martedì, gennaio 16

Giovani contro la corruzione

0
1 2


Il CPI è l’Indice di corruzione percepita adottato da «Transparency International», associazione internazionale no-profit costituita con la missione di contrastare la corruzione nel mondo. Tale indice è frutto dell’elaborazione di esperti in base a un’analisi multifattoriale e localizzata dei fenomeni corruttivi presenti in ogni Paese. A quasi tre anni dall’istituzione dell’ANAC («Autorità Nazionale Anti-Corruzione» – Legge n. 114/2014), l’Italia si colloca al terzo posto in Europa, preceduta da Bulgaria e Grecia, con un indice pari a 26 (sei volte rispetto al Regno Unito e alla Germania, e il doppio della Francia)

Esistono domande essenziali per capire a che livello sia giunto il lento processo di implementazione democratica? Si tratta di domande lecite ed urgenti, se riconosciamo che tale processo necessita di un’attivazione continua da parte della società civile, intesa in un’ottica di perseguimento del bene comune: ossia, fuori dal consueto dualismo che la oppone ai pubblici poteri.

Già membro dell’«Osservatorio Boris Giuliano», una importante rete di ricerca e advocacy contro le mafie, il Dott. Pietro Mensi, classe 1989, esperto in sociologia criminale, è ricercatore e digital campaigner per «Riparte il futuro», la principale ‘comunità digitale’ nazionale (nata nel 2013) per la lotta al fenomeno della corruzione e costituita da un solido Team di professionisti.

Cosa l’ha portata a intraprendere questo percorso e a lavorare su un tema delicato come la corruzione?

Dopo la laurea in giurisprudenza, volevo fare il magistrato occupandomi di casi di mafia e di contrasto alle nuove forme di criminalità organizzata operanti nel nostro tessuto sociale. Tuttavia, dopo essere entrato in contatto con alcuni magistrati, ho trovato una rispondenza solo parziale tra le mie attitudini e quella figura professionale, nonostante la passione e la spinta ideologica a portare avanti l’impegno civile in quel campo restassero in me molto forti.

Come è arrivato a «Riparte il futuro»?

La lotta per la trasparenza come via per assicurare legalità, democrazia e – di conseguenza – ricambio occupazionale nell’Italia recessiva è un progetto al quale la mia generazione guarda da tempo con molto interesse. Tra le ONG italiane, pochissime sono quelle rivolte all’innovazione e alla comunicazione. Per la mia esperienza di campaigner professionista, figura provvista di competenze trasversali (dal diritto alla comunicazione pubblica, dal videomaking alle azioni di policy), «Riparte il futuro» è un progetto efficace sul piano della spinta politica, perché basato su un consenso raccolto ‘dal basso’ per essere speso sui tavoli dei decisori pubblici. Tutto questo al fine specifico di produrre normative anti-corruzione efficaci, a livello locale e nazionale.

Lo scenario italiano è animato da piccoli gruppi che adottano strategie innovative di contrasto alla criminalità perché lo stato delle cose cambi in modo decisivo. Energie ed entusiasmo non mancano.

Tornando al ‘ricambio occupazionale’, in che senso la corruzione è una minaccia per i giovani in cerca di lavoro?

La corruzione rappresenta una forma di diseguaglianza che attacca l’economia del Paese, specie per i più giovani, privati di risorse, network e possibilità effettive di inserimento. Allontanando gli investitori, soprattutto stranieri, a causa di un effetto diffuso di scarsa credibilità e affidabilità, il fenomeno corruttivo colpisce innanzitutto quella categoria occupazionale, oltre a ridurre l’efficienza e la competitività dell’intero sistema.

Quali sono, secondo Lei, i fattori endemici di un indice di corruzione così elevato?

Il quadro italiano è complesso e, al tempo stesso, allarmante. Intanto, è adottata un’accezione di corruzione più ampia rispetto alla sua definizione giuridica (la condotta del pubblico ufficiale che riceve denaro a altre utilità a lui non dovute, arrecando un danno economico alla collettività), che la ravvisa in una serie aperta di abusi di potere commessi per trarre profitti personali.  La misura della corruzione nei pubblici uffici non è qualcosa che possiamo stabilire con esattezza, ed è affidata al CPI, peraltro costantemente adattato alle singole realtà nazionali e piuttosto vicino agli studi basati sulle statistiche giudiziarie. Se devo pensare a cause ‘endemiche’ del fenomeno, metterò in primo piano lo scarso livello di digitalizzazione degli atti – che significherebbe ‘trasparenza’ per i cittadini – e l’ipertrofia burocratica come agenti che ne favoriscono la diffusione.

Commenti

Condividi.
it_ITItalian
it_ITItalian