sabato, dicembre 16

Gerusalemme: tutto sulla decisione di Donald Trump Gerusalemme: le promesse mantenute di Trump ed i rischi connessi: la parola al giornalista Luca Marfé

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Gli Stati Uniti riconosceranno ufficialmente oggi Gerusalemme come la capitale dello Stato di Israele; lo ha deciso lo stesso presidente americano Donald Trump annunciando lo spostamento della sede dell’ambasciata americana dalla città di Tel Aviv a Gerusalemme. L’attesa e chiacchierata decisione è stata accolta da una serie di critiche e preoccupazioni che già facevano capolino qualche giorno fa. La Casa Bianca ha ribattuto in proposito che si tratta del semplice «riconoscimento della realtà odierna e storica», e non di una dichiarazione politica e che ciò non andrà, quindi, ad avere un impatto sui confini fisici e politici della città.

Anche il Papa, quest’oggi, ha espresso la sua preoccupazione: «Il mio pensiero va ora a Gerusalemme. Al riguardo, non posso tacere la mia profonda preoccupazione per la situazione che si è creata negli ultimi giorni e, nello stesso tempo, rivolgere un accorato appello affinché sia impegno di tutti rispettare lo status quo della città, in conformità con le pertinenti Risoluzioni delle Nazioni Unite».

Come preannunciate, non si sono fatte attendere le reazioni da parte dei palestinesi che hanno proclamato quest’oggi i tre ‘giorni della collera’ . Tantissimi i manifestanti riunitisi a Gaza City in protesta, foto di Trump date alle fiamme e bandiere a stelle e strisce incenerite. Il leader di Hamas, Salah al Bardawil, etichetta la decisione di Trump come «molto pericolosa per la causa palestinese», «una violazione della nostra storia, del nostro cuore, della nostra anima» e lascia intravedere l’ipotesi di ulteriori azioni da parte del popolo.

E stasera alle 19 (ore italiane), il mondo attende le parole di Trump dalla Casa Bianca. Ne abbiamo parlato con il giornalista Luca Marfé, giornalista professionista basato a New York, contributor tra gli altri per ‘Vanity Fair‘, ‘Il Mattino di Napoli’ e ‘La Repubblica’.

Come stanno reagendo gli USA dopo la dichiarazione di Trump? Quale dibattito è scaturito?

La platea, come da più di un anno a questa parte oramai, è spaccata in due metà. Il punto è che quasi ci si intestardisce sull’idea di raccontare a gran voce soltanto la prima, quella democratica. O meglio, la seconda, visto che stiamo parlando della realtà politica d’opposizione. Le ragioni di Trump e dei suoi sembrano non interessare a nessuno. È chiaro che sia più semplice bollare certe scelte come dei banali errori o, attraverso riflessioni un po’ più articolate, come degli incidenti di percorso nel delicato quadro dell’eterno conflitto israelo-palestinese. Ma delle ragioni, appunto, ci sono, eccome. E sono anche molto semplici. Ed erano state del resto annunciate prima ancora che il presidente approdasse alla Casa Bianca. La sostanza è questa: Trump dice a Netanyahu, e al mondo intero, ‘Noi stiamo con Israele’. Quali che siano le conseguenze.

È vero che le lobby ebraiche hanno pesato sulla decisione di Trump? E se è vero, quali?

Il nome attorno al quale ruota tanto di tutto questo è Jared Kushner. Genero e consigliere anziano del presidente, ma prima di ogni altra cosa ebreo. La stessa Ivanka, da cui ha avuto tre figli, si è convertita all’ebraismo per sposarlo. È uno dei volti più giovani, più ricchi e più potenti degli Stati Uniti di oggi. Nonché uno dei più controversi, ovviamente. Per il Russiagate e non solo. Ebbene, è chiaro che Kushner non si sia limitato ad affiancare Trump sin dalle prime battute della campagna elettorale né a scriverne discorsi e interventi. Nel quadro complesso e delicato della nuova politica mediorientale, il consigliere, più che consigliare, ha talvolta deciso per il tycoon. Nonostante le tante parole spese sul processo di pace (Kushner è stato, tra le altre cose, inviato in Medio Oriente per trattare con israeliani e palestinesi), questa mossa è anche sua.

«Una trappola. E Benyamin Netanyahu non ha potuto far altro che cascarci». Così scrive oggi Haaretz, sottolineando che «il grande perdente» della mossa del presidente americano Donald Trump sul riconoscimento di Gerusalemme capitale d’Israele sarà sicuramente il primo ministro israeliano. È così?

Che il quotidiano israeliano della left wing alzi la voce non è una grande novità. In queste ore, nello specifico, esorta Netanyahu a non fidarsi di Trump e gli israeliani a non fidarsi di Netanyahu. È chiaro che per il premier dei rischi ci sono: su tutti quello che il presidente possa cambiare linea o idea in ogni momento, dopo aver innescato, però, polemiche e addirittura conseguenze. Hamas, dal canto suo, ha già annunciato tre giorni «di rabbia» che con ogni probabilità si tradurranno purtroppo in disordini e attentati. Attenzione, però: non è detto che Netanyahu non voglia tutto questo. Non è un momento facile per lui: è al centro di un’indagine per corruzione, il suo gradimento per certi versi traballa e potrebbe avere persino un discreto interesse nell’agitare lo scenario con i rivali palestinesi. Interesse che potrebbe coincidere con quello di Trump che, proprio nel suo agitarsi, dà paradossalmente il meglio di sé.

Sarà effettivamente una catastrofe, oppure è un’altra mossa ‘alla Trump’?

Questa volta c’è qualcosa in più della solita trovata per far parlare di sé. Come ho già sottolineato, Trump si è schierato apertamente dal lato di Israele prima ancora di diventare presidente. È, senza esagerare, uno dei motivi per cui tanti conservatori, e naturalmente tanti ebrei, lo hanno votato. Cosa fa, dunque? Mantiene l’ennesima promessa, fa una scelta di campo netta e smantella definitivamente quel multilateralismo a stelle e strisce che Obama aveva messo in piedi vestendo i panni di un segretario generale delle Nazioni Unite più che del leader della più grande superpotenza del pianeta. Cosa che, anche tra le fila democratiche (per non parlare di quelle della destra repubblicana), più di qualcuno gli aveva rimproverato. Un atteggiamento che, di fatto, è parte integrante delle ragioni che si celano dietro la sconfitta di Hillary Clinton. Insomma, che piaccia o no, gli Usa hanno oggi un Commander in Chief capace di compattare il suo séguito e di mandare in tilt quegli oppositori che, tanto tra i volti della politica quanto tra le pagine dei giornali, al di là del prodursi negli oramai consueti isterismi, di una certa America ci capiscono ogni giorno qualcosina in meno. Di quell’America, cioè, che ha vinto le elezioni. È bene ricordarlo e ricordarselo di tanto in tanto. Per concludere, ai ‘nuovi’ Stati Uniti firmati Donald Trump non gliene importa assolutamente nulla di mediare un bel niente. A fare da contraltare a tutto questo ci sono tuttavia dei rischi enormi. La scelta di spostare l’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme, annunciata ma già rinviata da qui a 6 mesi, potrebbe riaccendere la miccia di un conflitto su territori già martoriati per i quali il mondo intero ha il diritto di sognare la pace.

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