lunedì, giugno 18

Giustizia, approvata la riforma Ma c'è ancora tanto da fare. Un successo del ministro Orlando e della radicale Bernardini

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Il 2017, almeno per quel che riguarda le cose di giustizia, si chiude con il segno +. Non che la macchina giudiziaria italiana abbia risolti i suoi annosi problemi, per questo occorrerebbe una legioni di maghi. Ma un sostanzioso passo in avanti lo si è fatto: l’ordinamento penitenziario del 1975 sarà finalmente aggiornato. Si attende ormai solo il parere delle Commissioni di Camera e Senato sui decreti attuativi, ma insomma: è fatta.

Cosa prevede la riforma: meno carcere e più pene alternative. Si darà finalmente senso all’esecuzione penale così come previsto dall’articolo 27 della Costituzione italiana: «Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato». Principio che da sempre attende la piena applicazione, e non per caso siamo stati condannati dalla Corte Europea e da numerosi organismi internazionali come l’ONU.

I criteri direttivi della riforma sono chiari: prevedono l’ampliamento dell’ambito di operatività delle misure alternative alla detenzione, e una sostanziosa semplificazione delle procedure di accesso. In concreto si allarga la ‘popolazione’ carceraria che potrà ottenere i benefici di legge, come la ‘messa alla prova’ e il lavoro esterno, o altre forme di pena come la cosiddetta ‘giustizia riparativa’. Misure che pongono le basi per semplificare le procedure davanti al magistrato di sorveglianza, facilitare il ricorso alle misure alternative, eliminare automatismi e preclusioni all’accesso ai benefici penitenziari, incentivare la giustizia riparativa, incrementare il lavoro intramurario ed esterno, valorizzando il volontariato, riconoscere il diritto all’affettività e gli altri diritti di rilevanza costituzionale ed assicurare effettività alla funzione rieducativa della pena.
Da queste procedure riabilitazione restano esclusi i condannati all’ergastolo per mafia e terrorismo, e i casi di eccezionale gravità e pericolosità.

Una battaglia politica radicale, dai radicali vinta. «Se si deve citare una forza politica», dice il ministro Andrea Orlando, «devo ringraziare i radicali. A volte loro diffidavano delle reali opportunità di riuscita di questo lungo percorso e per questo mi sono sentito messo in mora da loro, ma senza questo stimolo non saremmo arrivati dove La battaglia pubblica e politica l’hanno fatta i Radicali, e Rita Bernardini in particolare».

E allora sentiamola, Bernardini, componente della presidenza del Partito Radicale, anima, cuore e cervello di ogni iniziativa in favore della Giustizia Giusta. «Credo che sia stato vincente il modo che ci ha insegnato Pannella nell’agire politico: comportati come se il risultato sia stato già raggiunto e vedrai che la realtà intorno a te cambia nella direzione che auspichi. È una questione di convinzione».

Bernardini enumera gli aspetti positivi del provvedimento: «Credo che l’aver indirizzato l’esecuzione penale più sulle misure alternative che sul carcere sia ottimo, sempre che si destinino risorse umane ed economiche a questo scopo. Riservare il carcere solo ai casi più gravi significa ridurne drasticamente la popolazione e, di conseguenza, avere la possibilità e i mezzi per aumentare le attività risocializzanti, quali scuola, lavoro, sport, cultura, affetti: tutto questo lo si può avere però solo se il carcere non diviene estraneo, come è purtroppo oggi al territorio ove si trova, e alle istituzioni rappresentative».

Da radicale capace di visioni senza per questo rinunciare a un sano pragmatismo, ecco che elenca anche gli aspetti negativi: «Si doveva avere il coraggio di abolire il doppio binario che esclude dal trattamento individualizzato alcune categorie di detenuti quali quelli dichiarati appartenenti alla criminalità organizzata: anche per loro occorre prevedere una pena costituzionale. La pena nella pena del 41- bis e l’isolamento devono scomparire se vogliamo essere uno Stato di diritto ove vigono i diritti umani fondamentali, quelli universalmente riconosciuti».

Un pensiero, infine per ringraziare i trentamila detenuti che hanno aderito alle iniziative nonviolente dei radicali e hanno digiunato partecipando alle diverse fasi della lotta nonviolenta dall’estate del 2016: «Una lotta nonviolenta, costante, fuori dai riflettori ma che è stata un pezzo importante del puzzle. Il filosofo Aldo Masullo riferendosi al digiuno di decine di migliaia di detenuti ha parlato di salto culturale della popolazione reclusa, un loro ritorno alla società pur rimanendo segregati in una cella. Un tempo c’erano le rivolte, oggi c’è questa forma nonviolenta di reagire alla violenza delle istituzioni spesso incapaci di rispettare le loro stesse leggi. È un notevole passo avanti. Una massa critica capace di cambiare la realtà circostante cambiando in primo luogo se stessa».

Conseguita la riforma, ora l’impegno sarà che sia attuata e non resti lettera morta, come spesso accade. E si può chiudere con un piccolo promemoria, che da l’idea della vastità della questione: i tempo lunghi dei processi influiscono sull’eccessivo ricorso alla custodia cautelare che continua a crescere arrivando all’attuale 34,6 per cento quando solo due anni fa era al 33,8 per cento.

Secondo l’associazione Antigone la crescita del numero dei detenuti dipende dal numero enorme di processi penali pendenti. Oltre 1,5 milioni di cui più di 300 mila dalla durata irragionevole e quindi prossimi alla violazione della legge Pinto. Le situazioni più drammatiche per sovraffollamento carcerario: Lombardia, 8524 detenuti (capienza: 6246); Campania 7321 detenuti (capienza 6.135); Lazio: 6.332 detenuti (capienza 5285); Emilia Romagna: detenuti (capienza 3811) Puglia: 3400 detenuti.

L’Italia è il Paese dell’Unione Europea con il più basso numero di detenuti per agenti (1,7 in media). Mancano però gli educatori. A Busto Arsizio ce n’è uno ogni 196 detenuti, ma Bologna uno ogni 139. In queste condizioni il carcere come occasione per preparare il detenuto a una nuova vita, non può funzionare.
Solo il 68 per cento degli istituti visitati da Antigone ci sono celle senza doccia; solo in uno,a Lecce,e solo in alcune sezioni,è assicurata la separazione dei giovani adulti dagli adulti.

«Il tasso di sovraffollamento – denuncia l’associazione Antigone – è al 113,2 per cent e in alcune carceri si torna a scendere sotto lo spazio minimo previsto di 3 mq per detenuto». Le carceri sono sull’orlo del collasso:la popolazione carceraria, secondo la ‘capienza regolamentare’, dovrebbe essere di 50.511; al 30 novembre 2017, dati ufficiali dell’Amministrazione Penitenziaria, il numero dei reclusi era di 58.115. 7.604 unità in più rispetto alla regola.

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