domenica, luglio 23
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La Volpe, direttore galantuomo

Giustizia, se ci sei batti un colpo

Lo stato comatoso delle carceri, emergenza continua
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La nota su carcere e giustizia di questa settimana comincia con un ricordo di Alberto La Volpe, il mio primo direttore di quando, nel lontano 1992 misi per la prima volta piede al Tg2; se penso ad Alberto, il primo pensiero, la prima definizione, è ‘galantuomo’. Poi lo associo al programma che forse ha più amato, e a cui ho avuto l’onore di collaborare: ‘Lezioni di mafia’, un ciclo di inchieste e reportages ideato con Giovanni Falcone. Falcone avrebbe dovuto essere l’insegnante, che di ‘lezioni’, nel senso letterale, si trattava; ‘lezioni’ sulle varie tipologie del grande crimine organizzato, in Italia e nel mondo.

Purtroppo Cosa Nostra, alla vigilia della prima puntata, ci priva del ‘maestro’: Falcone viene ucciso con la moglie e la scorta vicino a Capaci. La Volpe vuole ugualmente fare la trasmissione, in onore del suo amico: quel magistrato che il mondo ci invidia, e che in Italia tanti detestano: non solo Totò Riina e la sua banda di mafiosi tagliagole. Anche dentro le ‘istituzioni’. Tanti lo ‘chiacchierano’, Falcone; per potergli poi rimproverare di essere ‘chiacchierato’. ‘Lezioni di mafia’ ancora oggi dimostra quello che può e che deve essere il servizio pubblico.

Grazie ad Alberto ho imparato come si deve e si può coniugare rigore senza smarrire umanità e senso della misura. Pochissime volte l’ho visto rabbuiato: quando si mostrava il morto non coperto da lenzuolo o almeno da giornali. Per lui era un comandamento: chiunque fosse il ‘caduto’, andava rispettato il suo corpo; e rispettati gli utenti, che non dovevano subire scene raccapriccianti e violente. Non gli piaceva la televisione del dolore, chiedeva un’informazione corretta ed onesta; ha insegnato che si ha diritto alle proprie opinioni, che però si devono inchinare alla verità dei fatti e non alle convenienze del potente di turno. Un’infinità di volte ci siamo sentiti ripetere: ‘Un fatto è un fatto; e questo è un fatto’. Ricetta semplice, comprende tutto. L’ho detto: è stato un grande direttore galantuomo.

Ora, un tema che ad Alberto era caro, e che sembra essere sparito dall’agenda politica di questo Paese: quello della Giustizia, del carcere. Non ne parla il Governo; tacciono i partiti di maggioranza; silenzio da parte dell’opposizione. Anche per questo è opportuno continuare a insistere.

Si può cominciare da Roma, carcere di Regina Coeli. Nel mese di febbraio un ragazzo di 22 anni viene ritrovato chiuso nel bagno, impiccato con un lenzuolo. E’ già evaso tre volte dalla Residenza per l’esecuzione delle misure di sicurezza sanitaria di Ceccano; è finito poi in carcere, lì si è tolto la vita. Una delle mille storie di emarginazione e solitudine nelle carceri italiane. Storie ignote e ignorate.

Il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria fornisce eloquenti statistiche, tutte in netta crescita: al 30 aprile risulta la presenza di 56.436 detenuti, circa 4 mila unità in più rispetto all’anno precedente. Un dato allarmante soprattutto perché rischia di sfociare in un nuovo stato di sovraffollamento, dando vita ad una nuova emergenza.

Vediamo i dati che riguardano i suicidi all’interno delle strutture. A febbraio, all’indomani del suicidio del 22enne a Regina Coeli, il Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria denuncia la crescente tensione nelle carceri del Paese. “Tre suicidi in quattro giorni tra le sbarre di tre penitenziari italiani evidenzia come permangano e si aggravano i problemi sociali e umani” spiega Donato Capece, segretario generale. “Il dato oggettivo è che la situazione nelle carceri resta allarmante“.

A fine febbraio erano già una decina i suicidi avvenuti all’interno delle celle. Numeri preoccupanti se si pensa che nel corso dell’anno precedente si sono tolte la vita 45 persone su 115 morti totali. A distanza di tre mesi i numeri continuano ad aumentare: sono 18 i suicidi registrati al 5 maggio su 37 morti. I dati sono quelli diffusi dal dossier ‘Morire in Carcere’ di Ristretti Orizzonti che dal 2000 si occupa di raccogliere i dati relativi alla mortalità nelle carceri su tutto il territorio nazionale. “Uno strumento utile – viene spiegato nel dossier – per far conoscere all’opinione pubblica le reali condizioni del carcere, a cominciar dallo stato di difficoltà e, a volte, di abbandono in cui si trova la sanità penitenziaria“. Dal 2000 ad oggi su 2.658 morti i suicidi sono stati 951, ma il numero potrebbe essere superiore. Tra gli ultimi casi registrati quelli di due detenuti nel carcere di Monza che si sono tolti la vita a distanza di poche ore, il primo impiccandosi l’altro inalando gas dal fornelletto in dotazione.

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