domenica, settembre 23

Gli Usa di fronte all’incognita dell’esercito comune europeo L'iniziativa della Germania rappresenta un grosso dilemma per Washington

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Mesi fa, Donald Trump e Angela Merkel si resero protagonisti di un duro scambio di battute a distanza. Il primo rimproverava alla Germania di aver approfittato senza ritegno delle caratteristiche dell’euro per gonfiare il proprio export a livelli mai visti in precedenza, mentre la seconda rispose per le rime stigmatizzando la politica estera condotta dagli Stati Uniti nel corso degli ultimi anni e richiamando l’attenzione generale sulla necessità di forgiare una forza di difesa europea in grado di tutelare gli interessi strategici del ‘vecchio continente’.

Il pronunciamento del cancelliere suscitò forte irritazione nei corridoi di Washington, perché la politica europea portata avanti dagli Stati Uniti a partire dal secondo dopoguerra si è sempre fondata sulla necessità di mantenere solidi i legami tra le due sponde dell’Atlantico e mantenere l’Europa in un ruolo di subordinazione strategica nei confronti degli Usa. Nel 1945, non a caso, il prevalere della linea del containment elaborata da George F. Kennan e l’applicazione del Piano Marshall comportarono la marginalizzazione del progetto patrocinato dal segretario al Tesoro Henry Morgenthau, rivolto a colpire pesantemente la potenza economica tedesca, e del generale Douglas MacArthur, capo del Supreme Command Allied Powers in Giappone, che intendeva smantellare i conglomerati monopolistici noti come zaibatsu. L’implementazione di questa politica richiedeva in primo luogo che l’Unione Sovietica rimanesse tagliata fuori dai compiti gestionali della Germania, ma ciò era impensabile, visti e considerati gli interessi che Mosca aveva nei confronti dello Stato tedesco e specialmente alla luce dell’aspra diatriba verificatasi nel 1948, quando gli Usa introdussero una nuova moneta, il deutschemark, nelle zone tedesche sotto controllo occidentale spingendo l’Urss a decretare il blocco di Berlino.

La soluzione più praticabile per superare lo stallo fu individuata nella divisione della Germania in due zone di influenza, la cui parte occidentale sarebbe dovuta divenire un polo industrialmente forte con l’aiuto della Francia, nonché guidato dalle stesse classi imprenditoriali del periodo nazista e dotato di un suo spazio europeo verso cui esportare. D’altro canto, l’appoggio al Giappone si rivelò molto urgente in seguito all’affermazione in Cina dei comunisti guidati da Mao Zedong a scapito del Kuomintang di Chiang Kai-Shek. La spettacolare ripresa del Giappone fu peraltro favorita dallo scoppio della Guerra di Corea del 1950, la quale portò Washngton a lanciare una forte spinta al riarmo (nel 1952/1953, gli Usa destinarono alle spese militari il 15% del Pil, dopo aver trainato la corsa al riarmo della Nato, con la spesa militare dei Paesi membri che passò dai 38 miliardi di dollari del 1949 ai 108 miliardi del 1952) che produsse ripercussioni estremamente benefiche sul Paese nipponico.

Come osserva il professor Alfred McCoy: «dopo aver assunto il controllo delle estremità assiali della ‘isola-mondo’ da Germania nazista e Giappone imperiale nel 1945, nei successivi 70 anni gli Stati Uniti hanno innalzato numerose barriere militari per contenere Cina e Russia nel cuore eurasiatico […]. Fondamentale per il contenimento della potenza terrestre sovietica sarebbe stata l’Us Navy. Le sue flotte avrebbero circondato il continente eurasiatico, integrando e quindi soppiantando la marina inglese: la Sesta Flotta si è stabilizzata a Napoli nel 1946 per controllare l’Oceano Atlantico e il Mar Mediterraneo; la Settima Flotta a Subic Bay, nelle Filippine, nel 1947, per sorvegliare il Pacifico occidentale; la Quinta Flotta è di stanza in Bahrain, nel Golfo Persico, dal 1995. A fianco di ciò, i diplomatici statunitensi hanno stretto una serie di alleanze militari: Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord (1949), Organizzazione del Trattato del Medio Oriente (1955), Organizzazione del Trattato dell’Asia del Sud-est (1954) e Trattato di Sicurezza Nippo-Statunitense (1951). Nel 1955 gli Stati Uniti avevano messo in piedi una rete globale di 450 basi militari dislocate in 36 Paesi allo scopo di arginare il blocco sino-sovietico dietro una cortina di ferro che coincideva in modo sorprendente ai rimland di Mackinder nel continente eurasiatico».

La Guerra di Corea spinse Washington ad esercitare pressioni su Parigi affinché digerisse il riarmo della Germania Ovest, considerata dagli Usa la prima linea di difesa dell’Occidente dalla minaccia sovietica. In Francia era però ancora fortissimo il timore dell’ascesa tedesca, e così l’Eliseo, già prostrato per la débâcle di Dien Ben Phu in Vietnam, decise di affossare il progetto della Comunità di Difesa Europea (Ced), che secondo i piani statunitensi avrebbe dovuto comprendere la Germania occidentale ed essere ovviamente integrata nella Nato. Maturò così la convinzione, piuttosto diffusa in tutta l’Europa occidentale, che il ‘vecchio continente’ non si sarebbe più dovuto occupare di affari internazionali e militari, ma avrebbe dovuto invece approfittare della ‘protezione’ garantita dagli Usa per impiegare tutte le risorse disponibili allo sviluppo economico e sociale.

