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Geopolitica 3.0 dal Syraq alla Libia/2

Guerre, l’epoca miope

Con Claudio Bertolotti, il punto sui conflitti a 14 anni dall’11 settembre

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Quattordici anni di guerre mosse dall’Occidente, instabilità, disintegrazione di intere Nazioni, richiedono un’ampia riflessione. Lo Stato Islamico ha alzato la sua bandiera, almeno formalmente, anche in India, Pakistan e Afghanistan. L’Iraq, la Siria e la Libia non esistono più come Stati. Le cosiddette ‘primavere arabe’ si sono presto rivelate degli inverni. Migranti disperati continuano a morire nel Mediterraneo o, nel migliore dei casi, ad approdare sulle nostre coste all’apice di una propaganda xenofoba e strumentale. Lo studioso Claudio Bertolotti spiega a ‘L’Indro’ in un’intervista, divisa in due parti (la prima su Afghanistan e Asia meridionale, la seconda sul MENA, Medio-Oriente e Mediterraneo – quella che state per leggere), perché siamo giunti a questo scenario e dove ci staremmo dirigendo.

Come analista strategico indipendente per il Centro militare di Studi Strategici (CeMISS), Bertolotti si occupa di conflittualità dell’area MENA allargata (Grande Medio Oriente). Ma è anche il ricercatore senior dell’Italia alla ‘5+5 Defense iniziative 2015′ dell’Euro-Maghreb Centre for Research and Strategic Studies (CEMRES) di Tunisi. E’ stato, inoltre, per circa due anni capo sezione contro-intelligence e sicurezza di ISAF in Afghanistan.

 

Di seguito la seconda parte sul MENA, Medio-Oriente e Mediterraneo.

Bertolotti parla di Siria come proxy-war, guerra per procura; delle responsabilità dei Paesi del Golfo che al momento galoppano in popolarità (spesso positiva) in Occidente, e della Turchia; del Pulitzer Seymour Hersh che aveva ragione (vedremo poi perché); di come si finanzia nel dettaglio Isis; dei venti di guerra che spirano verso la Libia, e del male ancora troppo radicato in Italia della xenofobia e del razzismo; della propaganda della paura diffusa da tanti media nostrani e, in particolare, dalla Lega Nord attraverso soprattutto Matteo Salvini, che si aggiungerebbe – sempre secondo Bertolotti – a una cattiva gestione delle questioni umanitarie, nonché politiche: tatticismi, senza strategia.

Dall’inizio del Nuovo Millennio, la razionalità sembra si sia persa in una una selva di menzogne, errori, propagande, non detti, con troppi capri espiatori come vittime.

Dopo Afghanistan, Pakistan e India, ripartiamo dalla Siria: dopo quattro anni di guerra a che punto siamo?

Le fasi della guerra siriana sono tre: protesta, guerra civile e proxy-war. Sul piano temporale le prime due quasi si sovrappongono e sono entrambe di brevissima durata (2011) e hanno anticipato il successivo sviluppo del conflitto, che ha portato dapprima alla destabilizzazione della Siria e, conseguentemente, a quella dell’Iraq. Oggi, infatti, si è imposto il termine ‘Syraq’ per indicare l’area in cui si combatte. Siamo nella fase avanzata della ‘proxy-war’ che, ancora lontana dal vedere una fine, vede contrapporsi sul campo di battaglia l’Esercito governativo siriano, sostenuto (o meglio, subordinato) al libanese Hezbollah, dall’Iran e dalla Russia, e la variegata quanto indefinita galassia di gruppi di opposizione armata: i cosiddetti moderati, i jihadisti fondamentalisti, gli islamisti radicali sostenuti in primis da Turchia e Arabia Saudita nel più generale disinteresse di un’opinione pubblica occidentale, pericolosamente distratta da una crisi economico-finanziaria senza precedenti.

Perché questa guerra ci riguarda?

