venerdì, settembre 22

Harvey ha colpito il secondo stato dell’Unione Houston, we have a problem!

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Nei giorni scorsi si è parlato a lungo di Harvey, l’uragano che si è abbattuto su Texas e Louisiana, i cui danni hanno indotto il presidente americano Donald Trump a una richiesta di 7,9 miliardi di dollari per gli aiuti immediati. Secondo il governatore del Lone Star State, il repubblicano Greg Abbott, però solo il suo Stato avrà bisogno di oltre 120 miliardi per sopperire ai danni di 30 contee mentre nella ex colonia francese, il governatore democratico John Bel Edwards ha dichiarato lo stato d’emergenza in tutto il territorio da lui amministrato.

In sostanza Harvey ha colpito prevalentemente l’area metropolitana di Houston, con più di sei milioni di abitanti, provocando esondazioni fino a mezzo metro di altezza. A Beaumont, 170 chilometri a est di Houston, le popolazioni sono rimaste senza acqua potabile e poi a Crosby ci sono state esplosioni in impianti chimici. Danni inequivocabilmente importanti che richiedono molti soldi. Per ottenere questi fondi il Congresso dovrà modificare il limite del debito pubblico americano ed evitare così il blocco delle spese federali. La burocrazia in America è più snella, ma è pur sempre una barriera da superare.

Harvey è stato l’ottavo uragano del 2017 e quello di maggior intensità nella stagione, formatosi da una serie di onde tropicali provenienti dalle Piccole Antille, raggiungendo poi lo stato di tempesta tropicale, con 1.000 mm. di pioggia abbattutisi nelle aree maggiormente colpite. Secondo Brock Long, direttore della Federal Emergency Management Agency è stato il più disastroso evento tropicale nella storia del Texas.

Ma il Texas ci è particolarmente caro perché sul suo terriorio ha sede il Johnson Space Center, che si trova vicino alla baia di Galveston, sul lago Clear, a circa 40 km. a sud est di Houston e per questo abbiamo temuto per la sua incolumità.

Il “JSC” è l’installazione della Nasa, sede del centro di controllo missione per tutti i voli spaziali con equipaggio umano, oltre che centro di ricerca e preparazione per il volo spaziale umano. La sua struttura fu istituita agli inizi degli anni Sessanta ma solo nel 1973 ebbe la denominazione attuale per l’ex presidente Lyndon B. Johnson che lo aveva immaginato nella sua grandezza. Dal 2011 il JSC viene utilizzato principalmente come centro di controllo missione (Mission Control Center) e anche come centro di preparazione degli astronauti per le successive missioni. Per questo motivo è anche la sede del corpo astronauti degli Stati Uniti. Possiamo sicuramente tranquillizzare gli appassionati della materia che Harvey ha minacciato il centro senza però aver causato danni, pur avendo investito in pieno la città di Houston con fortissime piogge, inondazioni e distruzione che in realtà non hanno risparmiato l’impianto spaziale, costretto a restare chiuso, salvo controindicazioni, fino a domani 5 settembre per il personale non essenziale, secondo le volontà della direttrice Ellen Lauri Ochoa, che come si ricorderà, in passato ha fatto parte di quattro missioni dello Space Shuttle.

Vista l’impraticabilità di molte strade i controllori di volo hanno dormito in una delle sale controllo di riserva. In varie zone del campus l’acqua ha invaso strade, edifici e marciapiedi ad altezza del ginocchio, ma ormai tutto dovrebbe essere rientrato nei limiti della sicurezza.

Va poi tranquillizzato il pubblico degli appassionati che segue la Stazione Spaziale e il nostro Paolo Nespoli, attualmente a bordo del grande vascello stellare. Il supporto alla Stazione non è stato mai interrotto e se pure fosse stata necessaria la chiusura totale di Houston, sarebbe intervenuto nei contatti il Marshall Spaceflight Center di Huntsville, nel nord dell’Alabama, che era già stato utilizzato nel 2008 quando già il centro spaziale di Houston venne evacuato a causa dell’arrivo dell’uragano Ike. Quindi, nessun problema, almeno in orbita. Non così per qualche famiglia che abita proprio nelle zone sottoposte all’evento climatico, ma questi sono gli inconvenienti delle regioni meridionali della grande Unione.

Intanto, le linee telefoniche intasate e tanti ripetitori saltati hanno fatto in modo che i social si facessero strumento prezioso per ottenere assistenza o richiamare l’attenzione nell’emergenza e per organizzare missioni di salvataggio. Anche se si sono riviste improbabili immagini di uno squalo in pacifico nuoto su un’autostrada di Houston allagata, già diffusa per altro durante l’uragano Irene nel 2011 e pure una foto di Barak Obama intento a distribuire cibo agli alluvionati. Per questo ci torna in mente il detto che ‘la madre dei cretini è sempre incinta‘.

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