Fu in questo contesto che venne elaborato il piano per la cosiddetta ‘unità europea’, in base alle idee di personaggi quali Robert Schu­man e, soprattutto, Jean Monnet, il fiduciario dei grandi oligopoli finan­ziari europei e statunitensi che, pur non essendosi mai can­didato a rico­prire alcuna carica pubblica, è riuscito ad esercitare una pe­santissima influ­enza sugli orientamenti che hanno condizionato la storia d’Europa. Nel 1952, Monnet fu nominato presidente dell’Alta Autorità per la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (Ceca), incarico che gli permise di ge­stire il bacino minerario della Ruhr, di cui nell’immediato do­poguerra aveva suggerito il commissariamento, da affidare a un ente sovra-nazio­nale. Occupando il vertice di questa nuova struttura, Monnet inten­deva arrogarsi il diritto di gestire autonomamente la produzione del car­bone e dell’acciaio in Francia e in Germania, sostenendo apertamente che ciò «in­globa uno scopo politico essenziale: apre nel muro delle sovranità nazio­nali una breccia abbastanza piccola da incontrare acquiescenza, ma larga abbastanza da condurre verso la direzione richiesta». Dopo aver aperto questa crepa nel ‘muro delle sovranità nazionali’, Monnet caldeggiò la formazione di un forte esercito comunitario, nonché la costituzione di un organismo incaricato di controllare e discipli­nare lo sviluppo dell’energia nucleare (l’Euratom). Egli promuoveva inol­tre l’integrazione economica e politica dei Paesi del ‘vecchio continente’ in base a principi che sono stati poi vigorosamente riproposti dalla Com­missione Trilaterale; le teorie di Monnet sono alla base, oltre che delle (già citate) Ceca ed Euratom, anche della Comunità Europea di Difesa (Ced), del mercato unico, dell’euro e del Trattato di Schengen. «Le nazioni euro­pee – sosteneva Monnet – dovrebbero essere guidate verso un super-Stato senza che le loro popolazioni si accorgano di nulla. Tale obiettivo potrà essere raggiunto attraverso passi successivi ognuno dei quali nascosto sotto una veste e una finalità meramente economica».

Trovò nel generale Charles De Gaulle il più acerrimo dei nemici. Dopo aver condotto la resistenza francese contro gli occupanti nazisti, De Gaulle divenne la guida suprema (sia mo­rale che politica) dei francesi, una posizione che gli consentì di esercitare una radicale opposizione ai piani di Monnet – il quale era impegnato a pa­trocinare la costituzione degli ‘Stati Uniti d’Europa’ controllati dalle varie istituzioni sovra-nazionali – in favore di una linea politica finalizzata a fa­vorire la cooperazione tra i Paesi europei, guidata dalle istituzioni nazionali (governi, parlamenti) democraticamente elette.

De Gaulle era convinto che la costituzione delle entità sovra-nazionali rispondesse al tentativo di commissariare l’Europa, sottraendo il potere politico agli Stati nazionali onde evitare che ricadessero negli stessi tragici errori commessi alla vigilia delle due guerre mondiali. Per questa ragione accusò (non troppo) velata­mente Jean Monnet e i ‘poteri forti’ a lui prossimi per i loro ostinati ten­tativi di dar vita a un «potere sovra-nazionale, reclutato per cooptazione, senza base democratica né responsabilità democratica: qualcosa di simile a una sinarchia». «Sono al lavoro – tuonò ancora il generale De Gaulle – i sinarchisti che sognano un impero multinazionale […], [i quali]hanno concepito nell’ombra e negoziato nell’oscurità per creare un governo apatride su mi­sura della tecnocrazia. Un mostro artificiale, un robot, una creatura di Frankenstein».

Il generale non si limitò tuttavia alla mera opera di denun­cia, dal momento che quando la Commissione Europea avanzò insisten­temente la pretesa di assumere il potere di imposizione tributaria diretta all’interno della Comunità Economica Europea (Cee), egli si mise imme­diatamente di traverso, richiamando i funzionari francesi da Bruxelles ed inaugurando la ‘politica della sedia vuota’ che ridusse per diversi mesi all’impotenza gli apparati europei. Secondo i piani di De Gaulle, Francia e Germania avrebbero dovuto rappresentare i pilastri della cosiddetta ‘Eu­ropa delle patrie’, una comunità estesa ‘dall’Atlantico agli Urali’ destinata ad ac­cogliere tutte le nazioni sovrane ad eccezione dell’Inghilterra, considerata la longa manus degli Stati Uniti nel ‘vecchio continente’. Per garantire piena sovranità e indipendenza alla propria nazione e nel tentativo di dare l’esempio ai governi europei, la Francia di De Gaulle si fece sostenitrice dell’istituzione di un esercito europeo indipendente dalla Nato, mise a punto la force de frappe e si puntò con convinzione all’instaurazione di un rapporto di cordiale collaborazione con l’Unione Sovietica.

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