domenica, novembre 19

Gentiloni, Minniti e gli altri: i magnifici ‘sette’ in azione L'ipotesi di un ticket Gentiloni-Minniti sta prendendo sempre più corpo, ecco chi ci sta lavorando

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Il siluro è puntuale, diretto. Lo lancia il governatore della Puglia Michele Emiliano, già competitore, al tempo delle primarie, di Matteo Renzi: senza speranza, nella specifica occasione; ma un investimento futuro: il solo fatto di essere un competitor gli ha consentito di puntellare la sua egemonia nel suo feudo pugliese; e insieme accreditare un profilo ‘nazionale’. A Emiliano, insomma va riconosciuta una certa abilità tattica nel saper fiutare per tempo dove il vento spira, e posizionarsi con una certa furbizia. Così, ecco che approfitta dell’occasione fornita dal palco dell’81esima Fiera del Levante, per lanciare il siluro a Renzi. Il Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni parla di lavoro, di rilancio dell’imprenditoria nelle regioni meridionali, di Sud. Sobrio e misurato annuncia che «nella legge di Bilancio useremo tutti i margini possibili per accompagnare la crescita, incoraggiando senza illudere, per utilizzare gli elementi positivi dell’analisi economica senza dire bugie». Emiliano coglie al volo l’opportunità: quelle cinque parole («senza illudere…senza dire bugie») costituiscono l’occasione attesa per piantare la sua bandierina.

Gentiloni non dice bugie, non illude. L’allusione al dire e al fare del precedente inquilino è trasparente. Per questo è il naturale candidato per palazzo Chigi dopo le elezioni politiche di primavera: perché, lui, non illude (e dunque non delude), ed è sincero. Magari un ticket, che nei fatti è già in costituito: con l’attuale Ministro dell’Interno Marco Minniti, personaggio in costante ascesa, e che consolida giorno dopo giorno la sua fama di uomo del fare più che del dire; anche lui, se si vuole, non illude, ed è sincero. Ipotesi che già all’inizio dell’estate era stato per esempio prefigurato con chiarezza da Luciano Violante e da altri esponenti dell’area D’Alema-Bersani.

Ecco dunque laformazione‘: ruolo di punta, Gentiloni e Minniti; c’è poi labenedizionedel Presidente della Repubblica: un discreto, spesso silente, ma non per questo assente Sergio Mattarella (non dimentico, per inciso, di alcuni sgarbi ricevuti); altrigiocatoriapparentemente in panchina: Romano Prodi; assiste come il cinese in riva al fiume e in attesa del momento buono per arpionare la preda; non si limita ad attendere: lavora per accelerare questopassaggioassieme  -coppia molto più assortita di quanto non possa apparire a prima vista- a Giuliano Pisapia. Prodi ha memoria lunga, da sempre coltiva l’arte, tipica del democristiano di sinistra, della memoria: sornione, non dimentica le offese, e sa attendere l’occasione per restituire l’avuto con i relativi interessi. Il suo wigwam non è nel campo del PD, ma non così lontano da non conoscerne e seguirne i movimenti. Ha trascorso un’intensa estate di lavoro e riflessione; con Pisapia c’è da tempo una concordanza di valutazione e una continua consultazione. La ‘strana’ coppia gioca una partita destinata a ‘pesare’ più di quanto non si immagini.

C’è poi Dario Franceschini: organizza le sue truppe con discrezione, e con cura dissemina trappole e tagliole. Sei; ma in realtà, come vuole tradizione, i ‘magnifici’ sono sette. Nella fattispecie, è ‘una’ magnifica: nel suo armadio c’è qualche ingombrante figura famigliare che ciclicamente viene evocata; attualmente è molto impegnata a ritagliarsi un suo ruolo specifico e autonomo; fa di tutto perché si smarrisca la memoria di scivoloni, come l’esser stata madrina e vessilifera di un referendum costituzionale bislacco e sgangherato. Sorridente e suadente, al momento opportuno, non negherà il suo bacio.

Questo lo scenario, siamo agli atti finali di una trappola tesa da tempo e in cui Renzi è caduto fidandosi troppo di un fiuto e di un’abilità manovriera che non ci sono, e non si improvvisano. Chissà se ha mai assistito al pirandelliano ‘Questa sera si recita a soggetto‘ (o ne ha, almeno, letto il copione). Fatto è che, novello dottor Hinkfuss, Renzi sempre più deve fare i conti con gli attori ormai confusi con il pubblico, e indisponibili ad accettare supinamente umori e voleri del regista che vorrebbe gli attori proni al suo volere, senza alcun margine per le loro capacità e talenti recitativi.

Decisive, in questo senso, sono le elezioni per la guida della regione Sicilia. In queste ore Renzi si affanna a dire che quello siciliano non è un test con valenza nazionale, che sì, si vota, ma il voto vero, quello che conta e che pesa sarà quello ‘politico’ di primavera. Ovvio, che Renzi lo dica, non può, nella situazione in cui si è da solo ficcato, dire altro. Ma sarà, come ormai da tempo è ogni voto, una consultazione ad alto tasso politico, che varcherà i confini dell’isola.

Tutti i sondaggi, unanimi, certificano che in Sicilia, alla fine, la partita si giocherà tra un centro-destra ringalluzzito, e un Movimento 5 Stelle che pur reduce da una quantità di fallimenti, viene ancora da molti visto come ultima spiaggia, o comunque la carta da giocare per dare agli ‘altri’ la lezione che meritano. Se la regione tornerà al centro-destra o passerà ai grillini, eccome se avrà un valore politico destinato a pesare e influire, come del resto, storicamente, sempre hanno pesato e influito i risultati della Sicilia, in questo senso regione-pilota. Ecco perché l’MdP, la formazione guidata da Massimo D’Alema e Pierluigi Bersani, alla fine ha deciso di giocare la partita senza speranza di Claudio Fava presidente della Regione. Sanno bene che non hanno chance. Lo scopo non è vincere, piuttosto contribuire alla sconfitta del PD, aggiungere una coltellata al fianco di Renzi, ulteriormente indebolirlo, sottrargli voti. Per poi ‘pesare’ a primavera, quando si giocherà la partita decisiva, quella per palazzo Chigi.
Questo è il ‘risiko’ che ci attende. Come si dice: That’s folks.

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