Questo è il punto: quella siriana non è, non è più, una guerra civile che vede confrontarsi sul campo di battaglia diversi attori siriani. Al contrario, la Siria è divenuta teatro di scontro di rilevanti interessi regionali e globali. Una guerra alimentata dall’esterno, su entrambi i fronti, dove i siriani sono divenuti passivi attori non protagonisti. Le cause scatenanti vanno ricercate nel tentativo di spostare gli equilibri interni alla politica di Damasco. In particolare, la spinta islamista avviata dagli ambienti clericali siriani, a loro volta sostenuti e stimolati da quegli attori esterni in cerca di spazio, geografico e ideologico, da sfruttare a proprio vantaggio; tutto ciò alimentato dalla speranza di una ‘primavera siriana’, sull’onda di quelle arabe, che in quasi tutti i casi si sono concluse in modo non certamente positivo.

Sulle violenze estreme a cui assistiamo quotidianamente – e le cui conseguenze dobbiamo affrontare anche noi in Italia (come i flussi migratori) – hanno dunque responsabilità diretta attori esterni alla Siria?

Certamente sì. I Paesi del Golfo in primis, e la Turchia al loro fianco. Non è un segreto che il regime di Damasco sia tuttora da ostacolo al tentativo turco di imporre una propria politica a livello regionale, così come un limite al modello fondamentalista sunnita wahabita dei Sauditi e del Qatar (i più importanti sponsor del jihadismo destabilizzante contemporaneo).

Come a ‘L’Indro’ ha detto la filosofa ungherese Ágnes Heller: assistiamo a un nuovo ‘internazionalismo’. Non si tratta più di guerre fra Nazioni, come avvenne dopo Pace di Westfalia del 1648.

Ora, quello che ci si pone innanzi è uno scenario di guerra combattuta, con tutte le efferatezze della guerra, e sarebbe ingenuo oggi richiamare le parti al rispetto delle cosiddette, quanto anacronistiche regole di guerra. Dico anacronistiche, perché le regole di guerra a cui noi facciamo riferimento risalgono al secolo scorso dove i conflitti vedevano contrapporsi Eserciti regolari, con alle spalle Governi e Stati. Oggi, piaccia o meno, è cambiato tutto: sono le dinamiche della ‘guerra asimmetrica’ a dettare i ritmi; è la percezione di un evento e non l’evento in sé a condizionare le opinioni pubbliche, e la propaganda ideologica viaggia alla velocità del Web.

Il futuro della Siria?

Tragico, ma quel che più mi spaventa in questo momento è l’idea che al termine del conflitto si commetta l’errore di proporre in tempi brevi libere elezioni che, anziché legittimare democraticamente una nuova leadership porterebbero all’instaurazione di un regime islamista avallato dal mero esercizio elettorale. Siamo ancora lontani dalla fine della guerra siriana, ma è necessario cominciare a lavorare per un processo di transizione di medio periodo, che non vada a intaccare gli equilibri garantiti dall’attuale regime siriano. Bashar al-Assad deve lasciare la Presidenza, questo è un fatto inevitabile, ma lo Stato siriano – con tutta la sua burocrazia – deve rimanere al suo posto, non escludendo una Costituzione sul modello libanese, capace di garantire l’accesso al potere a tutti i gruppi confessionali. Tutto ciò deve avvenire sotto gli auspici di un patto di riconciliazione nazionale legittimato dall’ONU. Infine, non commettiamo l’errore di insistere per una soluzione orientata a un modello di democrazia occidentale; non è il momento e mancano tutte le condizioni politiche, sociali, economiche e di sicurezza. Avremo il coraggio di affermare tale principio? Da tale coraggio dipenderà la stabilizzazione della Siria del dopoguerra, almeno di quello che ne rimarrà.

Si può fare chiarezza sulle famigerate armi chimiche? Aveva ragione il pulitzer statunitense Seymour Hersh, nell’ inchiesta sul 21 agosto 2013 secondo la quale l’attacco con armi chimiche che colpì Ghouta, fu ordito dai ribelli e dalla Turchia così da scatenare la reazione USA contro il regime siriano? Hersh nelle ultime settimane è attaccato in patria anche per aver scritto che Osama Bin Laden è stato consegnato dai pachistani e che la versione sull’operazione dei Navy Seals assomiglia a una favola. 

