venerdì, giugno 22

Hillary Clinton sapeva che la Libia si sarebbe trasformata nel ‘buco nero’ che è oggi? Lo suggerisce la corrispondenza tra l'ex segretario di Stato e un suo collaboratore

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Molti ricorderanno il clima convulso che precedette l’intervento militare contro la Libia di Muhammar Gheddafi, guidato in un primo momento da Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti, e successivamente dalla Nato. La notizia falsa relativa all’uccisione, da parte dell’aviazione governativa, di circa 10.000 cittadini libici ‘rei’ di aver manifestato contro lo status quo fece il giro del mondo, prima che i russi fornissero i rilevamenti satellitari da cui si evinceva che gli aerei di Gheddafi erano rimasti a terra. Un’altra delle fake news, per usare un termine molto in voga in questo momento, che circolò insistentemente in quel periodo fu quella relativa all’integrazione sistematica di mercenari subsahariani nelle divisioni dell’esercito libico. L’effetto cruciale scatenato dalla diffusione di questa falsa notizia fu quello di alimentare l’odio etnico nei confronti dei circa 2 milioni di immigrati che lavoravano regolarmente in Libia come braccianti agricoli, muratori e operai grazie alla politica pan-africanista delle ‘porte aperte’ inaugurata da Gheddafi a partire dai primi anni del nuovo millennio. Di tali complesse dinamiche etno-demografiche la Cia era pienamente consapevole, come testimoniato da un documento liberamente consultabile sul sito dell’agenzia.

Le conseguenze nefaste prodotte dalla campagna propagandista incentrata sui ‘mercenari neri’ al soldo del regime, condotta anzitutto da quella ‘Cnn’ che attualmente si scandalizza dal fatto che la Libia post-rivoluzionaria sia divenuta un gigantesco mercato degli schiavi dove i neri vengono sistematicamente seviziati, sono state dettagliatamente documentate da uno studio realizzato dall’antropologo canadese Maximilian Forte, in cui si legge che: «il mito del ‘mercenario africano’ si è rivelato utile all’opposizione del Consiglio Nazionale di Transizione libico e alle bande paramilitari per presentare il conflitto come un confronto diretto tra la popolazione libica e Gheddafi, quasi che quest’ultimo non godesse di alcun supporto interno […]. La giustificazione fornita dagli insorti per spiegare la notevole consistenza delle forze schierate a fianco del colonnello consisteva nel sostenere che queste fossero composte integralmente da mercenari motivati unicamente dalle prospettive di profitto».

La stessa ‘al-Jazeera’, emittente qatariota di proprietà dei vertici politici dell’Emirato schieratasi fin da subito a fianco dei ribelli, non ha potuto fare a meno di riconoscere che «mentre vari Paesi stranieri si affrettano ad evacuare i loro cittadini per sottrarli alla violenza che dilaga in Libia, molti immigrati africani vengono presi di mira soltanto perché sospettati di essere mercenari ingaggiati dal leader libico. Si teme che dozzine di lavoratori dell’Africa subsahariana siano stati uccisi, e centinaia si siano dati alla macchia, mentre, stando a quanto rivelato da alcuni testimoni, folle inferocite di manifestanti anti-governativi danno la caccia ai ‘mercenari neri africani’». Già allora, i rastrellamenti e le esecuzioni di massa contro i neri che venivano etichettati istantaneamente come ‘mercenari’ era quindi prassi comune delle bande armate che si opponevano al governo.

Uno dei pochi giornalisti occidentali a documentarlo fu il britannico Patrick Cockburn, che in una corrispondenza dal campo dell’agosto 2011 ebbe a rilevare che «i corpi in decomposizione di circa 30 uomini, quasi tutti neri e molti dei quali ammanettati, massacrati mentre si trovavano distesi su barelle e persino all’interno di un’ambulanza nel centro di Tripoli, rappresentano un cupo presagio del futuro della Libia. Il regime che si appresta ad assumere le redini del potere dichiara ipocritamente di non volersi vendicare sulle forze filo-Gheddafi, ma ciò, evidentemente, non contempla la difesa di tutti coloro che possono essere bollati come mercenari. Qualsiasi libico dalla pelle nera che venisse tacciato di aver sostenuto il vecchio regime avrebbe scarse probabilità di sopravvivere». Nei giorni in cui Cockburn scriveva, la città di Tawergha, popolata da circa 30.000 immigrati dall’Africa subsahariana, veniva svuotata dei suoi abitanti e letteralmente rasa al suolo da parte delle milizie al servizio del Consiglio Nazionale di Transizione. Che fine abbiano fatto quegli sfollati non è dato sapere, ma non è difficile formulare ipotesi in proposito.

