mercoledì, febbraio 21

Geopolitica a 5 Stelle: tra sovranità, disarmo e nuove alleanze Nello scenario globale, il ritorno della cooperazione solidale tra Stati parte ‘dal basso’. Con o senza Unione Europea, il Movimento chiede una politica volta al rilancio finanziario, al disarmo nucleare e al welfare (anche per i nostri soldati)

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Un «programma per l’Italia scritto dagli italiani» e «votato online dai cittadini»: così il Movimento 5 Stelle definisce la sua offerta politica, puntando su modalità collaudate fin dalle origini, trattandosi di una formazione che ha fatto della rete e del relativo potenziale ‘social’ il canale di circolazione privilegiato del suo discorso.

Forti dell’appoggio solidale dell’ex-guerrigliero e 40° presidente socialista uruguayano (dal 2010 al 2015) Pepe Mujica, i pentastellati, insistendo sul cambiamento dal basso come presupposto fondatore del Movimento, portano in rete un Programma articolato 20 punti «chiari e semplici», privi di «futili promesse».

Il dialogo è assicurato dalla piattaforma ‘Rousseau’, lo spazio creato per le consultazioni e le ‘votazioni’ sui diversi temi della campagna. Con la rete, il momento elettorale si trasforma in dialogo aperto, di durata, che anticipa il ‘momento’ elettorale in senso stretto.

Nei limiti di queste righe – e di fronte a un Programma articolato che incontra gli elettori nelle modalità di un ‘cantiere’ politico virtuale, dove ciascuno trova spazio per interventi e successivi adattamenti –  passeremo in rassegna i punti fermi del M5S in materia di politica estera e difesa. Entrambi i temi si sviluppano a sostegno di un progetto futuro orientato alla pace nel Mediterraneo e allo smantellamento di quelle gerarchie politico-finanziarie che, secondo i portavoce del Movimento, reggono l’ordine europeo e mondiale.

Le linee-guida per una politica estera italiana del futuro spingono in direzione di un più marcato multilateralismo, inteso come cooperazione sovrana fra Stati indipendenti e non ingerenza. Questi sono definiti dal Programma «concetti rivoluzionari, se si pensa agli ultimi anni di crisi economica e politica: Si tratta, più semplicemente, di applicare in modo ortodosso e rigoroso la Carta delle Nazioni Unite». Di fronte all’attuale «isolamento internazionale», la politica estera dovrà cambiare per non incorrere in «un’altra Libia» o «un altro Iraq», all’insegna di un ripristino della ‘sovranità’ perduta.

I 10 punti in materia sono tracciati in ordine di priorità e corroborati ciascuno dall’opinione motivata di un soggetto autorevole. Ogni punto comprende, in calce, un pronto rinvio alla discussione sul ‘Blog delle Stelle’.

Il primo Punto parla degli accordi internazionali siglati dall’Unione Europea con USA e Canada: in particolare il Partenariato transatlantico sul Commercio e gli investimenti (TTIP, che liberalizza e rende più fluide le  transazioni UE-USA, istituendo organismi tecnici che curano gli interessi dei grandi gruppi in eventuale contenzioso con i governi nazionali) e, rispettivamente, l’Accordo economico e commerciale globale (CETA).  Con particolare riferimento alla futura politica alimentare dell’Unione, troviamo una comunicazione filmata di Sharon Treat, ex-deputata democratica statunitense del Maine, che ha definito il Partenariato transatlantico TTIP un «attentato alla democrazia rappresentativa» in quanto comporta un attacco diretto ai diritti dei consumatori rispetto al bene comune rappresentato dalle risorse agroalimentari. Secondo Treat, i nostri diritti non saranno formalmente annullati, ma «la cooperazione tra agenzie (tecniche) di regolamentazione, per molti anni a venire (…), senza la trasparenza che associamo al processo democratico (…) porterà le priorità del commercio e delle multinazionali a contare di più dei consumatori e delle loro preferenze».

All’insegna di un multilateralismo responsabile, il discorso no-global qui si rinnova, integrando politiche di welfare, ambiente, biodiversità e territori come elementi prioritari rispetto agli interessi delle oligarchie finanziarie e dei giganti del commercio mondiale.