Sull’attacco con armi chimiche a Damasco nel 2013 le mie considerazioni sono in linea con quelle fatte da Hersh nell’aprile del 2014; valutazioni critiche e controcorrente che io anticipai nell’agosto del 2013. La mia opinione, allora come oggi, è che manchi un approccio critico da parte dei principali media occidentali. Al contrario, si impone un comodo allineamento – voluto o meno – a quelle che sono le linee di pensiero delle cancellerie politiche, un approccio ‘radical-chic’ all’informazione e alla presa di posizione di una parte di un’opinione pubblica impreparata ma arrogante al tempo stesso.

Ricapitoliamo, chi ha usato le armi chimiche?

Nella sostanza, l’uso delle armi chimiche sarebbe stato un atto illogico, irrazionale e controproducente per le forze siriane. Ciò dovrebbe bastare a spiegare perché dietro a quell’azione non ci fu il Governo di al-Assad, bensì i gruppi islamisti (da al-Nusrah all’Isis), sostenuti da quei terzi attori di cui ho fatto cenno. E che i fondamentalisti, sostenuti da Turchia e alcuni Paesi del Golfo, abbiano usato le armi chimiche non deve stupire; io almeno non sono rimasto sorpreso da quell’evento poiché tutto lasciava intendere la volontà di un’escalation di violenza e brutalità nella condotta della guerra e la ricerca di un casus belli – da parte di Turchia e Arabia Saudita che oggi continuano ad appoggiare gli stessi gruppi jihadisti – che portasse la Comunità Internazionale e gli Usa a intervenire militarmente; e i fatti più recenti lo confermano.

Come?

La Siria – come tutto il Medio Oriente – così come l’abbiamo conosciuta non esisterà più dal punto di vista politico e geografico; ma anche sul piano sociale quella Siria non esiste più. Qualcosa di nuovo la sostituirà, difficile dire cosa, ma quelle minoranze che sino ad ora erano tutelate dal regime degli al-Assad pagheranno un caro prezzo.

A colpire le minoranze c’è Isis o Is (Stato Islamico) dal 2014. Può spiegarci meglio chi lo finanzia e chi lo favorisce?

Le origini dell’Isis affondano le radici nella Seconda Guerra del Golfo, con l’invasione statunitense, e nel fallimento della gestione dell’Iraq post-Saddam. Ma ciò che è importante è non cadere nell’errore di considerare l’Occidente, e in particolare gli Stati Uniti, come unici responsabili di quanto sta avvenendo. Se è vero che gli Stati Uniti hanno dato il via a un processo di destabilizzazione regionale a partire dal 2003 (con forti e diretti effetti globali), è altresì vero che a incrementare il livello di conflittualità hanno contribuito le ambizioni dei Paesi del Golfo e la competizione di questi con l’Iran: la somma di queste dinamiche è all’origine della destabilizzazione dell’intera area del Grande Medio-Oriente. Solamente errori, nessun successo.

Quindi, la guerra ‘sbagliata’ in Iraq, senza presenza di armi chimiche come denunciò per primo l’ex ambasciatore Joseph Charles Wilson, si è unita agli interessi dei Paesi del Golfo, avviando la disintegrazione del Medio Oriente.

Una destabilizzazione regionale dagli effetti globali che è stata favorita, inizialmente, dall’incapacità attiva di un Occidente e, successivamente, dall’inattività dello stesso Occidente, non in grado di assumersi le responsabilità degli errori commessi negli ultimi quindici anni, dalla guerra in Afghanistan, all’Iraq, alla Libia e al contempo incapace di limitare l’influenza dei Paesi del Golfo (e della Turchia) su un conflitto in fase di inarrestabile espansione.

Torniamo a cos’è Isis nello specifico.

L’Isis si presenta a noi oggi come Stato Islamico propriamente detto, in combinazione con alcune forti spinte autonomiste locali. È un proto-Stato teocratico sunnita de facto che detiene il monopolio della violenza, gestisce una propria economia legata al petrolio (con introiti giornalieri da uno a quattro milioni di dollari), amministra la ‘giustizia’, riscuote le tasse, offre servizi pubblici a una popolazione stimata di sei milioni di abitanti, tra Iraq e Siria, e riesce, attraverso la tecnica del franchising, a estendere la propria presenza all’interno del ‘Grande Medio Oriente’ (dal Subcontinente Indiano al Nord Africa), in un rapporto di reciproca legittimazione con gruppi jihadisti locali e in contrapposizione/competizione con al-Qa’ida.

