martedì, agosto 21

Hikikomori in Italia: perché i giovani si rinchiudono in casa? Le ragioni del fenomeno analizzate da Francesco Mattioli, professore ordinario di Sociologia presso l’Università degli Studi di Roma ‘La Sapienza’

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Hikikomori è un disagio psichico che causa l’isolamento delle persone dalla società e le induce a rinchiudersi  in casa per mesi. In Giappone, secondo le più recenti stime, si contano mezzo milione di persone.  È indubbio che la cultura giapponese sia contraddistinta da alcuni elementi che favoriscono il fenomeno, tant’è che ci sono due generazioni di Hikikomori, delle quali  la prima generatasi negli anni ’80. La mancanza della figura paterna, spesso assente a causa di impegni lavorativi, il sistema sociale e quello scolastico ultra competitivi sono alla base di alte aspettative, non sempre realizzate. Seppur in un contesto socio-culturale completamente differente, anche  in Italia le pressioni sociali molto forti generano casi di giovani Hikikomori (che in giapponese significa “stare in disparte”). Fra le possibili cause di questo fenomeno sono da menzionare, certamente, la crisi economica responsabile di un ritardo dell’ingresso nel mondo del lavoro, il calo delle nascite con il conseguente aumento dei figli unici, e l’esplosione esasperata del culto dell’immagine rafforzata dal dilagare dell’uso dei social network. In Italia il fenomeno è in crescita, migliaia sono gli Hikikomori italiani, tra i 15 e i 24 anni, che non studiano nè lavorano. Trascorrono gran parte della loro giornata reclusi in camera, con pochissime interazioni con amici e parenti. Inoltre, per evitare il ‘doloroso’ confronto con il mondo esterno, preferiscono dormire di giorno e stare svegli di notte collegati a Internet, unico loro contatto col mondo esterno da loro già abbandonato.

Per orientarci  tra i meandri delle svariate ragioni che causano il fenomeno Hikikomori, abbiamo discusso con Francesco Mattioli,  ordinario di Sociologia nella Facoltà di Scienze Politiche, Sociologia, Comunicazione dell’Università degli Studi di Roma ‘La Sapienza’ .

 

Perchè e come si diventa Hikikomori?  Quali sono le vere cause di questo disagio esistenziale che affligge tanti giovani delle nuove generazioni nelle economie avanzate?

La risposta banale e semplice potrebbe essere che se non si trova lavoro e si resta a casa.

