sabato, ottobre 21

Greenpeace: davvero “paladini dell’ambiente”?

0
Download PDF

L’Organizzazione Non Governativa Greenpeace è divenuta, negli anni, uno dei più celebri simboli della lotta ambientalista per la salvaguardia del nostro pianeta. C’è però chi solleva pesanti dubbi sul suo operato: si tratta del Centro Studi Strategici Carlo de Cristoforis (CESTUDEC) che, in collaborazione con la francese École de Guerre Économique, ha pubblicato uno studio dal titolo ‘GREENPEACE – Une ONG à double-fond(s)? Entre business et ingénierie du consentement. In questo studio, l’autore, Thibault Kerlizin, svolge una dettagliatissima analisi (171 pagine) che rischia di macchiare pesantemente l’immagine della ONG.

Fondata nel 1971 a Vancouver, in Canada, Greenpeace è stata una delle prime ONG ad occuparsi principalmente di questioni ambientali. L’ambientalismo, infatti, aveva appena cominciato a muovere i suoi primi passi come reazione alla enorme spinta industriale degli anni ’60.
In un primo momento, la ONG canadese si concentrò sulla lotta agli esperimenti nucleari ma, in poco tempo, grazie alla spettacolarità dei propri interventi e alla conseguente visibilità mediatica che ne derivò, Greenpeace ampliò il suo campo di interesse ad una gamma ben più ampia di questioni: dalla difesa degli ecosistemi marini dall’inquinamento e dalla pesca indiscriminata alla lotta contro i grandi colossi petroliferi, dall’impegno contro il surriscaldamento del pianeta al contrasto alla diffusione degli Organismi Geneticamente Modificati.

Dopo un momento di crisi alla fine degli anni ’70 e una forte ripresa negli anni ’80, l’ONG, con il nome di Greenpeace International, spostò la sua sede principale prima a Londra e poi ad Amsterdam, città con un regime fiscale estremamente vantagioso. Gli anni ’80, in effetti, segnarono non solo la forte crescita Greenpeace, ma anche il proliferare di numerosissime ONG: dopo gli anni della contestazione (’60-’70), gli anni del cosiddetto ‘riflusso’ portarono alla comparsa di numerosi gruppi non governativi che, però, anziché essere orientati alla lotta politica, trovarono la propria strada nella difesa di ideali più ‘trasversali’ come, appunto, l’Ambientalismo. Allo stesso modo, anziché strutturarsi come partiti (più o meno tradizionali), i nuovi movimenti trovarono molto più idonea la formazione di ONG.
Molte di queste organizzazioni, non sopravvissero che pochi anni a causa della struttura basata principalmente sul volontariato. Anche questa fu una delle ragioni del successo di Greenpeace che, nata già da una decina di anni, aveva oramai guadagnato una visibilità mediatica (tra l’altro piuttosto benigna) che gli garantiva un discreto gettito di donazioni e, di conseguenza, la sopravvivenza.
La grande visibilità mediatica e il grande afflusso di denaro, però, portarono anche ai primi problemi interni: dopo l’espulsione di uno dei soci fondatori, Paul Watson, nel 1977, a causa della sua linea dura, nel 1986 un altro socio fondatore, Patrick Moore, decise di abbandonare la ONG a causa delle posizioni troppo ideologiche adottate dai militanti.

Oggi, Greenpeace è certamente una delle ONG più conosciute al mondo ed è presente in più di quaranta Paesi. Nonostante l’immagine positiva che l’Organizzazione riesce generalmente a proiettare sull’opinione pubblica, il CESTUDEC e l’École de Guerre Économique avanzano i loro dubbi. Nell’indagine di Thibault Kerlizin si analizzano tre episodi in cui le azioni di Greenpeace non sembrerebbero essere state portate avanti al solo fine di difendere l’ambiente. Inoltre, viene posto l’accento sul carattere fortemente centralizzato ed ideologico dell’Organizzazione, sulla poca chiarezza dei fondi e sulla scarsa validità scientifica dei propri studi.

Secondo lo studio del CESTUDEC, l’aspetto ideologico e quello mediatico sono fortemente interconnessi. Questa organizzazione, che oramai può essere definita una ‘multinazionale verde‘, tende ancora a dipingersi come un piccolo gruppo di eroi determinati a combattere contro un potere politico ed economico che non vuole far altro che sostenere i propri interessi contro quelli della collettività e del pianeta stesso: “Davide contro Golia”.