Dunque Isis è terrorismo?

Meglio definirlo ‘State-sponsored terrorist group’, o meglio ancora ‘jihadismo insurrezionale’, o meglio ancora ‘nuovo terrorismo insurrezionale’ il cui fine ultimo è di natura politica: l’istituzione di un Califfato Islamico così come fu in passato. Dov’è l’Isis oggi? Tre gli sviluppi dell’Isis: uno sul piano reale, in Syraq e oltre (fenomeno regionale, transnazionale e anti-nazionale); uno sul piano virtuale (una realtà puntiforme del Grande Medio Oriente e Africa Sub-sahariana); infine, uno sul piano della percezione: l’Isis è ovunque, minaccia globale. Quali capacità ha? Politiche: gestione minimale di un territorio di 250mila kmq, popolazioni, economia. Militari: buona capacità offensiva, discreta capacità difensiva, limitata capacità logistica. E’ in grado di gestire due fronti convenzionali (uno contro i peshmerga curdi e l’altro contro Hezbollah), e fronti non convenzionali (Al-Qa’ida/al-Nusra, e i ribelli cosiddetti ‘moderati’). Comunicative: ripete gli schemi comunicativi occidentali attraverso i social network.

Come si finanzia?

Oggi l’Isis ha entrate stimate da uno a tre milioni di dollari al giorno garantite dalla vendita di petrolio e gas, attraverso i pozzi nel Syraq. Estrae circa 20mila barili al giorno per entrate stimate di 250mila dollari quotidiani (erano 80mila barili giornalieri pari a un milione di dollari prima dell’intervento della Coalizione, nel giugno 2014). Il petrolio viene trasportato da Mosul (Iraq) ad Azmar (Siria) per la raffinazione, anche se una parte ritorna da Azmar a Mosul al fine di soddisfare i bisogni di una popolazione di 2milioni di abitanti. Il restante è esportato illegalmente in Turchia dalla Siria attraverso 500 micro-oleodotti. Altra fonte di finanziamento è la finanza islamica a cui si sommano gli enti caritatevoli e le istituzioni religiose, per un totale di 40 milioni in donazioni (prevalentemente da Qatar – quello che sta facendo incetta di immobili in Italia – Arabia Saudita e Kuwait). Segue un’altra fonte di finanziamento che è rappresentata dal contrabbando di reperti archeologici: 4mila i siti sotto il controllo dell’Isis, un terzo delle aree archeologiche dell’Iraq, con danni irreversibili a beni Patrimonio dell’Umanità. Infine, contribuiscono alle entrate dello Stato Islamico le estorsioni e i rapimenti (locali e stranieri, per un ammontare di circa 125 milioni di dollari) e il traffico di esseri umani anche attraverso il Mediterraneo. In tale spiacevole dinamica l’Italia ha ‘involontariamente’ contribuito ad alimentare il mercato di esseri umani attraverso l’Operazione Mare Nostrum e, ancora, con Frontex.

Gli operatori umanitari ritengono che Mare Nostrum non fosse sufficiente, ma che abbia salvato più vite di Frontex. Molti di loro chiedono un corridoio umanitario.

E’ difficile che si realizzi e, comunque, solamente alla fine di un processo lungo.

Quale? Si può ancora sperare in una gestione pacifica e diplomatica della situazione libica? Qual è la reale posizione del governo italiano? Sembra esserci una gran confusione.

Sperare è bene, ma non basta. È necessario agire, con fermezza, consapevolezza e responsabilità, ma al momento mancano tutte queste caratteristiche. Di certo il Governo Renzi, al di là delle belle ed efficaci parole, non ha fatto nulla, poiché difetta in capacità di comprensione delle dinamiche di un fenomeno complesso, che viene affrontato agendo sui sintomi anziché sulle cause. Il problema non è la Libia, ma il Medio Oriente allargato, la diffusione del fenomeno ‘glocale’ dell’Isis&Co. Ovvero, lo sviluppo evolutivo dell’Isis in Syraq, che va a sovrapporsi a conflittualità locali, tribali. La crisi in Libia è locale, ma alimentata da dinamiche transnazionali che coinvolgono la Tunisia, l’Algeria, il Syraq, ecc. Anche in Libia, come in Siria prima, è in corso una trasformazione del conflitto, da guerra civile a ‘proxy-war’. E dal futuro della Libia discende quello italiano.

