sabato, dicembre 16

Gli Stati Uniti verso la ‘normalizzazione monetaria’? Ridurre il bilancio della Fed è un compito arduo e gravido di conseguenze

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A febbraio, il Senato Usa sarà chiamato ad esprimersi in merito a Jerome Powell, lo scienziato politico e giurista vicino all’ala moderata del Partito Repubblicano che è stato recentemente individuato da Donald Trump per succedere a Janet Yellen alla guida della Federal Reserve. In qualità di membro board della Fed, Powell ha lavorato per anni a stretto contatto con la Yellen e gode pertanto del sostegno politico del segretario al Tesoro Steve Mnuchin e di larga parte del Senato, oltre che dai maggiori operatori di mercato.

Il che, in caso di approvazione della nomina, contribuirebbe indubbiamente a facilitare il suo ‘ingrato’ compito, consistente nel riportare il bilancio della Federal Reserve ai livelli vigenti subito prima dello scoppio della crisi. Sotto la guida di Ben Bernanke, la Fed reagì alla crisi in accordo con il Dipartimento del Tesoro (retto allora dall’ex dirigente di Goldman Sachs Henry Paulson), inaugurando una politica monetaria iper-espansiva imperniata sul lancio di continui programmi di quantitative easing (alleggerimento quantitativo). Sicché, dal novembre del 2008, la Federal Reserve ha acquistato grosse quantità di Treasury Bond e di titoli di vario genere incrementando il proprio bilancio fino alla cifra stratosferica di 4.500 miliardi di dollari, a fronte degli 869 miliardi registrati nel 2007. Il che ha sospinto alle stelle il prezzo dei Treasury Bond e depresso la loro redditività al di sotto del tasso d’inflazione – nei fatti, chi acquistava bond statunitensi compiva una scelta nettamente anti-economica. In questo modo, la Fed ha pompato un fiume di liquidità a beneficio dei grandi colossi del credito, poiché i titoli riacquistati si trasformano in riserve che le banche sfruttano per garantire i prestiti erogati (che normalmente, attraverso il meccanismo della riserva frazionaria superano di decine di volte il valore delle riserve stesse generando interessi a ciascun istituto di credito per ogni prestito concesso) e, soprattutto, per sostenere massicce operazioni speculative che garantiscono una maggiore e più rapida remunerazione.

Bernanke e il suo staff di consiglieri ritenevano necessario gettare copiose quantità di benzina sui mercati patrimoniali per stimolare quei rialzi di Borsa giudicati indispensabili a rilanciare il mercato edilizio e riattivare così la crescita economica. L’obiettivo era quello di rilanciare il cosiddetto ‘sogno americano’, nella convinzione che agendo in questo modo i ceti medi avrebbero ricominciato a credere con la valorizzazione delle loro case e delle loro pensioni, inestricabilmente legate ai corsi di Wall Street. Ma ciò non ha fatto altro che ricreare condizioni analoghe a quelle precedenti allo scoppio della crisi del 2007-2008 senza produrre risultati sufficientemente apprezzabili sull’economia reale, che vede il Pil crescere a ritmi ben più contenuti rispetto alle previsioni grazie, peraltro, alla sola attività speculativa delle banche e ai consumi dei ceti più abbienti.

La crescita delle bolle azionaria e obbligazionaria rappresenta quindi la naturale conseguenza della politica espansiva varata dalla Fed e dal Dipartimento del Tesoro. La Yellen ha ripetutamente annunciato di voler procedere, attraverso il tapering, a una progressiva normalizzazione monetaria, ma nei fatti nessun apprezzabile rialzo dei tassi di interesse è finora stato decretato nella consapevolezza che ciò avrebbe abbattuto il prezzo dei bond e aumentato notevolmente la loro redditività, caricando lo Stato di considerevoli oneri finanziari. L’economia reale sarebbe inoltre stata strangolata dalla stretta creditizia derivante dall’aumento dei tassi, con conseguente blocco dell’economia reale. Le banche, non potendo più beneficiare della liquidità fornita a buon mercato dalla Fed, si sarebbero trovate in gravi difficoltà mentre i prezzi avrebbero preso a salire, per via del fatto che gli Stati Uniti importano da decenni quasi tutto ciò di cui hanno bisogno, come testimonia lo stato in cui versa la loro bilancia dei pagamenti. I più avveduto operatori di Borsa avrebbero inoltre preso le adeguate contromisure per tutelarsi dagli effetti da un convinto rialzo dei tassi, passando all’incasso sul New York Stock Exchange sotto forma di svendite azionarie suscettibili di far crollare i listini di Wall Street, analogamente a quanto accaduto nel 2001 con lo scoppio della bolla della New Economy.

Non va inoltre dimenticato che la linea politica espansiva promossa dalla Fed ha prodotto un sensibile deprezzamento della valuta statunitense e un considerevole aumento dell’inflazione (abilmente mascherato dagli astrusi metodi di calcolo statistico), cosa che ha incoraggiato un processo di progressiva dismissione generalizzata della moneta Usa. Ragion per cui le misure concordate tra Fed e Dipartimento del Tesoro atte ufficialmente a ridurre la politica monetaria espansiva hanno rappresentato più che altro una forma di rassicurazione verso i cinesi, preoccupati dalle prospettive di svalutazione del dollaro (il lancio del petro-yuan e l’esclusione del dollaro dagli scambi commerciali bilaterali con tutta una serie di Paesi sono indice affidabile della diffidenza cinese verso la moneta Usa), e un chiaro segnale d’apertura lanciato dal governo alle frange più ostili alle prospettive di ulteriore espansione monetaria, che si annidano nelle redazioni dei più prestigiosi giornali economici e nel Tea Party, i cui esponenti sono da sempre fortemente contrari all’indebitamento federale.

Tutto ciò indica quanto arduo sarà il lavoro di ‘normalizzazione monetaria’ che Powell o qualsiasi altro governatore della Federal Reserve sarà chiamato a svolgere.

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