sabato, dicembre 16

Gerusalemme: intifada a bassa intensità, ma benzina nel motore del terrorismo jihadista Nella zona di Gaza sono stati registrati alcuni scontri, mentre si teme una reazione a catena dei gruppi terroristici. Ne parliamo con Andrea Margelletti, Presidente del Centro Studi Internazionali

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Il rischio dell’apertura di un nuovo periodo di violenze nella regione israelo – palestiniana appare altissimo. Dopo la decisione del Presidente americano Donald Trump di spostare l’ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme, il leader politico del gruppo di matrice terrorista Hamas, Ismail Haniyeh, ha fatto appello al popolo palestinese per una nuova intifada – la quarta se si considera quella recente del 2015. Come annunciato tramite l’emittente televisiva di Hamas ‘Al-Aqsa Tv’ , il gruppo palestinese si dice pronto per il ritorno ad un clima di guerra civile, e promette una forte reazione ‘contro l’occupazione e contro il nemico sionista’.

Intanto, nell’area di Gaza e in diverse località della Giordania tra cui Betlemme e Ramallah, si sono già registrati alcuni scontri tra i manifestanti palestinesi e le autorità israeliane, con, al momento, 114 feriti. Secondo fonti mediche presenti a Gaza, tre dimostranti palestinesi sono rimasti feriti nel tentativo di raggiungere la linea di demarcazione della Striscia di Gaza con Israele. Inoltre, come confermato dall’agenzia di stampa ‘Maan’, sedici palestinesi sono stati intossicati dai gas lanciati dall’esercito israeliano per disperdere la folla; altri dimostranti sono stati feriti da proiettili di gomma dell’esercito israeliano.

Anche le autorità palestinesi hanno reagito nei confronti della decisione del presidente americano. Oggi, infatti, è stato annunciato uno sciopero generale nella zona della Cisgiordania, Gaza e nella parte Est di Gerusalemme, dove scuole, negozi e uffici sono rimasti chiusi. Inoltre, è stata indetta una manifestazione di protesta nei pressi della Porta di Damasco, nella Città Vecchia.

Sebbene il Presidente isreliano Benjamin Netanyahu si dica felice del riconoscimento di Gerusalemme come capitale dello Stato e fiducioso che altri Paesi seguano l’esempio americano, si teme il rischio di una reazione del mondo arabo. Più in particolare, si temono le conseguenze che la scelta di Donald Trump avrà nel contesto delle relazioni internazionali con il Medioriente, per altro in condizioni già precarie, e non si esclude una reazione da parte dei gruppi jihadisti. Preoccupazione, questa, che è già stata sollevata dai vari leader occidentali, tra cui il Presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni.

Delle possibili conseguenze della nuova intifada invocata da Hamas e del pericolo di una reazione a catena dei gruppi terroristici, ne abbiamo parlato  con Andrea Margelletti, Presidente del Centro Studi Internazionali di Roma.

Il leader politico di Hamas ha fatto appello per una nuova intifada. Secondo lei esiste il rischio per una guerra civile?

Certamente esiste un rischio reale, ma il vero punto è che si poteva evitare questa nuova intifada e il ritorno della violenza. É da ieri che sostengo che questa scelta – quella del Presidente americano – potrà portare ad attentati in tutto il mondo, non solo in Palestina. La propaganda e l’arma più forte del mondo terroristico e di fronte a questo fatto, invece di combatterla con una nostra propaganda intelligente, abbiamo deciso di rimettere in piedi tutti questi gruppi. E con questo, rischiamo di dare la possibilità a persone che non si sono avvicinate all’estremismo in precedenza, di entrare a farne parte. Questo è il vero rischio.

Oltre a quella recente del 2015, sono state 2 le altre intifade che hanno colpito la regione. Che differenza c’è tra questa appena annunciata, e il passato?

Se avremo un intifada, sarà meno violenta per una semplice ragione. Le capacità militari palestinesi sono state ridotte in maniera significativa e hanno delle disponibilità militari ai minimi termini. Io sono molto più preoccupato di quello che può succedere a Roma, a Berlino o a Parigi. É stata data a migliaia di potenziali jihadisti un’enorme possibilità di radicalizzazione su una rete già per altro molto forte. E tutto il mondo ne ha consapevolezza di questo, non è solo una mia idea. Il nostro Ministro degli Esteri, Alfano, e il Presidente del Consiglio, Gentiloni, hanno già ribadito le loro preoccupazioni in merito e il Santo Padre ha detto di essere molto preoccupato per la minaccia jihadista

Le autorità palestinesi hanno già proclamato uno sciopero generale per oggi nella zona della Giordania, Gaza e l’est di Gerusalemme. In uno scenario di ‘guerriglia urbana’, può saltare il precedente accordo tra Al Fatah e Hamas?