Quali ipotetici scenari potrebbero realizzarsi e quali ipotetiche risposte da parte dell’Italia?

Un primo scenario potrebbe prevedere un accordo tra le due principali parti, i Governi di Tobruk (riconosciuto dalla Comunità Internazionale) e Tripoli, ammesso che l’eterogeneità delle fazioni lo consenta, e un percorso negoziale finalizzato a nuove elezioni politiche. Ma senza senza l’intervento di un attore terzo è un’ipotesi improbabile. Un secondo scenario potrebbe essere di scontro aperto tra le parti, conseguente guerra civile e vittoria del competitor più forte, con correlato rischio di ‘guerra per procura’ di lungo termine: ipotesi possibile. Infine, un terzo scenario potrebbe prevedere l’intervento diretto della Comunità Internazionale, avallato dall’ONU, con previo accordo di massima tra le due principali fazioni e l’avvio di un’operazione di peacekeeping/enforcement (mantenimento della pace e uso della forza, ndr.) le cui conseguenze contemplerebbero il rischio di richiamo del jihadismo globale: ipotesi probabile, più verosimile, con un impegno di medio-lungo periodo.

Lei, da analista, quale scenario auspicherebbe?

Io suggerirei, previa approvazione delle Nazioni Unite e delle due parti libiche, che si limiti al peacekeeping, ma non escludo che si evolverà nell’enforcement. L’Italia ha già la capacità di intervenire militarmente, nel contesto di un’ampia alleanza, in un quadro così legittimato. La decisione fu presa quando Pinotti fece l’annuncio.

Cioè si procede verso una nuova guerra?

L’Italia è oggi di fronte a un bivio, fra un approccio attendista e uno attivo. Un atteggiamento attendista potrebbe comportare la perdita dell’accesso privilegiato alle risorse energetiche della Libia, e imporrebbe l’assunzione di un ruolo passivo e subordinato sul piano politico-strategico; l’accettazione di un’agenda politica esterna; una condizione di vulnerabilità sui piani energetico, politico (settore Mediterraneo), della sicurezza nazionale. In alternativa, l’Italia potrebbe accettare un ruolo attivo nel processo di stabilizzazione che le riserverebbe un ruolo (politico, economico e militare) di leadership/co-leadership; le consentirebbe di avviare relazioni privilegiate con gli attori mediterranei; renderebbe opportuna una presenza e un ruolo di comando e controllo in Libia attraverso l’istituzione di ‘basi umanitarie’ o Paesi limitrofi e ‘strategiche’ sotto la bandiera dell’ONU. Queste ultime sarebbero accettabili per l’opinione pubblica attraverso una narrativa positiva incentrata sul duplice messaggio di ‘prevenzione delle tragedie in mare’ e di ‘lotta al terrorismo’. Inoltre, potrebbero agevolare il contrasto alla tratta di esseri umani attraverso il Mediterraneo; il controllo delle frontiere, in coordinamento con Frontex; una limitazione nell’afflusso del jihadismo di ritorno/migrante; il rafforzamento delle forze di sicurezza locali; la sicurezza degli interessi strategici nazionali.

Riassumendo, lei quale soluzione propone?

La soluzione non è tentare di risolvere la questione libica in sé, bensì avviare un graduale processo di stabilizzazione regionale, che definisca un livello di conflittualità gestibile e accettabile, e che tolga al fenomeno fondamentalista lo spazio di manovra vitale. Un primo passo deve condurre alla definizione di una strategia di ‘stabilizzazione indiretta’ della Libia, attraverso un’ampia iniziativa politico-diplomatica ed economico-sociale in funzione anti-Isis, pur con il complementare (e non principale) ricorso allo strumento militare. Il secondo passo deve portare all’unione degli sforzi in Libia con la lotta anti-jihadista nel Sahel, attraverso la cooperazione dei soggetti regionali interessati alla stabilizzazione e al mantenimento dei legami con l’Occidente. Ciò richiede una capacità di adattamento alla flessibilità delle attuali dinamiche socio-politiche. Nel concreto è opportuno non escludere l’accoglimento di quelle istanze autonomiste che potrebbero spingere verso una Libia molto diversa da quella che abbiamo conosciuto. La geografia politica è cambiata, di questo dobbiamo farcene una ragione: l’intera area MENA (Medio Oriente e Nord Africa) è in fase di ridefinizione, cambiano gli equilibri, le convenienze e i confini.

