giovedì, aprile 19

Gli Stati Uniti di Donald Trump: l’egoismo di una potenza ‘normale’

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A quasi sei mesi dell’insediamento dell’amministrazione Trump è possibile tentare di fare un primo punto sull’impatto che questo evento ha avuto sulla politica estera e sul ruolo internazionale degli Stati Uniti. Una premessa è, comunque, d’obbligo. Al di là dei timori di molti osservatori, l’arrivo del tycoon newyorkese alla presidenza non ha rappresentato il temuto evento rivoluzionario. Nonostante le dichiarazioni del Trump candidato e nonostante il permanere, in certe occasioni, di atteggiamenti non proprio ortodossi, il Trump presidente si è mosso su molti dossier su una linea di sostanziale continuità con le scelte del suo predecessore. Ciò a conferma di come – nella politica statunitense – vi siano, oggi, alcuni elementi su cui converge un consenso largamente bipartisan. Ciò non significa che, con l’avvento della nuova amministrazione, non vi siano stati cambiamenti. Piuttosto, questi sembrano essersi tradotti, da una parte nella radicalizzazione di alcuni tratti in qualche modo strutturali della politica statunitense, dall’altra nell’enfasi particolare posta su certi temi fortemente simbolici, per esempio quelli legati alle politiche commerciali o ambientali.

In questo senso, la radicalizzazione appare la cifra caratteristica dell’amministrazione attuale. Sul piano interno, essa risponde alla logica che ha portato Trump alla vittoria e che, prima di questa, ha sostenuto la sua campagna elettorale. Essa ribadisce il divario che separa il Presidente dall’amministrazione Obama su tutti i temi che più interessano il suo elettorato di riferimento. Sul piano internazionale, di contro, essa si appare come una sorta di estremizzazione della politica di ripiegamento (‘understretching’) che della  amministrazione Obama era stata uno dei tratti caratteristici. Da questo punto di vista – e nonostante le affermazioni contrarie – Trump appare in larga misura il continuatore di una politica che – avviata dal suo precedessore – mira per prima cosa a ridimensionare le ambizioni imperiali degli anni di George W. Bush e dell’egemonia neoconservatrice. In questa prospettiva, lo slogan del ‘fare l’America nuovamente grande’ ricorda più la riscoperta clintoniana dell’unilateralismo e dell’interesse nazionale che la ‘crociata per la democrazia’ lanciata da Washington dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 e – con più forza – all’epoca dell’intervento in Iraq del 2003.

E’ questa, forse, la ragione delle difficoltà emerse nel rapporto con gli alleati; difficoltà che, pure presenti negli anni dell’amministrazione Obama, erano allora ‘diluite’ in una prospettiva multilateralista che tuttavia è rimasta, in molte occasioni, solo ‘di facciata’. Le critiche mosse a Washington dagli alleati europei per la gestione della crisi libica o quelle degli alleati asiatici in occasione dei test militari nordcoreani del 2013 sono solo due esempi di tale stato di cose. Egualmente critico è stato l’atteggiamento degli alleati verso il presunto assenteismo di Washington ad esempio rispetto alla crisi siriana, anche a fronte di quello che è stato da più parti giudicato come l’eccessivo attivismo rispetto a quella ucraina. In un caso e nell’altro, tuttavia le priorità della Casa Bianca sono state il ‘primo mobile’ delle scelte compiute, coerentemente con un approccio che il Presidente aveva presentato sin di giorni del ritiro delle forze USA dall’Iraq, nel febbraio 2009. Da questo punto di vista, l’importanza attribuita a temi ‘transnazionali’ come l’ambiente, lo sviluppo sostenibile e dell’integrazione economica costituivano solo parte di una agenda più ampia e più chiaramente ‘americanocentrica’.

Al di là dello stile dichiaratamente ‘non presidenziale’ è questa discrasia fra dimensione interna ed esterna l’aspetto più evidente dei primi sei mesi dell’amministrazione Trump. Una discrasia che – dal punto di vista europeo – ripropone la questione già emersa negli anni passati del ruolo da ricoprire in un sistema internazionale in cui il ruolo egemonico tradizionalmente svolto da Washington sembra definitivamente tramontato. Le tensioni latenti fra Stati Uniti e Germania durante il recente G20 di Amburgo sono in larga parte prodotto di tale stato di cose. Il ripiegamento statunitense ha portato a galla, nei diversi scacchieri, nuovi aspiranti egemoni, le cui mire faticano a trovare la loro composizione dentro un quadro economico e politico sempre più frastagliato. Se gli Stati Uniti di Bill Clinton ambivano a sostituire al tradizionale ruolo di egemone politico quello di leader di una globalizzazione vista come intrinsecamente positiva e se – dopo l’avventurismo missionario di George W. Bush – quelli di Obama miravano a porsi come avanguardia di un utopico ordine internazionale post-imperiale, quelli di Donald Trump paiono oggi intenzionati in primo luogo a ribadire il loro status di potenza ‘normale’. E, proprio per questo, molto più ‘egoista’ di quanto non sia stata in passato.

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