Uno dei punti fondamentali per una politica di anti-terrorismo era quello di togliere la possibilità a certe fazioni di avvicinarsi a quelli che avevano una lettura politica migliore. Con questa operazione, si è zittito tutto quel mondo palestinese che nonostante le pressioni si era sempre attenuto agli accordi politici fatti. A questo punto, anche la componente più pericolosa, che non vuole nemmeno parlare di accordi, ha campo libero, e non si possono dare delle rassicurazioni sul mantenimento degli accordi precedentemente fatti.

Nel contesto mediorientale la situazione geopolitica era già in uno stato precario. In caso di guerra, come si schiererà il mondo arabo? E, in particolare, quale potrà essere la posizione dell’Arabia Saudita, vista la timida reazione avuta nei confronti di questi eventi e i suoi rapporti con Washington?

L’Arabia Saudita stava costituendo con Israele un fronte anti-Iran molto forte e muscolare. Per questo, sarà costretta a digerire anche con delle critiche qualcosa che non si sarebbe mai aspettata. Non credo che l’asse tra Riyad e Washington si potrà spezzare, però all’interno di questo meccanismo credo che sarà il popolo l’elemento decisivo. E gli effetti di questa situazione lasceranno degli strascichi non nei prossimi mesi, ma nei prossimi anni. Ci saranno degli effetti a lunghissimo termine tra cui, ripeto, la radicalizzazione di generazioni molto giovani.

Quindi c’è il rischio di un conflitto tra Iran, Isreale e il Libano?

No, assolutamente no. Però c’è il serio di una reazione a catena nelle dinamiche geopolitiche anche nei contesti più distanti dalla regione mediorientale, e l’autorevolezza politica conta molto. Nel momento in cui il Presidente americano non rispetta gli accordi precedentemente presi, in questo caso con l’Iran, questo ha delle ripercussioni. Se si pensa al caso della Corea del Nord, non credo che un dittatore si possa fidare di questa Amministrazione dopo quanto sta avvenendo. Stiamo perdendo autorevolezza a livello politico, e per questo abbiamo bisogno di politiche comuni e visioni condivise. La domanda è: ‘noi stiamo facendo di tutto per evitare il terrorismo e il peggiorare di situazioni già complicate?’ E questa vicenda non farà altro che aumentare i rischi legati a tutte le altre situazioni.

Le autorità israeliane hanno già posizionato le forze militari in Cisgiordania, nella zona della Giudea e Samaria per far fronte a possibili sviluppi. Si stanno preparando ad un possibile conflitto?

Le forze israeliane e i servizi di sicurezze sono da tempo in quelle zone, perchè quei territori vivono sotto la minaccia terroristica. Io credo però, che una pace con i palestinesi diminuirebbe di molto il rischio terroristico e la minaccia di nuovi scontri, ma non si sta andando in questa direzione. Il Presidente degli Stati Uniti è stato eletto con alcune dinamiche interne, però chi ha grandi responsabilità ha maggiori doveri e non maggiori diritti. E in quest’ottica, la scelta di ieri è stata una scelta devastante che ha disintegrato il fronte delle coalizioni internazionali.

Netanyahu ha detto che si sente fiducioso sul fatto che, nei prossimi periodi, più Paesi seguiranno l’esempio statunitense, spostando le ambasciate a Gerusalemme.

Essendo l’America la Nazione più potente dell’Occidente, in una qualche misura è possibile che questo avverrà e che la decisione di Trump avrà un effetto di trascinamento nei confronti di altri Paesi. E questo però vorrà dire che gli errori di una Nazione verranno seguiti da altre Nazioni, creano una reazione a catena.

Gli Stati europei saranno tra questi?

Esiste una possibilità, ma è troppo presto per dire chi. Sicuramente sarà maggiore la possibilità che saranno gli Stati dell’Est Europa a fare un simile passo rispetto a quelli centrali. Per la semplice ragione che gli Stati che sono entrati per ultimi nell’Ue e nella Nato hanno una caratteristica diversa rispetto agli Stati che sono il centro dell’Istituzione europea, e cioè hanno più facilità a seguire le scelte di altri Paesi, perché una delle loro priorità è il rapporto con gli Stati Uniti.

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