Torniamo all’aspetto umano e umanitario. Quasi ovunque sui media e nei talk show generalisti italiani si allarmano lettori e spettatori parlando di «invasione di migranti», «bombardamenti ai barconi», e altre affermazioni non realistiche, sbagliate o razziste. Cosa si rischia in realtà?

Sul fenomeno migratorio va fatto un opportuno quanto necessario distinguo fra richiedenti asilo politico e immigrazione illegale. I primi devono essere aiutati sulla base di un condiviso sforzo europeo; la seconda deve essere regolamentata, sia a livello nazionale sia a livello europeo, e basata su ingressi controllati e pianificati. E’ un dato di fatto che noi italiani siamo incapaci, sul piano politico quanto su quello giuridico, di gestire un fenomeno di tale portata. Lo dimostra il fatto che gli ‘immigrati irregolari’ vengano forniti di foglio di via e lasciati liberi di muoversi all’interno del territorio nazionale e, dunque dell’Europa. Le norme nazionali devono essere riviste. Altra questione è il legame migrazione-terrorismo, che non può essere escluso a priori sulla base di approcci ideologici alimentati da pressapochismo, incompetenza e irrazionalità. È sufficiente guardare ai fatti più recenti: l’intelligence britannica ha confermato che gli jihadisti in uscita dall’Europa utilizzano l’Italia per unirsi allo Stato islamico; per evitare i controlli negli aeroporti i volontari del jihad, passano la Manica via traghetto in Francia, poi attraversano l’Italia e raggiungono in nave prima la Tunisia per poi passare via terra in Libia, loro meta finale. Di fatto, percorrono la rotta inversa a quella dei migranti in fuga dalle coste del Nord Africa, tra i quali noi oggi non possiamo escludere la presenza di jihadisti, al di là della solita retorica dell’accoglienza per tutti e a tutti i costi – da un lato – e dell’allarmismo xenofobo leghista – dall’altro.

Come si può rendere nuovamente il Mediterraneo un’area di convivenza e non più una vergogna, un cimitero?

Per prima cosa accettando che ciò richiederà un tempo medio-lungo, inutile illudersi nell’idea di un Mediterraneo stabile nel breve periodo: l’apice dell’instabilità deve ancora arrivare e noi saremo impreparati. Come operare dunque? Sono convinto che la soluzione debba passare – come dicevo prima – attraverso una soluzione politico-diplomatica che preveda l’uso dello strumento militare a difesa dell’interesse nazionale, dei traffici commerciali, dell’accesso alle risorse energetiche di cui l’Italia necessita, del controllo delle frontiere esterne dell’Europa. L’Italia dovrebbe stare in prima linea, ma non fa nulla di concreto perché c’è il rischio di impopolarità, il ché si traduce in minori voti alle elezioni. Siamo dei tattici senza strategia, o con una strategia fluida, e il nuovo Libro Bianco della Difesa lo confermerebbe (linea strategica del ministero della difesa, firmato dal Ministro Pinotti e con prefazione del Premier Renzi, presentato ufficialmente ma non ancora reso pubblico).

Intanto in Italia l’ignoranza, su ciò che sta realmente accadendo nel Mediterraneo, regna sovrana insieme con la xenofobia. Solo per citare qualche esempio, alcune persone non prendono la metropolitana per paura di attentati Isis, come ai tempi dell’11 settembre 2001. Altri si lamentano per i bambini stranieri nelle scuole.

