lunedì, gennaio 22

Hillary Clinton sapeva che la Libia si sarebbe trasformata nel ‘buco nero’ che è oggi? Lo suggerisce la corrispondenza tra l'ex segretario di Stato e un suo collaboratore

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È interessante notare, a questo proposito, quanto emerso dalle indagini condotte sulla crisi libica da un centro studi statunitense. Gli investigatori del gruppo hanno raccolto la testimonianza del vice-ammiraglio Chuck Kubic, il quale ha rivelato che nel marzo del 2011 aveva organizzato un incontro tra gli emissari di Muhammar Gheddafi e il generale Carter Ham, che allora dirigeva il Comando Africa (Africom). Kubic ha raccontato che al tavolo negoziale il generale Ham richiese ai propri interlocutori una prova utile ad appurare che stessero effettivamente trattando con dei rappresentanti della Jamahiriya. Gli Usa chiesero quindi ai negoziatori libici di ordinare un’evacuazione del personale militare da Bengasi, ottenendo, nel giro di poche ore, il pronto ritiro delle truppe libiche dalla città cirenaica. Comprovata l’identità dei propri interlocutori, il generale Ham ritenne del tutto attendibili le loro informazioni circa la disponibilità di Gheddafi a dimettersi a patto che venissero scongelati i suoi beni sottoposti a sanzione e che una forza militare internazionale si insediasse per impedire la presa del potere dei jihadisti. Acconsentì quindi a sottoscrivere un documento che sanciva una tregua di 72 ore per permettere ai funzionari della Jamahiriya Libica di implementare l’iter burocratico necessario a garantire un’uscita di scena rapida e indolore di Gheddafi.

Non appena Ham ebbe finito di trasmettere il contenuto dei colloqui al Dipartimento di Stato, una telefonata del segretario in persona gli ordinò di sconfessare l’accordo che lo stesso Africom si era impegnato a sottoscrivere e ad onorare. Una dettagliata ricostruzione del ‘Washington Times’, basata su telefonate tra ufficiali della Difesa, un congressista del Partito Democratico e Saif Gheddafi (figlio di Muhammar), conferma tutto ciò, evidenziando che l’incontro organizzato da Chuck Kubic era un’iniziativa presa dal Pentagono in maniera indipendente dal Dipartimento di Stato, il quale era apparso molto più oltranzista dei militari riguardo alla questione libica. Le registrazioni dimostrano che fu l’ammiraglio Mike Mullen, allora Capo di Stato Maggiore congiunto, a conferire a Kubic l’incarico di sondare il terreno con esponenti del regime di Gheddafi, dopo aver appurato che i rapporti che la Cia e il Dipartimento di Stato avevano redatto per conto della Casa Bianca erano clamorosamente tendenziosi, esagerati e del tutto inadeguati a riflettere la realtà fattuale libica.

La tesi di Mullen era solidamente supportata sia da Human Rights Watch, che per bocca del direttore esecutivo per il Medio Oriente Sarah Leah Whitson aveva dichiarato al giornale statunitense della capitale che le atrocità compiute fino a quel momento erano limitate e «del tutto insufficienti a far pensare ad un genocidio imminente», sia, successivamente, da Amnesty International, che in un report del settembre 2011 avrebbe rivelato che anche i ribelli si erano macchiati di crimini quali torture, esecuzioni sommarie, rapimenti di lavoratori stranieri a fini di riscatto, ecc. L’intelligence del Pentagono, dal canto suo, era stata in grado di dimostrare che Gheddafi aveva impartito alle forze armate l’ordine di evitare di colpire i civili allo scopo specifico di evitare interventi militari internazionali.

Da ciò si evince che il Dipartimento di Stato guidato da Hillary Clinton cospirò assieme alla Cia, consegnando alla Casa Bianca informative parziali e destituite da qualsiasi fondamento al fine di spingere un recalcitrante presidente Obama a decretare la discesa in campo a fianco di Francia e Gran Bretagna. Contro il parere del Pentagono, che aveva anche acceso i riflettori sulle possibili ripercussioni sulla stabilità areale di un intervento armato contro un regime che, oltre ad offrire ai suoi cittadini il più elevato tenore di vita di tutta l’Africa, era arrivato a garantire un’occupazione stabile a circa 2 milioni di immigrati.

Ripercussioni di cui Hillary Clinton era pienamente consapevole, come dimostrato dal contenuto di una corrispondenza datata 27 marzo 2011 tra l’allora segretario di Stato e il suo stretto collaboratore Sidney Blumenthal in cui si riconosceva apertamente che i ribelli sostenuti dagli Usa si stavano rendendo responsabili di esecuzioni di massa a danno degli stranieri. In una delle e-mail di cui si compone la discussione, pubblicata per intero da ‘WikiLeaks’, Blumenthal dichiara che un libico rifugiatosi negli Usa che in passato aveva lavorato per la Cia si era posto alla testa di una banda ribelle macchiatasi di immani atrocità, come confermato anche dal ‘Guardian’. Si trattava nientemeno che di Khalifa Haftar, l’attuale uomo forte del governo di Tobruk.

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