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Gli Stati Uniti e la ‘sorpresa’ Donald Trump

L’alba del giorno dopo. Quali saranno le sfide del prossimo presidente?

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Alla fine, quello che molti consideravano impossibile è accaduto: Donald Trump è stato eletto quarantacinquesimo Presidente degli Stati Uniti, con un notevole scarto rispetto alla rivale, Hillary Clinton. Parallelamente, il Partito repubblicano sembra essere riuscito a difendere con successo la maggioranza congressuale, anche se quest’ultimo risultato era dato in qualche misura per scontato. Si chiudono così – con un apparente rigetto – gli otto anni dell’esperienza Obama. Il nuovo Presidente ha già annunciato la sua intenzione di intervenire in modo profondo sul Paese ereditato dal predecessore. Le linee su cui muoverà restano, tuttavia, incerte, sia sul piano interno, sia su quello internazionale. Una delle maggiori sfide che attende Donald Trump da qui al prossimo 20 gennaio – data dell’insediamento ufficiale – sarà proprio quella di trasformare l’insieme vago e per più aspetti incoerente di slogan che lo ha portato alla Casa Bianca in una piattaforma e un’equipe di governo capaci di raccogliere il consenso di un Legislativo che ha parecchi motivi di risentimento e di una comunità internazionale che guarda con preoccupazione l’‘oggetto sconosciuto’ che per i prossimi quattro anni guiderà la politica statunitense.

In che chiave può essere letta questa vittoria e quali saranno le sue implicazioni per gli Stati Uniti e i loro interlocutori sparsi per il mondo? Come è stato ampiamente rilevato, il successo di Trump è un segnale del malessere profondo che attraversa gli Stati Uniti di oggi; un malessere che affonda buona parte delle sue radici nelle decisioni prese negli scorsi anni dell’amministrazione uscente. Trump, tuttavia, è riuscito a capitalizzare non solo lo scontento per le politiche che Barack Obama ha concretamente realizzato (delle quali la riforma sanitaria è diventata una sorta di epitome) ma, soprattutto, quello legato a ciò che tale politiche configuravano: un modello di Stati Uniti profondamente diverso da quello ‘tradizionale’ e sicuramente molto lontano dall’immagine (ancora largamente diffusa) della ‘potenza indispensabile’. Trump, infine, ha saputo dare voce a quella parte di voto repubblicano che si sente sempre meno rappresentata dalla macchina del partito; in particolare a quanti, in questi anni, hanno visto (o hanno creduto di vedere), il Grand Old Party abdicare alla sua funzione di ‘contenimento naturale’ alla ‘deriva obamiana’, sia sul piano interno sia su quello internazionale.

Da questo punto di vista, l’arrivo di Donald Trump alla Casa Banca interroga non solo il Partito democratico (il cui candidato ha sperperato, nel corso della campagna elettorale, un vantaggio iniziale che rappresentava forse il suo maggiore punto di forza) ma anche quello repubblicano. Inquadrare il nuovo Presidente semplicemente come il prodotto di un ‘populismo’ e/o di un’‘antipolitica’ in ascesa coglie solo parte del problema. In modo simile a quello di altri leader (repubblicani e democratici), Trump è riuscito a costruire una forma di legittimazione carismatica (in senso weberiano) che, sul lungo periodo, gli ha permesso di avere ragione dell’ostilità del suo stesso partito. Trump – in altre parole – ha saputo intercettare meglio dello stesso Partito repubblicano i timori profondi di un Paese all’interno del quale i tradizionali schemi di voto sembrano essere entrati in crisi. Questo fenomeno (che già era emerso nel corso delle primarie) è riemerso con forza nel voto delle scorse ore. In tale ambito, i successi dal candidato repubblicano in pressoché tutti gli ‘swing states’ (anche in quelli come il North Carolina, nei quali la composizione dell’elettorato avrebbe dovuto favorire il suo rivale) costituiscono un segnale importante anche nella prospettiva di futuri appuntamenti elettorali.

Come saranno, quindi, gli Stati Uniti di Donald Trump? Forse più ‘chiusi’, non saranno, tuttavia, con ogni probabilità, il Paese ‘paloconservatore’ descritto da alcuni osservatori. Al di là dei pesi e contrappesi che, nel sistema statunitense, limitano il margine d’azione del Presidente, è la posizione che Washington occupa, oggi, nel sistema internazionale a spingere in questa direzione. Tranne rare eccezioni, una politica di ‘puro’ isolazionismo è fuori dalla portata di qualsiasi Paese; a maggiore ragione se il Paese nutre le ambizioni delineate da Trump per un’America destinata a ‘tornare grande’. Come già osservato, il programma con cui il Presidente eletto si è presentato al voto è abbastanza generico da permettere un ampio spettro di interpretazioni. Le prossime settimane saranno, dunque, fondamentali per comprendere in quale direzione la futura amministrazione si muoverà dopo il suo insediamento. Barack Obama lascia sul tavolo della Casa Bianca una lunga serie di dossier aperti, primi fra tutti quelli relativi al rapporto da intrattenere con Russia e Cina. Saranno questi i banchi di prova per Donald Trump e il suo staff; e dal modo in cui si rapporterà con questi problemi sarà forse possibile capire qualcosa in più intorno all’‘alieno’ appena planato nel ‘salotto buono’ della politica USA.

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