giovedì, maggio 25
EsteriNewsPolitica
Problemi

Gibuti diventa il centro delle tensioni internazionali

Il business delle basi militari è un ottimo affare per il governo. Ma aumentano anche i rischi
Google+ Pinterest LinkedIn Tumblr +
1 2


Download PDF

La Repubblica di Gibuti è situata in una strategica posizione del Corno d’Africa tra Eritrea, Etiopia e Somalia. Con una area di appena 23200 km² e una popolazione multietnica di 846.687 abitanti il reddito pro-capite (teorico) è di 3.351 dollari annui, mentre il PIL è stimato a 3,3 miliardi di dollari. Gibuti, originalmente formata dal clan etiope degli Afar e dal clan somalo degli Issa, nel 825 DC cade sotto dominio islamico. Nel 1862 la regione fu venduta ai francesi dai sultanati di Afra, Obock e Tagiura per la ridicola somma di 10.000 talleri. La Francia prese al volo l’opportunità per controbilanciare la presenza britannica nel Corno d’Africa. La moderna capitale fu fondata dai francesi nel 1888.

Ottenuta l’indipendenza dalla Francia il 27 giugno 1977 il piccolo Stato africano non ha mai tagliato il cordone ombelicale con Parigi per motivi politici. La sua posizione strategica permette di controllare l’accesso tra il Mar Rosso e l’Oceano Indiano, principale rotta marittima di questa parte del pianeta. Senza l’alleanza e la protezione della Francia, Gibuti sarebbe stata facilmente fagocitata dalla Somalia ai tempi del dittatore Siad Barre che promuoveva il sogno della Grande Somalia. Un progetto teso ad allargare i confini somali determinati dal colonialismo alle terre storicamente appartenenti ai clan somali: Ogaden in Etiopia, aree confinanti del Kenya. Gibuti era rivendicata dal governo di Siad Barre come parte integrante della Somalia.

L’economia di Gibuti, Paese privo di risorse naturali e con attività agricole, pastorizie ed industriali  pressoché insignificanti, è storicamente basata sulla economia dei servizi: tariffe di importazione ed esportazione, attività portuali, essendosi strutturata come un gran hub logistico commerciale. Gibuti garantisce i commerci tra i Paesi del Corno d’Africa, il Medio Oriente e l’Asia. I vari governi (strettamente legati alla Francia) hanno trasformato il Paese in una strategica posizione militare per varie potenze internazionali. Dopo la base militare francese di Camp Lemonnier (sede della sinistra Legione Straniera), il governo di Gibuti ha concesso altre basi militari a Stati Uniti, Gran Bretagna e recentemente all’Arabia Saudita, Cina e Giappone. Le uniche potenze escluse sono Russia e Iran.

Il business delle basi militari è un ottimo affare per il governo. Milioni di dollari sono annualmente originati dai diritti di usufrutto temporaneo del suolo su dove sorge la base militare. La presenza di truppe straniere contribuisce ad una florida economia e all’afflusso di valuta pregiata. Dagli Anni Novanta il governo ha deciso di trasformare il Paese in un Paradiso Fiscale senza regole nè controlli. Una decisione che ha costretto vari Paesi occidentali (tra cui l’Italia) ad inserirla nella lista nera dei territori aventi regimi fiscali sospetti, ponendo limitazioni fiscali ai rapporti economici che si intrattengono tra le aziende occidentali e i soggetti ubicati a Gibuti. Limitazioni teoriche in quanto per una qualsiasi azienda occidentale basta aprire una ditta affiliata a Dubai tramite prestanome arabi per raggirare l’ostacolo.

Il business delle basi militari da fonte di guadagno sta diventando progressivamente fonte di instabilità e tensioni internazionali a causa di una politica priva di scrupoli da parte del governo gibutino. Le tensioni si stanno sviluppando attorno alla futura base militare cinese autorizzata lo scorso anno. Pechino prevede che la sua base, ubicata presso il porto di Obok difronte alla base militare americana, sarà operativa nel 2026. Teoricamente la base cinese avrà funzioni puramente logistiche per garantire la sicurezza delle proprie navi commerciali che attraversano il Golfo del Aden, infestato da pirati. Ma la volontà di Pechino di inviare 10.000 truppe d’élite e una flotta militare di tutto rispetto  fa sospettare altri obiettivi. Vari osservatori regionali sono convinti che la Cina intende sfruttare la futura base come un punto di pronto intervento militare nel Continente per meglio difendere i propri interessi. Un utilizzo logico. Anche le basi francese e americana vengono utilizzate per operazioni militari in Africa e Medio Oriente. Operazioni che vanno oltre alla difesa del tratto marittimo infestato da pirati.

Dal 2012 per la prima volta truppe cinesi con mandato di full combat sono presenti in Sud Sudan per difendere il monopolio cinese sul petrolio minacciato da Stati Uniti e Gran Bretagna. A questo scopo Pechino ha stretto un’alleanza politica militare (mai ufficializzata) con l’Uganda per proteggere il governo del ex Presidente Salva Kiir illegalmente al potere dal luglio 2015, contribuendo al prolungamento della guerra civile scoppiata nel dicembre 2012. Questo devastante conflitto causato da logiche di potere è stato trasformato in una guerra etnica, causando la più grande crisi umanitaria africana di questo ultimo decennio. Il conflitto sta distruggendo la giovane Nazione creata nel 2011 dopo l’indipendenza dal Sudan. Le pulizie etniche sono all’ordine del giorno e potrebbero trasformarsi in genocidio.

L’Amministrazione Trump ha ufficialmente espresso il suo parere contrario alla base militare cinese e sta esercitando forti pressioni su governo gibutino per annullare il contratto stipulato con le autorità di Pechino. L’obiettivo è quello di impedire la presenza dell’esercito cinese in Africa in supporto alla espansione politica ed economica di Pechino. Nel tentativo sono stati associati Giappone e Arabia Saudita. Come reazione Pechino ha raddoppiato gli aiuti economici alla Repubblica di Gibuti e attivato un importante lavoro di lobby presso l’Unione Africana per assicurarsi che il governo giboutino non ceda alle pressioni americane. Al momento il Presidente gibutino Ismail Omar Guelleh ha chiarito che il suo Paese non attuerà alcuna limitazione alla presenza di truppe militari di potenze straniere interessate a proteggere i loro navi mercantili nel Golfo di Aden, pur rimanendo valida l’esclusione di Russia e Iran.

Commenti

commenti

Condividi.