mercoledì, luglio 18

Germania: l’Italia meta preferita degli investimenti tedeschi Le ragioni dell’interesse crescente da parte delle imprese teutoniche verso il mercato italiano: ne parliamo con Stefano Nigro e Alexander Angerer

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In Germania è crisi politica. L’intera Europa è fortemente preoccupata in quanto il Paese, guidato dalla cancelliera Angela Merkel, svolge un ruolo strategico all’interno dello scacchiere economico e politico europeo. Adesso sembrano vicine nuove elezioni. E anche l’Italia è in allerta per la crisi tedesca, data l’importanza degli investimenti tedeschi nel Bel Paese, che, peraltro, hanno sfilato il primato detenuto dagli Stati Uniti.

In Germania, Paese che ha sempre goduto di stabilità politica, per la prima volta si potrebbe profilare uno scenario quasi apocalittico: la paralisi dell’economia tedesca, l’incubo dell’inflazione, il crollo delle aspettative e la sfiducia degli investitori, la perdita di posizione all’interno dell’economia europea, proprio in un momento in cui le imprese tedesche hanno accresciuto il loro interesse nei confronti dell’Italia.

A fine 2015, tra i vari Paesi, la Germania è la più presente in Italia con 1.357 IMN investitrici; subito dietro vi sono gli Stati Uniti d’America con 1.138. Il sorpasso sugli Stati Uniti è avvenuto grazie all’incremento dell’interesse delle imprese tedesche a investire in Italia, attratte soprattutto dall’eccellenza di settori in cui esse sono più attive nelle operazioni di fusione e acquisizione (M&A), ossia meccanica e automotive.

All’interno di questo scenario, secondo i dati emersi dal Rapporto ICE ‘Italia Multinazionale 2017’, presentato lo scorso 8 novembre a Roma nel corso del primo Annual Forum’ in Italy’, l’Italia è diventata nel 2016 il tredicesimo Paese di destinazione degli investimenti, segnandone una crescita in entrata del 50%.  Ha così guadagnato cinque posizioni nel ranking mondiale, rispetto all’anno precedente, per un totale di 29 miliardi di dollari. I dati contenuti nel suddetto volume, grazie alle rilevazioni della banca dati Reprint, curata dall’ICE e dal Politecnico di Milano, mostrano che le imprese estere partecipate da imprese italiane sono state 35.684, frutto delle iniziative di 13.907 soggetti investitori, mentre le imprese italiane partecipate da industrie multinazionali estere sono 12.743 con l’intervento di 6.704 investitori esteri.

L’investimento estero in Italia presenta una prevalenza ‘atlantica’, con oltre i due terzi delle imprese multinazionali attive provenienti dall’Europa Occidentale (4.472 investitori, di cui 3.943 provenienti dai Paesi UE-15 e 529 dagli altri Paesi europei, pari al 66,7 % del totale); se si somma il Nord America (1.197 investitori, pari al 17,9 %) si sfiora l’85 % del totale.  La presenza nipponica è piuttosto modesta; a fine 2015 sono 218 gli investitori nipponici nel nostro Paese. Nell’insieme la Triade composta da Europa Occidentale, Nord America e Giappone costituisce poco meno dell’88 % delle imprese multinazionali attive (IMN) presenti in Italia. Altre aree geografiche riguardano 817 IMN in Italia (pari al 12,2 % del totale), divise tra 231 IMN dell’Europa Centro-Orientale, 481 dal resto dell’Asia, 42 dall’America Latina, 38 dall’Oceania e 25 dall’Africa.

Ma qual è il trend attuale degli investimenti internazionali in Italia? Nel Rapporto ICE la banca dati censisce 12.743 imprese italiane partecipare da IMN estere: tali imprese occupano 1.210.239 dipendenti e nel 2015 hanno realizzato un fatturato di 573,1 miliardi di euro. L’industria manifatturiera mantiene un ruolo rilevante all’interno della distribuzione settoriale degli IDE in Italia. Tra i vari settori assume rilievo il comparto della meccanica strumentale, che conta ben 672 imprese partecipate da IMN estere (il 22 % di tutte le imprese manifatturiere italiane a partecipazione estera) con 87.553 dipendenti e un fatturato aggregato di 30, 9 miliardi di euro. L’investimento estero, in questo comparto, rappresenta il forte interesse delle IMN nei confronti della consolidata competitività del nostro Paese nella produzione di beni strumentali. L’interesse delle imprese estere a investire si rivolge anche ad altri due settori high-tech: prodotti elettronici, ottici e della strumentazione (con 44.300 dipendenti) e la farmaceutica (quasi 36.500). Negli altri settori si segnalano la metallurgia e i prodotti in metallo (43.700), l’automotive (39.500), la chimica (35.300) e la filiera dei prodotti alimentari, bevande e tabacco (34.600).

‹‹La solida relazione economico-commerciale tra Italia e Germania e l’importanza dell’economia tedesca a livello mondiale sono alla base non solo della forte partnership commerciale tra i due Paesi, ma soprattutto dell’ingente flusso di IDE in Italia da parte della vicina controparte tedesca›› si legge nell’ultimo Report ‘Aziende tedesche in Emilia-Romagna’, redatto dalla Camera di Commercio italo-germanica (AHK Italien) in collaborazione con l’Università di Parma. «Per quanto riguarda la classificazione settoriale in Emilia-Romagna, ad esempio, a dominare il mercato è l’industria meccanica, in particolare macchinari e impianti meccanici (25%) e automotive (13%). Il comparto chimico-farmaceutico si posiziona al terzo posto, seguito da quello biomedicale. Tra i settori più innovativi spiccano, sicuramente, le aziende attive nel settore informatico, come software-house pronte a rispondere alle nuove esigenze digitali dell’industria. Tra le principali strategie e modalità adottate dagli investitori tedeschi per accedere al mercato regionale emerge con un buon 64% la tipologia greenfield, ovvero tramite investimenti realizzati ex-novo dalla casa-madre. Questo dato si pone in netto contrasto con le tendenze a livello globale che evidenziano un incremento di investimenti brownfield (più noti come M&A), ovvero processi di acquisizione di aziende già presenti sul territorio, di cui rappresentano solo il 31% di quest’indagine. Solo in due casi si è trattato, invece, di un insediamento tramite costituzione di joint-venture (50-50) con un’azienda italiana già attiva in Emilia-Romagna».

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