare comunitario del vino biologico, la cui caratteristica principale è il divieto di qualsiasi sostanza chimica di sintesi- leggasi diserbanti, pesticidi e acaricidi- risale al 2007 e Matteo Lunelli, Presidente del gruppo e presente all’incontro assieme al cugino e vicepresidente Marcello Lunelli, ha annunciato che dopo un affinamento di 8 anni è oramai pronto il primo vino Trento Doc biologicoI vertici di Ferrari hanno sottolineato che l’azienda guarda con crescente interesse alle tecniche biologiche dalla vite alla bottiglia e oggi può contare su 500 viticoltori conferitori di uve totalmente biologiche.

Tra i relatori dell’incontro c’era anche Attilio Scienza, Professore ordinario di Viticoltura dell’Università Statale di Milano, e considerato un luminare di lungo corso della materia in Italia. Nel suo intervento Scienza ha parlato della viticoltura di montagna, pratica diffusa in Trentino e molto studiata anche per via del diffuso innalzamento delle temperature, che rende possibile spostare i vigneti sempre più in alto rispetto al fondo valle. E la stessa Ferrari ha recentemente impreziosito il suo elenco di conferitori con alcuni vigneti situati a quote fino a qualche anno fa difficilmente sostenibili, per di più praticandovi un’agricoltura biologica. La resa di questo tipo di vitigni è infatti più bassa rispetto a quella di pianura, per così dire, ma l’acidità media delle uve montane risulta molto interessante per la composizione di una promettente base spumante.

Di qui i costosi investimenti, resi ancora più onerosi dal fatto che il vitigno biologico comporta già in sè un calo della produttività per ettaro coltivato. Ma allora qual è la chiave per riuscire a coniugare sostenibilità ambientale e sostenibilità economica? Questo tipo di conversioni sono possibili solo per grandi gruppi come Ferrari, che nel 2014 ha realizzato ricavi per 58,4 milioni? A margine della conferenza ho avvicinato il Professor Scienza e la lunga chiacchierata ha cambiato non poco le carte in tavola.

Partiamo dall’esempio di Ferrari, che ha deciso di darsi un’impronta biologica, ad esempio con il recupero della tecnica del sovescio (l’interramento di piante per arricchire il terreno, ndr) e l’eliminazione di diserbanti e pesticidi. A suo parere si tratta del futuro del settore vinicolo oppure questa sensibilità rimarrà distintiva solo di una fascia limitata di mercato?

Bisogna precisare che anche una grande realtà come Ferrari in realtà dedica una quota limitata per quanto crescente della produzione al biologico. La scelta del biologico è infatti una via senza uscita, può andare bene in breve periodo ma rimarrà sempre una nicchia del 5-6% nella viticoltura italiana, tra l’altro spesso occupata non da veri e propri contadini ma dai cosiddetti ‘neorurali’, professionisti urbani che vivono l’agricoltura come un hobby, uno sfizio personale.

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2 commenti su “Il biologico è il futuro della viticoltura?”

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