lunedì, ottobre 23

Hong Kong e il movimento Occupy Central

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Il 4 giugno, nell’anniversario del massacro di Piazza Tiananmen del 1989, circa 100,000 persone hanno partecipato ad una veglia a Victoria Park, nel cuore di Hong Kong, per ricordare i morti di quei tragici giorni che cambiarono la storia della Cina. La tradizione di organizzare una veglia di commemorazione per le vittime delle proteste di Pechino nacque 25 anni fa. Allora, Hong Kong era sotto il dominio britannico, ma la data del ritorno alla Cina era vicina. Molti a Hong Kong erano scossi dalle immagini di quei carri armati e di quei soldati mandati a combattere contro il proprio popolo. Quegli avvenimenti non si verificavano in un Paese lontano, ma nella capitale dello stato di cui Hong Kong stessa nel 1997 avrebbe fatto parte.

Nel corso degli anni, la data del 4 giugno ha assunto dei significati diversi. Mentre in passato essa rappresentava il sentimento di solidarietà di Hong Kong nei confronti dei cinesi oppressi dal governo comunista, oggi è diventata il simbolo della resistenza dell’ex colonia britannica contro i tentativi del governo centrale di interferire negli affari di Hong Kong e di limitarne le strutture democratiche. Quest’anno la commemorazione di Tiananmen può essere vista come il preludio di un vero e proprio scontro fra Pechino e una parte della società civile di Hong Kong. Infatti, il movimento Occupy Central, lanciato da due professori delle più prestigiose università di Hong Kong e da un pastore protestante, ha minacciato di organizzare una manifestazione di massa nel centro della città se il PCC (Partito Comunista Cinese) continuerà a bloccare lo sviluppo democratico della Regione amministrativa speciale.

L’idea per un movimento popolare in difesa della democrazia fu espressa per la prima volta da Benny Tai Yiu-ting, professore di legge all’Università di Hong Kong, in un articolo pubblicato sull’ ‘Hong Kong Economic Journal’ nel gennaio del 2013. Egli propose una manifestazione a Central, nel distretto finanziario di Hong Kong, per chiedere con forza l’introduzione del suffragio universale. L’articolo fu accolto favorevolmente da alcuni ambienti accademici e da attivisti, i quali organizzarono vari incontri in locali del distretto di Lan Kwai Fong per discutere delle strategie da adottare. Il nome completo del movimento di protesta, Occupy Central with Love and Peace (Occupare Central con Amore e Pace), si richiama in maniera evidente alla tradizione di disobbedienza civile pacifica di Mahatma Gandhi e Martin Luther King. Con ciò, i promotori del movimento vogliono rassicurare Pechino che il loro non è un gruppo sovversivo o radicale. Essi vogliono solo che si realizzi il progetto democratico a cui, almeno in via teorica, il governo comunista si era già dichiarato favorevole.

Nel 2007, infatti, il Congresso nazionale del popolo (CNP), un organo del governo centrale di Pechino, aveva dichiarato «che l’elezione del quinto Capo dell’esecutivo della Regione amministrativa speciale di Hong Kong nell’anno 2017 potrebbe essere svolta secondo il metodo del suffragio universale; che dopo l’elezione del Capo dell’esecutivo per suffragio universale, l’elezione del Consiglio legislativo della Regione amministrativa speciale di Hong Kong potrebbe essere svolta secondo il metodo del suffragio universale». La decisione di Pechino di trovare un compromesso con i filo-democratici era venuta dopo che dei sostenitori del suffragio universale avevano fatto pressione sul governo centrale. Ma le parole scelte dal Congresso erano molto vaghe e caute.

Secondo Chan Kin-man, ex-professore dell’Università di Hong Kong e uno dei tre promotori di Occupy Central, lo scopo del Partito comunista è quello di promettere il suffragio universale per placare gli animi della popolazione, ma senza mettere la promessa in atto. «Sono molto pessimista, non credo che [i comunisti]concederanno il suffragio universale a Hong Kong nel 2017, a meno che noi non facciamo qualcosa, come ad esempio la protesta di Occupy Central. Loro considerano il 2017 come un punto di partenza. Ma per noi è un traguardo finale. Il raggiungimento della libertà di parola, di un sistema giudiziario indipendente e di una stampa libera è qualcosa per cui la Cina può aspettare. Ma noi a Hong Kong saremmo in guai seri se aspettassimo ancora», ha dichiarato Chan Kin-man al ‘New York Times’.

Il movimento Occupy Central dimostra tutte le contraddizioni del sistema post-coloniale. Sotto il regime britannico, Hong Kong non era una democrazia. Il Governatore era scelto da Westminster, e il Consiglio legislativo, una sorta di surrogato parlamentare, aveva dei poteri molto limitati. Eppure, dagli anni Ottanta in poi le competenze del Consiglio legislativo erano state ampliate, e il numero di rappresentanti eletti democraticamente era stato aumentato. Inoltre, il governo coloniale creò una sistema giudiziario indipendente, un’amministrazione pulita ed efficiente, e una stampa libera. Secondo lo storico Steve Tsang, i principi dello stato di diritto, estranei alla tradizione cinese, sono stati il più grande contributo del sistema coloniale a Hong Kong. I cittadini della città andavano fieri della ‘fairness’ e della libertà britanniche.