Gli ordinamenti degli Stati, secondo i M5S, dovrebbero essere i primi a garantire questi diritti, secondo i caratteri della sovranità nazionale – popolazione, governo e territorio – , che è il cuore del Punto 2: «La politica estera del Movimento 5 Stelle si basa sul rispetto dell’autodeterminazione dei popoli, la sovranità, l’integrità territoriale e sul principio di non ingerenza negli affari interni dei singoli Paesi». Temi ‘forti’, che conoscono una storica affermazione nel citato Statuto dell’ONU, del 1945. Non ingerenza e ripudio dei colonialismi (vecchi e nuovi), dialogo e cooperazione multilaterale tutelano l’integrità dei singoli attori. Parla Alberto Aubert, Docente di Storia moderna, che intende la sovranità anzitutto come «potere di decisione»: «Negli ultimi 30 anni (…) sono emerse forme di legittimazione (…) estranee allo Stato sovrano nazionale (…): i soggetti delle grandi multinazionali, i mercati finanziari, i processi di integrazione e unificazione europea. Elementi che hanno tolto agli Stati sovrani le funzioni fondamentali attraverso cui la sovranità (monetaria, militare, ecc…) si è esercitata». L’ «unilateralismo» che ne è derivato, «non è mai passato per decisioni che potessero investire le rappresentanze popolari. Il problema della sovranità oggi è: come trovare nuovi criteri di legittimazione e di rappresentanza?». Secondo Aubert, il modello ‘elastico’ basato sulla governance, (puntualità, pluralismo, più effettività che legalità) che avrebbe eroso quello fondato sullo Stato di diritto, in Europa è fallito. La soluzione, secondo il docente, non sta nelle teorie: «Credo che soltanto la prassi, cioè movimenti, iniziative e forme organizzative che possano sorgere dal basso possano definire nuove forme di sovranità». Rispetto a questo orientamento generale su sovranità e indipendenza, i commenti sul blog da parte di potenziali elettori chiedono un discorso diverso e più esplicito, che indichi come «uscire dal cappio dell’euro». Del resto, lo stesso Movimento nel luglio 2017 lanciava in Parlamento un dibattito-maratona su una possibile ‘Italexit’, proposta poi affossata. Resta, invece, il bersaglio dell’austerity imposta agli Stati dall’Unione, focus del Punto 3 e presupposto critico per un «fronte comune» tra i Paesi mediterranei per riformare il sistema europeo.

I rischi politici di un’uscita dell’Italia dall’euro (la «rottura di trattati comporta una manovra di tipo aggressivo nei confronti dei nostri partner») si potrebbero evitare con l’«introduzione di monete fiscali (…) soprattutto nei Paesi della periferia Sud». La proposta, in previsione di un effetto di stabilizzazione di tutta l’area del Mediterraneo, arriva da Gennaro Zezza, Professore di Economia Politica dell’Università di Cassino. Tale misura, senza violare i trattati e danneggiare gli interessi dei Paesi creditori, potrebbe «restituire al governo la capacità di effettuare», insieme ai Paesi più indeboliti dalle riforme strutturali, «un piano di investimenti (…) per sostenere il reddito dei cittadini, insomma un piano di rilancio» che ridefinisca l’integrazione finanziaria entro lo stesso sistema monetario.

Il recupero di sovranità del Punto 2 torna a inserirsi, al Punto 5, come finalità per condannare «organismi internazionali» come la c.d. ‘Troika’ (Commissione europea, Banca centrale europea e Fondo monetario internazionale) e il Meccanismo di stabilità finanziaria (c.d. ‘Fondo salva-Stati’ ), strumento istituito nel 2011 che presiede all’assistenza finanziaria degli Stati membri dell’Eurozona in difficoltà, con le relative condizionalità (coinvolgimento di azionisti e creditori privati nella ricapitalizzazione delle banche) e un interesse diverso, secondo il grado di affidabilità dei singoli Stati, per la quota da essi versata.

Portando, secondo l’Economista Lidia Unidemi, «alla distruzione del diritto del lavoro in molti Paesi europei, alla drastica riduzione della spesa pubblica per i servizi sociali come per le riforme sulle pensioni», queste misure « hanno salvato gli interessi finanziari dell’Europa ma hanno tradito quell’obiettivo europeo per cui è nata la comunità europea, cioè quello di garantire il benessere generale e la piena occupazione». Richiamando l’attenzione sulla natura più politica che economica del problema, Unidemi invita a considerare il ruolo attivo, nel processo di erosione della nostra integrità economica, delle multinazionali, che hanno la possibilità di insediarsi in diversi Paesi ed ottenere grandissimi vantaggi fiscali».

Al fine dichiarato di riformare l’«architettura finanziaria internazionale», Il Movimento si impegna – in linea con quanto affermato, nel settembre 2016, dal Rappresentante cinese alle Nazioni Unite Liu Jieyi – nella «cooperazione con tutti quegli organismi, come il G77 e la Cina, che si impegnano in questa direzione».

Per ciò che riguarda i rapporti extraeuropei, M5S «lavorerà per il ritiro immediato delle sanzioni imposte alla Russia» (Punto 7), ritenuta «partner strategico fondamentale» per una nuova cooperazione bilaterale ed europeo. Attore fondamentale sia in Medio Oriente (accordo con l’Iran sul nucleare; intervento militare in Siria) che nel Mediterraneo (partenariato Russia-Egitto; presenza e interessi in Libia), in termini strategici la Russia – afferma il giornalista Fulvio Scaglione – «può offrire un contributo decisivo nelle relazioni internazionali».

Nel 2010, a monte dell’ingresso russo nell’Organizzazione mondiale del commercio (2012) e sulla scia del Partenariato orientale con l’UE del 5 dicembre 2009, il Presidente Vladimir Putin «si spinse ad immaginare un’unica area di libere relazioni economiche da Lisbona a Vladivostok, dall’Atlantico al Pacifico». Questa apertura a Est ha scatenato, secondo Scaglione, tensioni nei rapporti con gli Stati Uniti e la NATO, la crisi in Ucraina e crescenti divisioni interne che, oggi, l’UE sta scontando mentre la Russia «costruisce relazioni strategiche con altri grandi paesi come la Cina, e recupera quelle in crisi come con la Turchia».

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