mercoledì, settembre 19

Gli esperti di Goldman Sachs in disaccordo sul futuro finanziario degli Usa Gli analisti del gigante di Wall Street prospettano scenari molto diversi tra loro

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Che l’atteggiamento verso la clientela da parte di Goldman Sachs sia storicamente caratterizzato da un elevato livello di ambiguità è un fatto che pochi oseranno contestare. Per rendersene conto, è sufficiente ricordare con quanta disinvoltura diversi suoi trader e lo stesso amministratore delegato Lloyd Blankfein ammisero, dinnanzi a una commissione congressuale incaricata di indagare sul ruolo svolto da alcune banche d’affari nell’aggravare gli effetti della crisi, di aver deliberatamente raccomandato ai propri clienti di acquistare prodotti finanziari che, in privato, loro stessi definivano ‘spazzatura’, nel migliore dei casi.

Un’incoerenza non troppo dissimile è emersa proprio negli ultimi tempi; poche settimane fa, David Kostin, stratega azionario di punta della banca, aveva stilato un’analisi di mercato in cui si prevedeva un triennio di crescita ininterrotta dei listini al termine del quale l’indice Standard & Poor’s 500 (S&P 500) avrebbe toccato i 3.100 punti. Ciò, a detta di Kostin, si verificherebbe nel caso in cui l’esuberanza degli azionisti rimanga entro livelli ‘razionali’, ma qualora gli investitori di Borsa, allettati dalle luminose prospettive di guadagno, si dovessero far prendere la mano, lo S&P 500 potrebbe verosimilmente raggiungere la soglia dei 5.300 punti entro la fine del 2020. A pochi giorni di distanza, Christian Mueller-Glissmann, altro profondo conoscitore dei mercati finanziari, ha redatto un’analisi in cui si giungeva a conclusioni diametralmente opposte a quelle a cui era approdato Kostin. Secondo Mueller-Glissmann, gli investitori dovranno rapidamente attrezzarsi per affrontare un periodo di forti ribassi che potrebbe declinarsi in maniera più o meno veloce. Nel primo scenario prospettato dall’esperto, si prevede un periodo di ‘lenta sofferenza deflazionistica’ contrassegnata da bassi rendimenti e valutazioni elevate persistenti «per effetto della stabilità economica, ma ci sarà da aspettarsi guadagni inferiori da variazioni repentine e inaspettate dei listini azionari». Nell’altro scenario prefigurato da Mueller-Glissmann, si contempla invece il materializzarsi di uno scenario caratterizzato dalla ‘rapida sofferenza deflazionistica’, prodotta da «una crescita reale in termini negativi o da uno shock inflazionistico o da tassi di interesse». Conseguenza di ciò sarebbe una fulmineo correzione dei listini con conseguente ridimensionamento dei portafogli azionari/obbligazionari, che negli ultimi anni hanno registrato rendimenti letteralmente stratosferici.

Come segnala il documento: «ci stiamo avvicinando al più lungo periodo rialzista per portafogli bilanciati in titoli azionari/obbligazionari da circa un secolo a questa parte: da allora, nessun portafoglio standard 60/40 [composto cioè per il 60% in investimenti azionari sullo S&P 500 e per il restante 40% da investimenti in titoli di Stato a 10 anni]ha conosciuto un drawdown [termine che indica la quantità di denaro che si è persa in una o più operazioni di Borsa. Esso si calcola come percentuale sul capitale iniziale: a fronte di una perdita di 1.00 dollari su un investimento da 5.000 dollari, il drawdown corrisponde al 20%]superiore al 10% per un periodo così lungo (8,7 anni); da allora, la media dei rendimenti è stata pari al 143% (11% annuo)». L’aspetto interessante della vicenda è che occorre risalire ai ‘ruggenti anni ’20’ del XX Secolo per riscontrare una simile redditività; prima che l’intera architettura economico-finanziaria implodesse con la crisi del 1929, il periodo di rendimenti astronomici in cui non si verificò alcun drawdown del 10% si propagò per ben 9,1 anni. Il che potrebbe suggerire l’imminenza di un grande crollo non troppo dissimile da quello che un secolo da condannò gli Usa alla Grande Depressione.

Resta da chiedersi quali siano le aspettative reali di Goldman Sachs. Mueller-Glissmann ritiene che sia probabile il materializzarsi di uno scenario a ‘lenta sofferenza deflazionistica’, mentre per David Kostin non c’è nulla di cui preoccuparsi. Come rileva ‘Zero Hedge’: «mentre da un lato Goldman Sachs non prevede nient’altro che cieli sereni nel ‘medio periodo’ – vale a dire per i prossimi tre anni – escludendo la possibilità che si verifichi una qualsiasi fase recessiva e prospettando un incremento a doppia cifra dei guadagni azionari, dall’altro lato la stessa banca prevede uno scenario di sofferenze; l’unico interrogativo e se queste ultime si determineranno in maniera ‘lenta’ o ‘rapida’. Pur trattandosi di scenari differenti, essi hanno in comunque in comune un elemento fondante: la ‘sofferenza’ […]. Non è chiaro su quale scenario la Goldman abbia scelto di scommettere per valorizzare i propri investimenti. Non si comprende, insomma, se la banca stia puntando su una Collateralized Debt Obligation (Cdo) e stia mettendosi in posizione short [cioè ribassista] su tutte le attività rifilate ai propri clienti, oppure se abbia assicurato un ulteriore rialzo dello S&P 500, anche se le valutazioni delle aziende quotate in tale listino ‘non hanno ormai più senso’, come ammesso dalla stessa Goldman».

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