Nei primi anni ‘80 la Gran Bretagna, il cui impero coloniale era ormai al tramonto, decise di cedere alle pressioni cinesi e di rinunciare alla colonia asiatica. I governi di Londra e Pechino, in lunghe e complesse negoziazioni, raggiunsero un compromesso. Hong Kong sarebbe divenuta parte della Repubblica popolare cinese, ma in cambio avrebbe goduto di ampia autonomia e avrebbe mantenuto il proprio sistema capitalistico e lo stato di diritto. Le negoziazioni sino-britanniche produssero due documenti: la Dichiarazione comune sino-britannica e la Legge fondamentale. Entrambi i documenti garantiscono il rispetto dei diritti umani e dello stato di diritto nella Regione amministrativa speciale dopo il 1997.

La Legge fondamentale è una sorta di mini-costituzione. Però, come spiega Ralf Horlemann, a differenza di una vera costituzione, essa è subordinata alla costituzione della Repubblica popolare cinese. Il rapporto fra Hong Kong e il governo centrale è perciò molto ambiguo. Non solo la divisione dei poteri fra il governo centrale e quello locale non è chiara, ma la stessa Legge fondamentale, anche se teoricamente vincolante, potrebbe essere emendata o revocata da Pechino senza previa consultazione con Hong Kong. Basterebbe, infatti, cambiare la costituzione cinese.

Secondo quanto spiega C. Raj Kumar, inoltre, il sistema elettorale di Hong Kong può essere definito solo parzialmente democratico. Il Capo dell’esecutivo, che funge da primo ministro e ha poteri molto ampi, non è eletto per suffragio universale, ma da un Comitato elettorale composto da 800 membri a loro volta eletti da rappresentati di vari settori professionali. Anche il Consiglio legislativo non è davvero democratico. Nel 2004, solo la metà dei seggi furono eletti per suffragio universale, mentre i rimanenti furono eletti attraverso cosiddette circoscrizioni funzionali, che favoriscono interessi corporativi. Il ruolo marginale dell’organo legislativo fu dimostrato in modo chiaro nel 1997. Il governo cinese unilateralmente sciolse il Consiglio legislativo che, per volere di Chris Patten, l’ultimo governatore britannico, era stato eletto con il sistema di voto più democratico della storia di Hong Kong. I membri del Consiglio legislativo furono sostituiti da persone vicine a Pechino.

Il ruolo del Consiglio legislativo rimane marginale anche perché esso ha pochi poteri rispetto all’esecutivo. Ad esempio, fra il 1991 e il 1997 l’organo legislativo svolgeva una funzione di controllo dell’esecutivo e di proposizione legislativa. Varie restrizioni introdotte dopo il 1997 hanno di fatto ridotto al minimo il numero delle leggi approvate su proposta di membri del Consiglio legislativo; da 22 fra il 1996-96 a solo 5 fra il 1997 e il 2001.

Insomma, il sistema governativo ed elettorale nato dal compromesso sino-britannico contiene molte caratteristiche del sistema democratico. Ma dopo il 1997 esse sono state svuotate dei loro poteri effettivi. Hong Kong è di fatto una oligarchia, dove le élites economiche e conservatrici, e coloro che si allineano al volere del governo centrale, hanno una maggiore rappresentanza negli organi dello stato. Essi mantengono la subordinazione di Hong Kong a Pechino in cambio di potere e vantaggi economici. Anche se il sistema di Hong Kong rimane molto liberale e non può di certo dirsi totalitario o autoritario, esso ha sviluppato delle evidenti strutture paternalistiche e oligarchiche che privano la politica di quel consenso e di quella trasparenza che le danno legittimità.

Dopo il 1997 le contraddizioni interne al sistema post-coloniale hanno portato a numerose crisi. Già nel 1999 il principio di indipendenza degli organi giudiziari fu messo in discussione. In una ormai famosa sentenza, la Corte d’appello finale aveva stabilito che gli immigrati cinesi con almeno un genitore di Hong Kong avessero il diritto di residenza nella città. Ma il governo, temendo l’immigrazione di massa dalla Cina, aveva chiesto al CNP di Pechino di reinterpretare la legge in modo da annullare il verdetto della corte. Anche se il governo sosteneva di godere del consenso sia del Consiglio legislativo sia la maggioranza della popolazione, l’indipendenza della corte fu di fatto ridimensionata e sottoposta alla supervisione dell’esecutivo e del governo centrale.

L’influenza di Pechino si fa sentire anche negli ambiti dell’istruzione e della stampa. Nel 2012, ad esempio, 8,000 persone protestarono di fronte alla sede del governo contro l’influenza cinese sul sistema scolastico di Hong Kong. Infatti, il governo aveva finanziato un testo intitolato ‘Il Modello Cinese’, in cui il regime comunista veniva glorificato, mentre le pagine più oscure della sua storia venivano comodamente tralasciate.

