mercoledì, settembre 19

Hard Brexit, Soft Brexit e White Paper Che cosa dice il documento sulla proposta di accordo per la Brexit?

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Non sono giorni facili nel Regno Unito. La questione Brexit tiene banco e divide il Governo di Theresa May, diviso fra chi sostiene la necessità di non recidere completamente ogni legame con l’Unione Europea e chi, oltranzista, non vuole tradire il mandato popolare del referendum del 2016 adottando un approccio più duro alla trattativa con le istituzioni europee, in modo da non dipendere più in nessun modo da Bruxelles. Quanti si dichiarano favorevoli a una hard Brexit ritengono che questa sia l’unica via per permettere al Regno Unito di difendere i propri interessi nel mondo.

Il progetto presentato una settimana fa da Theresa May cercava di trovare una sintesi fra le varie posizioni, ma il terremoto politico causato fa capire che il tentativo è lontano dall’aver sortito l’effetto sperato. Le dimissioni dell’ormai ex Ministro per l’attuazione della Brexit David Davis, seguito a ruota da quelle dell’ex titolare del dicastero degli Esteri Boris Johnson ne sono una concreta testimonianza. Il Governo May è sempre più debole, suddiviso fra le tensioni interne e la ormai sempre più rumorosa voce dei laburisti di Jeremy Corbyn, che potrebbero approfittare per prendere possesso di Donington Street per la prima volta dai tempi di Gordon Brown.

L’uscita del cosiddetto White Paper, un documento di circa 100 pagine che spiega le modalità in cui la proposta britannica di separazione dall’Unione Europea dovrebbe compiersi, conferma quanto sospettato: il Governo May vorrebbe mantenere una forma di unità doganale con l’Unione Europea, tradendo, di fatto, la volontà espressa dal popolo con il famigerato referendum del 2016. Lo stesso Donald Trump, che ha sempre espresso il suo pieno sostegno all’hard Brexit, ha manifestato la sua contrarietà ad un accordo che manterrebbe il Regno Unito in una condizione di dipendenza rispetto alla politica commerciale europea.

Ma quali sono le voci di questo accordo e come mai il Governo britannico sta incontrando così tante resistenze? Ne abbiamo parlato con il prof. Stefano Riela dell’Università ‘Bocconi’ di Milano.

Il Regno Unito” esordisce il prof. Riela “si propone di rimanere in una unione doganale per un periodo transitorio. Questo significa mantenere la stessa politica commerciale e tariffaria utilizzata dall’Unione Europea, per permettere, fra le altre cose, che fra l’Irlanda del Nord e l’Eire non ci siano controlli lungo le frontiere”. Ma questa proposta ha una serie di controindicazioni, secondo i più oltranzisti: “Il problema del mantenimento dell’unione doganale è che, in questo modo, il Regno Unito non potrebbe adottare una politica commerciale di accordi bilaterali indipendenti rispetto a quella europea: le tariffe che lo UK dovrebbe adottare sarebbero quelle dell’UE, mentre durante la campagna elettorale del referendum della Brexit si sbandierava l’indipendenza della politica commerciale britannica come uno dei più grandi vantaggi dell’uscita britannica dall’Europa. Secondo i sostenitori della Brexit, il Regno Unito avrebbe finalmente potuto adottare una politica commerciale indipendente da quella europea per preservare gli interessi britannici: con l’unione doganale, tuttavia, questo è impossibile”. Non è un problema da poco. Continua Riela: “L’Unione Europea prenderebbe dunque le decisioni e il Regno Unito dovrebbe seguire, essendo un ricettore passivo delle politiche decise a Bruxelles. Dal momento in cui il Regno Unito esce dall’Unione Europea, non partecipa più al processo decisionale, limitandosi così a subirne le scelte”.

