sabato, dicembre 16

Gerusalemme: il piano dietro al trasferimento dell’ambasciata Usa Fra proteste e appelli alla prudenza, la dichiarazione ‘composita’ cela un piano molto ambizioso. Intervista a Paolo Maggiolini e Eugenio Dacrema, analisti ISPI

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Il giorno tanto atteso (e altrettanto temuto) è arrivato: se tutto va come previsto, nella giornata di oggi, il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump dovrebbe annunciare il riconoscimento, da parte americana, di Gerusalemme come capitale d’Israele. È una mossa storica che, nelle modalità in cui è avvenuta, rischia di scompaginare un lungo e insidioso percorso di decenni che, con la regia di potenze internazionali e regionali, avrebbe dovuto portare israeliani e palestinesi a ottenere un accordo di pace. Accordo che appare lontano e che, con questa mossa, rischia di essere messo ancora più in discussione.

Nella giornata di ieri, sono arrivate le prime reazioni: l’appello è quello di evitare mosse che minino la pace della regione, sostenendo come accordi del genere vadano raggiunti in sede negoziale, come ricordato dal Presidente francese Emmanuel Macron, mentre alta si è levata la voce del mondo arabo, con Hamas che ha indetto tre giorni di collera e le proteste formali degli altri Paesi arabi. Tuttavia, ancora non è chiaro come sarà fatta questa dichiarazione: nessuno conosce i dettagli, se non, come espresso dall’entourage di Trump, che sarà una dichiarazione ‘composita’.

Ma, se sappiamo cosa accadrà oggi, una domanda sorge spontanea: cosa succederà domani? Quale sarà il day after di questa storica decisione? A queste e altre domande hanno risposto Paolo Maggiolini e Eugenio Dacrema, analisti ISPI (il primo anche dell’Università Cattolica). “Quello che vediamo ora sono le inevitabili reazioni dovute a quello che è sempre stato un elemento problematico, cioè l’azione unilaterale degli Stati Uniti per il riconoscimento di Gerusalemme, e al fatto che, effettivamente, nessuno sa cosa farà: potrebbe essere una dichiarazione generale, o un qualcosa di formale che però rimanderà la questione effettiva, con la creazione di un pannel per decidere come lo spostamento avverrà, oppure la disposizione allo spostamento”, dice Maggiolini. “Ancora una volta, come in tanti altri dossier che abbiamo visto gestiti dal Presidente Trump, c’è questo doppio elemento, cioè l’annuncio, senza sapere effettivamente di che cosa, e una spinta unilaterale, la cui combinazione crea incertezza e, inevitabilmente, reazioni scomposte”.

Il mondo arabo ha, in effetti, prontamente risposto alla notizia, ma non bisogna fare l’errore di considerarlo come un blocco unico, ci ricorda Dacrema: Se si va a vedere la Palestina (o i Paesi ad essa tradizionalmente vicini) ha avuto una reazione molto forte, con Hamas che ha minacciato una nuova intifada, con Abu Mazen che ha richiamato l’attenzione parlando di ‘situazioni incontrollabili’ nel caso in cui passi questa cosa; dall’altra parte, c’è una reazione formale di ostilità da parte di molti Paesi, che hanno detto che parteciperanno a una seduta speciale della Lega Araba, ma si può intuire in questi (come l’Arabia Saudita e i Paesi che le ruotano attorno) un accordo di fondo, perché potrebbe far parte di un piano più o meno delineato”. E aggiunge: “Indiscrezioni che sembrano confermate dicono che già da tempo i sauditi abbiano contattato l’Autorità Palestinese proponendo un pacchetto di accordi che prevedono, fra gli altri, il trasferimento definitivo della capitale da Gerusalemme Est (benché al momento sia Ramallah) ad Abu Dis, un piccolo villaggio poco fuori la città contesa, sancendo di fatto la scelta di consegnare la capitale a Israele”.

Potrebbe quindi esserci un piano ed è forse questo ciò che intendeva l’entourage americano con ‘dichiarazione composita’. Bisogna fare tuttavia un po’ di contesto e Dacrema ci soccorre: “Quando si sente parlare del problema della risoluzione del conflitto, si cita principalmente la questione della divisione del territorio, con il confine del ’67, i 400000 coloni sparsi per la West Bank, mentre in realtà ci sono almeno altri due nodi cruciali: il primo è la questione della capitale, di cui si sta parlando in questi giorni; il secondo è quello del cosiddetto ‘diritto al ritorno’, ossia il diritto di tutti i profughi palestinesi presenti nei vari Paesi arabi di tornare in Palestina una volta trovata una risoluzione definitiva al conflitto. Con profughi intendiamo anche le seconde e terze generazioni di persone che sono fuggite nel ’48, quindi stiamo parlando di un numero molto alto: parliamo di milioni di persone. Il punto del ‘ritorno’, benché se ne parli poco, è sempre stato quello che ha fatto fallire tutti i più seri tentativi di risoluzione. Questo perché con il ‘ritorno’ la pressione demografica sulla Palestina (e di conseguenza, su Israele) diventerebbe insostenibile. Tuttavia, questo è un diritto a cui nessun leader palestinese ha mai voluto rinunciare. Fonti credibili dicono che, da almeno un mese, i Sauditi hanno iniziato a intavolare con le Autorità Palestinesi dei campi profughi delle trattative informali per far passare il concetto che il ‘diritto al ritorno’ sia chiuso, in cambio dell’ottenimento della cittadinanza libanese, che gli conferisca uno status migliore rispetto a quello attuale, e di investimenti sauditi sul territorio”.

Detto questo, continua Dacrema: “si delinea quello che è il piano Kushner-Bin Salman: da una parte l’amministrazione Trump ha bisogno di una vittoria importante in politica estera, dall’altra, il principe ereditario Bin Salman ha bisogno di una vittoria netta, come la chiusura della questione israelo-palestinese. La loro idea si sta sostanzialmente delineando: eliminazione del diritto al ritorno, fine della questione-Gerusalemme, che andrebbe a Israele, mentre rumors dicono che ai Palestinesi andrebbe uno Stato semi-indipendente, con una parte ridotta della West Bank e territori del Sinai. Gaza quindi si allargherebbe e, questo accordo al ribasso, verrebbe compensato da generosi investimenti da parte saudita sui palestinesi e, in particolare, sulla leadership palestinese che, oltre ad avere un problema di corruzione endemica, non ha più soldi per mantenere la propria rete clientelare e potrebbe tornare a ottenere consenso comprandolo”.

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