Anche la libertà di stampa ha subito dei ridimensionamenti. Dopo il 1997, il ‘South China Morning Post’, uno dei giornali di lingua inglese più autorevoli della città, è stato molte volte accusato di autocensura. Fra coloro che hanno lasciato il giornale perché dubitavano della sua indipendenza vi è Paul Mooney, che ha dichiarato come i suoi reportages investigativi venissero continuamente rifiutati o ignorati dal nuovo direttore editoriale del ‘Post’, che molti credono essere filo-comunista. Nel febbraio di quest’anno Kevin Lau, il direttore di un giornale di Hong Kong, molto critico nei confronti della Cina, è stato accoltellato da un ignoto, riportando ferite molto gravi. Anche se non vi sono prove certe, molti credono che questa sia stata un’azione punitiva contro un giornalista troppo scomodo. Questi ed altri scandali dimostrano le tensioni e le contraddizioni che l’integrazione di Hong Kong nel sistema politico della Repubblica popolare cinese sta causando.

Il regime di Pechino ha reagito in maniera ambigua alle spinte democratiche di Hong Kong. Da un lato, esso ha dichiarato che il suffragio universale è un’opzione concreta, anche se non ha fissato delle date precise. Dall’altro lato, è innegabile che la dittatura comunista fa fatica ad accettare in pieno le richieste democratiche di Hong Kong. Ciò, infatti, potrebbe minacciare la legittimità del PCC come partito unico. Esso quindi cerca di rimandare il più possibile l’introduzione del suffragio universale a Hong Kong. La tradizionale paura cinese per il caos e per le ingerenze dei paesi occidentali si riflettono nel timore di Pechino che la democratizzazione di Hong Kong potrebbe disturbare l’ordine costituito.

Un editoriale pubblicato sul ‘China Daily’, organo di stampa del governo comunista, esprime questa ostilità nei confronti della democrazia e dell’occidente. Rispondendo a delle dichiarazioni di Clifford Hart, Console Generale degli Stati Uniti a Hong Kong e Macao, il quale aveva detto che la democrazia rappresenta l’inevitabile futuro di Hong Kong, l’editoriale cinese ha denunciato i democratici come traditori e filo-stranieri. «La lotta fra lo schieramento dei patrioti e quello dell’opposizione sta entrando nella sua fase decisiva. Hong Kong, confrontata con la campagna del movimento Occupy Central, è la posta in gioco. Benny Tai Yiu-ting, l’iniziatore del movimento, ha minacciato il governo centrale, sottolineando che la campagna è come una ‘bomba atomica’. Se Pechino non consentisse allo schieramento ‘pan-democratico’ di avere un ‘vero’ suffragio universale entro il 2017, i democratici farebbero esplodere la ‘bomba atomica’, distruggendo Hong Kong come centro della finanza internazionale e l’economia della città».

Nella retorica pechinese, il movimento democratico non è pacifico, ma ha come scopo la distruzione di Hong Kong. Esso viene quindi rappresentato come radicale e pericoloso per la sopravvivenza stessa della Regione amministrativa speciale. Inoltre, mentre i partiti filo-democratici vengono definiti partiti di opposizione, i partiti di Hong Kong vicini al governo di Pechino vengono definiti ‘patriottici’. E’ evidente come il concetto stesso di una opposizione politica indipendente non venga pienamente compreso dai dirigenti comunisti e dalle lobby ad essi affiliate.

Pechino tende sempre di più a rappresentare il PCC e chi lo appoggia come uno schieramento patriottico che ama e protegge Hong Kong, mentre l’opposizione è vista come una forza che fa gli interessi dell’occidente e che non ha a cuore il futuro della città. Il nazionalismo è dunque divenuto l’arma retorica del governo per frenare le richieste democratiche.

L’ostilità di Pechino nei confronti delle richieste di suffragio universale è stata confermata da molte dichiarazioni di leader comunisti. Nel marzo del 2013, Qiao Xiaoyang, il direttore del Comitato legislativo del CNP, ha detto che chiunque si candidi per il ruolo di Capo dell’esecutivo di Hong Kong deve «amare il paese e amare Hong Kong». Il messaggio sottointeso è che chi venisse considerato da Pechino non abbastanza patriottico non potrebbe candidarsi, il che equivarrebbe ad una scelta di candidati compiacenti da parte del Partito comunista. Di recente, Li Yuanchao, il vicepresidente della Repubblica popolare cinese, ha detto che ‘Occupy Central’ è un movimento illegale che ritarderebbe lo sviluppo democratico di Hong Kong e ne danneggerebbe l’economia. Zhang Dejiang, il presidente del Comitato centrale del CNP, invece, ha avvertito Hong Kong di «non emulare la democrazia di stile occidentale».

Chan Kin-man ha cercato di rassicurare l’establishment conservatore. «Non vogliamo rovesciare il governo. Vogliamo solo un sistema democratico a Hong Kong. Non siamo interessati a terminare il regime comunista in Cina», ha dichiarato. Ma i dubbi rimangono. Potranno i sostenitori della democrazia davvero cambiare il sistema elettorale in modo pacifico? O le proteste, come alcuni temono, trasformeranno Hong Kong nella prossima Tiananmen?

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