C’è un altro punto dell’accordo che fa discutere: “Una seconda parte della proposta riguarda il libero commercio con riferimento ai prodotti agricoli per evitare che le produzioni crossborder possano continuare a usufruire del commercio di prodotti intermedi non intaccato da tariffe. Tuttavia, nel momento in cui ci dovesse essere un problema sulla circolazione dei prodotti fisici, chi prende la decisione per la sua risoluzione? Oggi se ne occuperebbe la Corte di Giustizia Europea, ma questo organismo è inviso ai Brexiters. Nel documento della May si parla di un arbitrato, un soggetto terzo ma, con ogni probabilità, questo nuovo organismo non verrebbe accettato dalla UE”. E, aggiunge Riela: “È evidente che il Governo May ora si trovi in difficoltà, perché la sua proposta viene vissuta come un tradimento delle promesse del voto del giugno 2016, così come di tutte le promesse dell’attuale Governo. Nel discorso al Lancaster House del 17 gennaio 2017, la stessa May disse che Brexit significasse piena sovranità, nessun mercato unico e unione doganale e accordi indipendenti. Tutto il contrario della proposta. Ecco che quindi personaggi come David Davis e Boris Johnson non sono disposti ad accettare supinamente ciò si profila come una soft-Brexit”. E bisogna anche vedere quanto l’Unione Europea sia disposta ad accettare tutto ciò.

Già, perché i trattati si fanno in due e prima o poi la palla passerà all’Europa. Stefano Riela ci spiega quali sono le reazioni dalle istituzioni continentali: “L’Unione Europea ha l’interesse sovrano di promuovere il libero commercio, sin dai primissimi trattati firmati. È nell’interesse europeo trovare un accordo con il Regno Unito; superata la fase iniziale in cui i toni saranno duri, da parte europea, è facile prevedere che alla fine si ammorbidirà per giungere a un punto di contatto. Angela Merkel, fra le prime a reagire alla proposta della May, ha detto che è un bene che si sia arrivati a formulare una proposta. Più rimane elevato il grado di integrazione con il Regno Unito, meglio è”. Non a tutti i costi, però. Nel White Paper, il Governo May ha espressamente chiuso ogni possibilità alla libera circolazione delle persone sul territorio britannico, con deroghe previste per i ‘best and brightest’ provenienti dal continente europeo, che possano servire all’economia britannica. Ma l’Europa, su questo punto, non transige: “Se si vuole condividere il libero mercato di beni e servizi, bisogna anche accettare quello di capitali e persone. Le quattro componenti del mercato unico (beni, servizi, persone e capitali) vanno di pari passo. Se si vuole mantenere un livello di integrazione, bisogna prendere tutto, anche l’immigrazione, non si può scegliere a piacimento”.

Arrivati a questo punto, quello che è difficile capire rimane quanto della proposta del Governo May è parte di un progetto organico e quanto, invece, è frutto di un compromesso quantomeno raffazzonato. È un dubbio difficile da sciogliere: “è difficile trovare un progetto organico. Si tratta di un tentativo di ritagliare una proposta di accordo con parti variabili incerte, cercando di tenere in piedi da un lato un po’ di libero commercio, dall’altro la questione irlandese, da un altro ancora di rendere temporanea l’unione doganale in attesa di una raggiunta indipendenza. Si può intendere come disegno il tentativo della May di creare qualcosa di mai visto prima che scontentasse tutti il meno possibile”. Missione fallita, a quanto sembra (almeno per il momento). E le cose non sono destinate a migliorare una volta fuori dall’Europa: “A quel punto, il Regno Unito vorrebbe negoziare accordi bilaterali e multilaterali per preservare i propri interessi, ma nel momento in cui tenta di fare questo, il suo valore negoziale è notevolmente ridotto rispetto a quello dell’UE. Utilizzando il PIL come indicatore del valore negoziale, l’Unione Europea può contare sul 22% dell’economia mondiale; lo UK solamente con il 3%. Non è quindi detto che riuscirà a ottenere le stesse condizioni commerciali che attualmente ha come parte dell’UE”. E, conclude Riela: “Dovesse non esserci più l’unione doganale, ma un semplice accordo di libero scambio, allora potrà perseguire una propria politica commerciale indipendente e fare accordi con altri Paesi, ma bisogna valutare se questi ultimi vogliono fare accordi, a che condizioni e se un eventuale accordo è fra le loro priorità. Il Regno Unito può contare su una serie di rapporti privilegiati che le derivano dal suo passato di grande impero, ma quella che è la storia è diversa dall’attualità. Dal momento che si è soli, si gioca con le proprie carte e il rischio di non essere fra le proprietà delle altre potenze è alto”.

