martedì, settembre 25

Gli agnelli non risorgono a Pasqua Cosa opporre alla supplica accorata? Le leggi dell’economia e del mercato, i potenziali passivi delle aziende?

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Ci risiamo: è Pasqua un’altra volta per le persone di buona volontà, che però non possono ignorare che non solo di resurrezione saremo qui a parlare, perché altre morti incombono che saranno però definitive, senza riscatto né nuove vite davanti. Gli agnelli sono nati da poco e fra pochi giorni saranno teneri al punto giusto. Ancora un po’ di latte dalla mamma, quella che ululerebbe se solo sapesse dove vengono portati i suoi piccoli, partoriti magari nella fantasia di vederli correre nei prati verdi dei loro desideri. E invece  è sui camion che vengono caricati,  ammassati l’uno addosso all’altro  a  belare a un cielo che tanto non si scompone perché se ne frega del dolore di quaggiù, e poi dentro all’inferno: gemiti e  bestemmie, lamenti e imprecazioni, braccia forti e lame affilate, e poi sangue, sangue ovunque. Senza perdere tempo, perché ce ne sono proprio tanti da legare e poi ammazzare, e per quanto si sia esperti a farlo quasi a catena di montaggio, un po’ di tempo per sgozzare occorre e sono tanti i cuccioli necessari a soddisfare tutti quelli che l’agnello pasquale, inteso come arrosto, lo considerano irrinunciabile, per quanto a giustificazione non ci siano  certo fame nè digiuni da compensare: è solo che chi ama Dio a quel sacrificio di un innocente sembra non voler proprio rinunciare, non sia mai che, senza l’agnello a riproporlo,  qualcuno si scordi del dolore che Gesù ha sofferto, vittima innocente e senza scampo, inerme e dolorante. Ma anche chi con la metafisica e l’al di là non ha grande dimestichezza e, diciamolo, neppure il benchè minimo interesse, non ci sta  a sentirsi escluso: se anche non richiama l’agnello di Dio che toglie i peccati dal mondo quello che vuole nel piatto, è pur sempre una gustosa incarnazione.

La mattanza degli agnelli non potrebbe neppure essere immaginata nella sua raccapricciante violenza, se non ci fossero i filmati visibili in rete e le ancora timide inchieste televisive a sbarrare la strada ad  alibi costruiti sull’ “io non immaginavo proprio”. Nella mattanza è davvero arduo rintracciare richiami alla vittima ‘sacrificale’: qualunque elemento ‘sacro’ è irreperibile, indeclinabile nel terrore degli agnelli davanti a quei laghi di sangue,  incapaci di rivolta, che si orinano addosso per la paura, forse increduli: tutto questo non può essere vero, perché non può esistere nessun Dio così sanguinario da sentirsi appagato dalla carneficina consumata sulla loro carne. Convinzione ingenua, che non tiene conto delle capacità umane di elaborare spiegazioni per ogni nefandezza e di giustificare ogni ignominia, dotando di senso l’irragionevole. E’ all’uomo sapiente che è riuscita la barbara invenzione della vittima sacrificale, del capro espiatorio, innocente e debole,  da investire con la mission incredibile di togliere i peccati dal mondo, quelli da lui stesso compiuti.

Bene argomenta Andrèe Girard con le sue analisi,  illuminanti nel ricercare il bandolo della matassa in alcune delle tante forme di violenza così virulenta nella specie umana. Specie umana in cui l’aggressività, lo sappiamo bene, raggiunge livelli talmente stratosferici da porci costantemente sul baratro dell’autodistruzione. Proprio per arginare il rischio, lui spiega, nel corso della storia l’aggressività, nostra  fondamentale dotazione, è stata incanalata simbolicamente su qualcuno “altro da noi”, un capro espiatorio, che ne assorbisse una fetta importante. Nella necessità di mettersi al riparo da possibili pegni da pagare, vendette o ritorsioni, è stato da subito chiaro quanto fosse fondamentale scegliere la vittima tra chi fosse debole, senza diritti, privo di tutele, non minaccioso, impossibilitato a  generare sentimenti feriti forieri di successive vendette: ottimi gli orfani o gli schiavi, per intenderci. Ma col tempo il meccanismo si è perfezionato: perché non gli animali non umani, che possono essere totalmente assoggettati, che occupano amplissime zone neppure lambite da diritti, rispetto, giustizia? A loro si può bene affidare il compito di espiare gli errori e le nefandezze nostre, di pagare le colpe al posto dei colpevoli: l’aggressività viene distolta dal consesso umano ed attirata altrove, con l’attenzione rivolta a mettersi comunque al riparo da qualsiasi conseguenza scansando, tra loro,  quelli che sono forti e pericolosi: meglio lasciar perdere leoni o tigri e rivolgersi ad altri più gentili, innocui, inoffensivi: insomma, quelle vittime ideali, di cui l’agnello, senza colpa e senza forza, è l’esempio più fulgido.

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