Specialmente se si prende in esame uno studio condotto nel dicembre 2007 dagli esperti dell’accademia militare di West Point Joseph Felter e Brian Fishman, i quali, analizzando gli scontri a fuoco sostenuti fino a quel momento dalle forze statunitensi in Iraq, giunsero alla conclusione che solo l’Arabia Saudita, con circa 30 milioni di abitanti, era in grado di rifornire le brigate islamiste irachene comandate da al-Zarqawi con un numero di jihadisti più elevato rispetto a quello assicurato dall’angusto lembo di terreno l’area compreso dal triangolo Bengasi-Derna-Tobruk. L’insurrezione libica, guidata dalle tribù filo-monarchiche degli Harabi e degli Obeidi, aveva preso origine proprio da quella turbolenta regione geografica dove è sempre stato molto forte il radicamento della Senussiya, una confraternita mistico-missionaria che propugna una versione ultratradizionalista del sunnismo.

Nel corso della resistenza ai colonialisti italiani, gli Harabi e gli Obeidi si allearono con i britannici e Londra, in segno di riconoscenza, nominò il capo dell’Ordine dei Senussi – l’Emiro di Cirenaica Idris I – come nuovo monarca libico. Il rovesciamento di Idris ad opera di Gheddafi provocò la revoca dei privilegi di cui avevano goduto queste tribù, che nel corso dei decenni hanno accumulato un odio implacabile, accresciuto da forti componenti razziste, nei confronti degli immigrati di pelle nera provenienti dal Ciad, dal Mali e dal Sudan e dei clan tribali schierati a supporto del colonnello. La tribù Harabi, di cui facevano parte i due principali capi ribelli Abul Fatah Younis e Mustafa Abdul Jalil, costituiva a sua volta l’élite del Libyan Islamic Fighting Group (Lifg), che nel 1995/1996 aveva scatenato una sanguinosa rivolta repressa duramente dalle forze governative.

Dal Lifg proveniva anche Abu Sufian bin-Qumu, ex veterano dell’Afghanistan originario di Derna che fu internato a Guantanamo prima di essere trasferito in Libia e scarcerato in base a un accordo raggiunto tra gli Usa e alcuni membri del governo libico che si sarebbero poi riciclati come capi della rivolta anti-gheddafiana. L’intesa prevedeva la scarcerazione di molti prigionieri, tra i quali figurava anche Abdulhakim Belhaj, altro mujaheddin libico reduce della guerriglia islamista in Afghanistan che era stato catturato dalla Cia in Malaysia nel 2004, estradato in un carcere di Bangkok, trasferito in Libia e infine liberato. Anch’egli avrebbe svolto un ruolo preminente nella sollevazione del 2011, così come Abu Abdullah al-Libi e Abu Dajana, eliminati tra il 2013 e il 2014 in Siria dove si erano recati per aderire al sedicente ‘Stato Islamico’ e contribuire al rovesciamento di Bashar al-Assad dopo aver affinato le proprie capacità durante la guerra contro le forze della Jamahiriya. Tutti questi personaggi, scarcerati dal governo libico su esplicita richiesta statunitense, furono quindi contattati dai servizi segreti qatarioti ed emiratini affinché organizzassero una rivolta interna. Arruolarono quindi i loro vecchi compagni di lotta assieme a criminali comuni e soldati di ventura provenienti da tutto l’universo sunnita, al fine di creare gruppi armati in grado di sostenere scontri a fuoco con le forze regolari.

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