Quando sono a Milano prendo sempre la metropolitana, così a Roma e a Torino; e continuerò a farlo, pur nella consapevolezza che a fronte di limitate probabilità non si possa escludere la possibilità di qualche azione terroristica. In fondo, l’obiettivo ricercato dal terrorismo consiste nell’instillare paura, terrore appunto. In questo il fenomeno transnazionale di Isis&Co. – un premium brand in franchising che unisce differenti sigle, correnti, gruppi – è riuscito nel suo scopo. È tanto, ma non abbastanza; infatti l’Isis vuole di più, sempre di più. È una questione di tempo e anche l’Italia sarà oggetto di attacchi, azioni tipiche del terrorismo contemporaneo. Non servono i battaglioni di miliziani che sbarcano sulle coste italiane; sono sufficienti i lone-wolf, jihadisti della porta accanto capaci di colpire in ogni momento, animati da entusiastico fervore religioso e ubriacati dall’idea di un Islam purificatore. Spesso, non sempre, dei disadattati, emarginati sociali, frustrati. È un problema di integrazione o mancata integrazione? Non è solo questo. Un interessante studio presentato qualche mese fa al CASD-CeMiSS (Centro Alti Studi per la Difesa-Centro Militare di Studi Strategici) analizza i numeri del cosiddetto jihadismo di ritorno (quello dei volontari che rientrano in Europa dopo aver combattuto in Syraq) e mette in evidenza come in termini percentuali siano proprio i Paesi ad aver adottato una politica per l’integrazione, che viene considerata come la più favorevole, ad aver fornito il maggior numero di jihadisti in rapporto al numero di musulmani per abitanti totali. Ad esempio, la Danimarca ha agevolato il rientro degli stessi jihadisti fondamentalisti – quei seviziatori e tagliatori di teste che abbiamo visto su youtube e youreporter – attraverso una politica di reinserimento sociale che da più parti è stato etichettato come jihad-friendly. Con quali risultati di disincentivazione? Con quali garanzie? Dunque, non è a quel modello che dobbiamo guardare, bensì a una soluzione razionale e responsabile.

Quale?

La vera integrazione, questo è il mio pensiero, è un processo a medio-lungo termine, che può dare frutti solamente inserendo soggetti stranieri in un contesto culturale favorevole e omogeneo. In questo modo si consente quel reciproco scambio – e dunque arricchimento – culturale; in caso contrario è impoverimento, da cui nasce emarginazione, conflitto. L’approccio buonista di breve periodo non tiene conto degli sviluppi e delle dinamiche sociali sul medio e lungo termine. Il numero di stranieri per classe è un fattore da considerare, ma solamente perché è importante che le nuove generazioni si sentano italiane e non frutto di un ‘mix culturale’ confuso. Gli stranieri vanno integrati tra italiani e non tra stranieri. Ritengo che l’integrazione positiva e non la multiculturalità garantiscano lo sviluppo di una società che rispetta e ama sé stessa: dunque non senegalesi, marocchini, peruviani come gruppi a sé stanti, ma italiani di origine senegalese, marocchina e peruviana.

Non ghetti culturali?

Esattamente.

Il leader della Lega Nord, Matteo Salvini, appare come il politico più ospitato in televisione da alcuni mesi. Diversi media alimentano la paura, diffondendo anche notizie sbagliate. I migranti sono il capro espiatorio del nostro tempo, come gli ebrei a fine Ottocento e nella prima metà del Novecento?

Matteo Salvini ha gioco facile in questo momento, dove – come sempre avvenuto – le ragioni della crisi (economica, sociale) vengono attribuite a soggetti diversi/stranieri, il capro espiatorio, così come avvenuto nel Secolo scorso, per esempio, con gli ebrei. Salvini sfrutta le paure collettive e la crescente rabbia sociale, non propone soluzioni concrete, bensì esalta il problema, amplificandone gli effetti, spostando l’attenzione altrove. Ci sono momenti della storia in cui, a fronte di problemi concreti, la società si lascia attrarre dalle voci estremiste, che sempre portano a soluzioni più fallimentari di quelle che le hanno generate. E’ solo dopo il fallimento di queste – spesso al termine di un processo autodistruttivo e violento – che la società va alla ricerca delle posizioni moderate, quelle stesse che aveva emarginato, lasciando spazio di manovra. In questo momento valuto come pessimo il ruolo dei media nostrani che, per ragioni di audience, garantiscono spazio e voce a uomini mediocri come Salvini, che esaltano principi xenofobi, violenti, autodistruttivi. E i media, con poche eccezioni, precipitano in quella stessa mediocrità trascinando parte di quell’opinione pubblica, che possiamo definire passiva, in quello che lentamente si trasforma in una sorta di fondamentalismo e isteria collettiva.

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