Chi guarda con favore la Brexit è Donald Trump, che non ha tuttavia apprezzato la linea morbida perseguita dal Governo May. Il Presidente degli Stati Uniti, che ha più volte manifestato la propria stima per l’oltranzista Johnson, ha tutte le ragioni per sostenere l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, come conferma Riela: “Se c’è Brexit c’è un indebolimento dell’Unione Europea e questo va a favore degli Stati Uniti: un’Unione Europea a 27 Stati è più debole di una UE a 28”. E, un’Europa più fragile, indebolisce anche il piano di costituire una difesa europea: “spiace che la Brexit avvenga proprio in concomitanza alla nascita della cooperazione in materia di difesa, la PESCO, di cui non tutti fanno parte, ma di cui il Regno Unito rappresenterebbe una voce importante. Questo nuovo soggetto potrebbe fungere da paracadute in caso di depotenziamento della NATO (Trump va dicendo che è un organizzazione obsoleta e che bisognerebbe aumentare la spesa militare al 2% del PIL). Non è però detto che non ci possano essere accordi fra PESCO e UK nonostante la Brexit, come si intende fare con l’unione doganale”.

Il futuro dell’Europa è ancora un’incognita, ma il presente del Regno Unito è piuttosto caotico. È difficile prevedere con certezza quali scenari politici si aprano Oltremanica. Ma, secondo Riela, nulla potrebbe cambiare al momento: “La verità è che nessuno, al momento, intende prendere la responsabilità della Brexit al posto della May: l’uscita è ormai sicura. Il problema è quello che viene dopo. La soluzione estrema è l’uscita senza accordo, per mantenere la parola presa con il referendum. Sia Johnson, che Corbyn o May, si esce. Visti però tutti i problemi che un’uscita del genere causerebbe, al momento nessuno vuole prendersi la responsabilità di gestire questa transizione”. Né ribaltamenti a Westminster, né velleitari tentativi di promuovere un secondo referendum: exit means exit. Lo stesso Johnson, elemento di punta dei Tories e da sempre in rampa di lancio per la leadership del partito, vive un dilemma: “Boris Johnson si è spesso messo come potenziale leader sullo spazio politico, non trasformando mai questa potenzialità in realtà: da un lato vuole sfruttare l’occasione di mostrarsi come leader, dall’altra non potrebbe prendersi la responsabilità di essere il fautore dell’hard Brexit, che non piace alle imprese, alla maggior parte della House of Commons”. Con ogni probabilità, dunque, Theresa May proseguirà il proprio lavoro, per poi essere usata come capro espiatorio in campagna elettorale. L’alternativa c’è, ma è molto remota: “Boris Johnson potrebbe prendere il potere e gestire una hard Brexit, con tutte le conseguenze del caso. Perché non c’è nulla di peggiore dell’incertezza, per i mercati. Anche la certezza dell’hard Brexit sarebbe preferibile alla caotica situazione attuale: gli operatori, sapendolo, agirebbero di conseguenza”.

Riela conclude citando Corbyn che, in una frase, riassume una delle poche certezze del presente britannico: “Ci sono voluti due anni per avere finalmente una proposta chiara da parte del Primo Ministro Theresa May e ci sono voluti due giorni per far crollare tutto

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