mercoledì, settembre 19

Il giro di denaro dietro le accuse di molestie sessuali contro Trump All'origine di tutto ci sarebbe una nota e controversa avvocatessa

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Secondo la testata ‘The Hill’, alcune donne che nei mesi scorsi hanno sporto denuncia contro Donald Trump accusandolo di aver perpetrato molestie di natura sessuale ai loro danni sarebbero state profumatamente pagate con denaro sonante da alcuni potenti organi di informazione intenzionati a gettare fango sul tycoon newyorkese. La tesi propugnata dal giornale è che nel 2016, in piena campagna elettorale, l’avvocatessa Lisa Bloom avrebbe esercitato pressioni su media e singoli donatori potenziali per convincerli a finanziare la campagna legale che le sue clienti si apprestavano a intentare. Stando ai resoconti di ‘The Hill’, la Bloom avrebbe cercato di suscitare l’interesse di alcuni membri della cerchia ristretta di Hillary Clinton e di suo marito, riuscendo inoltre a farsi offrire ricchi compensi da alcuni organi di informazioni che avevano tutto l’interesse a sostenere una campagna mediatica sull’argomento. Ai media interpellati, sempre affamati di scoop (specie se riguardanti un personaggio come Trump), la Bloom prometteva infatti di vendere in esclusiva i dettagli delle presunte malefatte compiute dal candidato alla Casa Bianca dietro relativa retribuzione.

In una lettera di risposta al giornale autore dello scoop, la Bloom ha respinto al mittente le insinuazioni che l’accusavano di essere entrata in contatto con alcuni collaboratori dei Clinton, ma non ha potuto negare di aver organizzato una sorta di ‘colletta’ per convincere le sue clienti (alla fine, solo due di loro hanno deciso di andare fino in fondo formalizzando e rendendo di pubblico dominio le accuse contro Trump) a farsi avanti offrendo loro la tutela economica e il denaro necessari a proteggerle dalla macchina del fango che il potente accusato avrebbe attivato nei loro confronti. «Le vittime di aggressione sessuale – ha raccontato la Bloom – sono quasi sempre spaventate e cambiano molto spesso idea in merito alla possibilità di farsi avanti. Ciò è vero soprattutto quando gli accusati sono ricchi e potenti, perché le vittime si rendono conto che prenderli di mira significa mettere a repentaglio la propria reputazione e ridurre le proprie possibilità di successo in ambito lavorativo (…). Lo scorso 3 novembre 2016, l’accusatrice Jane Doe (nome di fantasia) accettò di parlare durante una conferenza stampa che avevo organizzato nel mio ufficio. Senonché, nei giorni immediatamente precedenti, sia io che lei ricevemmo diverse minacce di morte e di stupro. La cosa fu sufficiente a indurre Jane Doe a tirarsi indietro pochi minuti prima dell’inizio della conferenza sampa. La capisco. Era spaventata (…). A quel punto, diversi donatori si sono offerti di garantire il sostegno finanziario necessario ad assicurare protezione alle donne che avessero deciso di uscire allo scoperto. Io ero felice di collaborare alla gestione di questi fondi, così da essere sicura che alle vittime fosse dato un rifugio sicuro e sorveglianza».

Per spiegare cosa riccavasse da tutto questo giro di dinaro, la Bloom ha affermato che «le vostre domande sembrano partire dal presupposto che noi stavamo cercando di istigare le donne a farsi avanti contro la propria volontà per guadagno personale. Niente di più distante dalla realtà (…). Siamo un piccolo studio legale che accetta di portare avant molti casi pro bono, dietro un misero o comunque significatimente ridotto onorario. I nostri contratti pro bono stabiliscono che, nell’improbabile caso che i nostri clienti guadagnino dalla concessione di foto ai media, a noi andrebbe un terzo del denaro. Ciò capita raramente, e quando accade, si parla di poche migliaia di dollari. Ma questo sistema sembra ragionevole sia a noi che ai nostri clienti, perché ci permette di ottenere il denaro necessario a pagare gli stipendi, gli affitti, le assicurazioni e sostenere altri costi fissi».

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