A ben vedere, però, questo “Davide” non sarebbe poi così piccolo e sembrerebbe non esitare a ricorrere a metodi opinabili per far apparire mostruosi i propri avversari. L’atteggiamento estremamente ideologico dei dirigenti e dei militanti sarebbe la causa, secondo la ricerca di Kerlizin, di una serie di studi del tutto approssimativi o, in ogni caso, portati avanti senza rigore scientifico e addirittura manipolati: tramite la diffusione di tali studi, Greenpeace tenderebbe a creare immagini distorte della realtà volte a dipingere il proprio avversario molto più potente e subdolo di quanto non sia e a creare allarmismo nell’opinione pubblica. Un caso su tutti può dare l’idea della pratica. Nel 2006, l’ONG pubblicò per errore un documento incompleto sui rischi legati all’energia nucleare: il testo, riportava una scritta tra parentesi che indicava un punto da completare «nella maniera più allarmistica e catastrofica possibile». Oltre a questo caso, lo studio del CESTUDEC ne riporta altri in cui la scientificità dei dati riportati da Greenpeace è stata in seguito contestata e smentita scientificamente. Nonostante ciò, la buona immagine mediatica della ONG avrebbe fatto sì che questa non ne uscisse danneggiata.

L’altro punto centrale è quello che riguarda i fondi della ONG. In primo luogo, lo studio di Kerlizin mostra come, in realtà, solo una piccola parte delle spese dell’Organizzazione vada effettivamente ad essere investita nei progetti di salvaguardia dell’ambiente: la gran parte del denaro di Greenpeace servirebbe, dunque, a mantenere in vita la grande macchina amministrativa di Greenpeace stessa.

Il punto più controverso, però, è quello che riguarda l’origine dei fondi: Greenpeace dichiara di accettare donazioni solo da parte di individui privati e di rifiutare la collaborazione di aziende e istituzioni pubbliche. Un discorso a parte dev’essere fatto per le fondazioni, i cui fondi sono accettati dalla ONG. Il fatto che alcune delle fondazioni che finanziano Greenpeace facciano capo ad interessi economici di famiglie come i Rockefeller, secondo lo studio del CESTUDEC, getterebbe un’ombra sulle vere ragioni di tutta una serie di interventi svolti dagli ambientalisti negli ultimi anni.

Lo studio analizza in maniera approfondita tre casi (due dei quali contro il colosso francese del petrolio Total) e mette in evidenza come, in tutti questi, numerosi fondi fossero stati sborsati da elementi che avevano interesse a danneggiare un pericoloso concorrente. Per questo, è stata clonata la definizione di ‘Mercenari Verdi‘: secondo lo studio del CESTUDEC, insomma, Greenpeace si presterebbe ad intraprendere azioni di danneggiamento dell’immagine contro alcuni colossi industriali per conto di altri colossi industriali che, indirettamente, la finanzierebbero.

La questione apre diversi interrogativi.
Da un lato, è possibile che, per ottenere il conseguimento dei propri fini, Greenpeace sia disposta a sfruttare qualsiasi fonte di sostentamento seguendo l’antico principio dell’Arte della Guerra secondo cui «il nemico del mio nemico è mio amico», e non disdegnerebbe dunque di agire da ‘mercenario’ per conto terzi, purché l’obiettivo sia già nella sua lista. Non si dimentichi che la ONG, oggi, è arrivata ad avere un apparato amministrativo decisamente consistente e che il mantenimento di tante persone non può che richiedere grandi somme di denaro che potrebbero essere difficili da reperire senza l’intervento di importanti ‘clienti’.
D’altro canto, la deriva liberista che ha investito tutti i Paesi sviluppati a partire dagli anni ’80 (non si dimentichi il celebre «meno Stato, più Mercato» del Presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan) ha fatto sì che qualsiasi emergenza, sia essa ambientale o sociale, economica o umanitaria, possa essere vista come un’occasione di guadagno. Se si pensa alle vicende giudiziarie degli ultimi anni (che recentemente stanno tornando ad occupare le prime pagine dei giornali) riguardanti il salvataggio e l’accoglienza dei migranti che tentano di attraversare il Mediterraneo, si capisce come non sia assurdo pensare che grandi ONG a carattere multinazionale, per sopravvivere in un mondo sempre più pieno di gruppi ambientalisti di varia natura, possano essere tentate di trarre giovamento dalle rivalità tra le varie industrie: come sottolineato anche dallo studio del CESTUDEC, infatti, la concorrenza con altri gruppi ambientalisti sarebbe una delle cause delle strategie discutibili adottate da Greenpeace negli ultimi anni.

Che si tratti di un atteggiamento machiavellico, che tenta perseguire i propri scopi sfruttando le rivalità dei propri avversari, o della conseguenza del mondo estremamente liberista in cui viviamo, dove tutto è mercato, l’attuale questione sembra andare al di là di Greenpeace e ci pone di fronte ad una serie di quesiti sul ruolo, sull’operato e sullo status legale delle ONG oltre che sul loro rapporto con i Governi.

Commenti

Condividi.

Sull'autore