Introdurrei, invece, altri aspetti che reputo interessanti. Il primo aspetto è quello della sotto cultura giovanile; da parecchi anni, i giovani vivono ‘il qui e ora’ e non si avventurano in una prospettiva futura e, di conseguenza,  si lasciano andare a comportamenti per certi versi autolesionisti, come quello tipico di certi ragazzi che il sabato sera eccedono senza avvertire alcun senso di responsabilità perché vivono il momento. È un atteggiamento che si è sempre più diffuso tra i giovani, per cui è normale che non sentano lo stimolo e la responsabilità per cercare occasioni e spazi di autonomia. Questo spiegherebbe perché succede il fenomeno Hikikomori. Perché siamo arrivati a questo? Le ragioni sono da ricercarsi negli anni ’70 e ’80, durante i quali  c’è stato il boom della cosiddetta ‘società dei consumi’ che ha garantito un particolare benessere ai giovani e la possibilità di interessarsi ad argomenti molto più consumistici e molto meno seri o culturalmente impegnativi. Sicuramente, c’è stata la responsabilità di una società che nel giro di 20 anni è esplosa e ha corso moltissimo in termini di consumi, tempo libero e tecnologia. Quindi, la cultura giovanile si è ripiegata su un consumo di sé. Mentre, magari, la cultura giovanile dei decenni precedenti (anni ’60-’70) era più attenta ad un’analisi critica della società degli adulti.  Da ciò è scaturita la conseguenza di questa sub-cultura giovanile poco interessata al futuro e molto interessata al presente. Ecco, quindi, che poi si ribalta anche sui ragazzi, che non cercano lavoro perché pensano soltanto a consumare il tempo presente in tutte le sue sfaccettature più ritualistiche come il concerto, il sabato in discoteca, ecc. Poi c’è un altro punto che mi piacerebbe sottolineare. Questa è una società strana, in cui la normalità sta diventando un peso, un handicap. Basti pensare ad una cattiva interpretazione della meritocrazia; nel momento in cui si predica la meritocrazia si sottolinea anche la necessità di emergere. Ma emergere e farsi valere in una società competitiva come la nostra può anche significare non avere scrupoli. Quindi, non è detto che il meritevole lo sia eticamente, oltreché professionalmente meritevole. Tra i giovani non tutti sono dotati di spirito avventuriero per fare il cameriere a Londra, e imparare l’inglese, oppure fare il rampante a Bruxelles a portare le borse degli esperti di finanza. Non tutti hanno questo spirito avventuristico. Ci sono ragazzi che fondano start-up, ad esempio, e  per meritare non si possono cullarsi sugli allori. Non tutti hanno i muscoli per farsi largo a spallate. Viceversa, nella fascia inferiore (quella in cui sono compresi coloro che hanno evidenti handicap e disabilità) c’è un sistema di tutela nell’avvio al lavoro e nell’inserimento nella società. In mezzo a queste due fasce ci sono i normali che non hanno handicap o necessità di essere accompagnati o appoggiati e non sono nemmeno gli ‘arrangers’ che si battono sul mercato del lavoro. Anzi, c’è questa fascia immersa in un limbo e a cui si rinfaccia di essere ‘normale’. Anche questo è un aspetto che, in un certo modo, influenza l’atteggiamento di certi giovani. Nel mercato del lavoro le aziende vogliono il super genio o quello che ‘ci sa fare’ o sono obbligate ad assumere una quota di categorie protette. Purtroppo, viviamo in una società in cui ci sono sprazzi modaioli di ciò che deve essere fatto o meno ma, a volte, con una pesante ipoteca ideologica del politicamente corretto. Bisogna tenere conto che è una società di adulti con regole anche giuste, che è paradossalmente impermeabile ai giovani ma non è capace di dialogare con i giovani se non per renderli destinatari di meccanismi di consumo. Dietro ai consumi di droga, di videogiochi, di musica, di moda, ci sono gli adulti. Quando parliamo di comportamenti devianti, ricordiamoci che gli individui non nascono bulli. Gli individui, quando nascono, si trovano dentro una società e devono integrarsi nella società, e ciascuno di noi incomincia ad apprendere regole e prospettive, ecc. È chiaro che, in questi termini, l’educazione è anche apprendimento di regole che devono essere interiorizzate in modo da essere applicate autonomamente.  Il 90% della nostra condotta è automatizzata perché abbiamo interiorizzato determinate regole e risposte a determinati stimoli. È inutile che chiediamo ai giovani di comportarsi secondo specifiche regole se prima le stesse non sono state interiorizzate. E non le hanno interiorizzate perché il mondo degli adulti (educatori, formatori, ecc.) non ha mai pensato a fargliele condividere; gliele hanno semplicemente illustrate e, poi, se le applicavano bene sennò pazienza! C’è il problema dell’apprendimento critico e del valore di certi comportamenti. In una società democratica e pluralista che ti pone di fronte varie prospettive, anche se unite intorno ad un nucleo etico comune, la preoccupazione di dover aver paura di un processo di interiorizzazione dei valori, invece, non ci dovrebbe essere.

In Giappone è allarme Hikikomori da tempo, qual è l’andamento del fenomeno in Italia?

Io credo che in Italia il fenomeno sia  relativamente limitato. E’ difficile che in un’indagine giovanile sui rapporti col mondo del lavoro o con la famiglia il ragazzo dirà mai che non è alla ricerca del lavoro. È molto più diffuso il fenomeno contrario, cioè di giovani che stanno a casa pur lavorando perché, da un lato, contribuiscono all’economia familiare e, dall’altro, sottraendosi ad alcune spese di routine possono utilizzare il loro piccolo salario quasi al netto per correre a spenderlo nella società dei consumi. Come fenomeno, dal punto di vista quantitativo, è molto più diffuso quello del giovane che resta in famiglia pur lavorando, rispetto a quello del giovane  disinteressato alla ricerca del lavoro.

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