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Progetto GALSI

Gasdotto Algeria-Italia, la volta buona?

Gentiloni rilancia il progetto per portare il gas in Sardegna

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Pochi ne parlano, ma durante la sua ultima visita ad Algeri il Ministro degli Esteri Paolo Gentiloni ha rilanciato un progetto che molti davano per archiviato nel dimenticatoio: quello del GALSI, il  ‘Gasdotto Algeria Sardegna Italia’.

Il nome lascia poco all’immaginazione, e racconta di un gasdotto sottomarino che collegherà le coste dell’Algeria alla Sardegna e, dopo averla attraversata, tornerà in mare per connettersi a Piombino, in provincia di Livorno. A inizio febbraio, durante una conferenza stampa congiunta ad Algeri con il Ministro degli esteri algerino, Ramtane Lamamra, Gentiloni ha dichiarato che l’Italia è interessata al progetto e, in generale, a una diversificazione delle fonti energetiche.

Nei fatti, tuttavia, la realizzabilità del progetto è in dubbio. Il gasdotto, che secondo le previsioni potrà trasportare 8 miliardi di metri cubi di gas all’anno, assume una rilevanza strategica anche a livello europeo. Tanto che la Commissione Europea lo ha incluso nello ‘European Energy Programme for Recovery‘ (EEPR) e gli ha riservato un contributo di 120 milioni di euro.

L’Algeria, attraverso l’impresa statale Sonatrach, si dovrebbe accollare il 41,6% del finanziamento, mentre gli altri partner annunciati sarebbero Edison, Enel, Gruppo Hera e la Regione Sardegna. Secondo i progetti, il GALSI dovrebbe estendersi per 900 chilometri, di cui circa 600 in mare a una profondità massima di 2.885 metri. Il gasdotto diventerebbe così il più profondo mai realizzato. Dopo essere partito da El-Kala, in Algeria, il GALSI si dovrebbe connettere a Porto Botte, nel sud della Sardegna, attraversare l’isola in diagonale e rituffarsi in mare nei pressi di Olbia, per raggiungere così Piombino, in Toscana.

La volontà di far partire il progetto, da parte dei suoi ideatori, è palese: Edison ed Enel avrebbero già attivi contratti con Sonatrach per la fornitura, tramite GALSI, di 2 miliardi di metri cubi all’anno a partire dall’entrata in funzione; ugualmente, Hera ha già firmato un contratto per 1 miliardo annuo, lasciando così la Sonatrach libera di commercializzare i restanti 3 miliardi con altri operatori.

L’Algeria, il maggior fornitore di gas per l’Italia, mira ad aumentare la propria quota di esportazione. I piani di Algeri, infatti, prevedono nei prossimi anni un aumento della produzione, grazie anche allo sviluppo di tecniche produttive di gas da rocce scistose, fino a raggiungere 20 miliardi di metri cubi all’anno.

La Energy Information Administration (EIA) statunitense informa che in Africa l’Algeria è il primo produttore di gas naturale e stima che Algeri possa possedere la terza riserva di gas di scisto al mondo. Alcuni elementi tuttavia minacciano questi progetti di sviluppo: da un lato, negli ultimi anni la produzione di idrocarburi in Algeria è calata: tra le cause, sicuramente i ritardi nello sviluppo di nuovi progetti, ma anche la situazione di scarsa sicurezza degli impianti, che hanno subito ripetuti attacchi da gruppi militanti attivi in Nord Africa e nella regione del Sahel. Inoltre, il calo della domanda da parte dell’Europa, che acquista il 90% del gas algerino, ha influito negativamente. Per questo motivo, Algeri sembra pronta a cogliere a volo le difficoltà di esportazione della Libia e la situazione altalenante delle forniture russe, a causa della guerra in Ucraina. Due elementi, questi, che spingono anche l’Italia a potenziare la capacità di importazione da un partner, l’Algeria, che già fornisce il 30% del fabbisogno di gas italiano.

Malgrado queste premesse, l’attivazione del progetto è già stato rimandata per tre volte, dal 2012 a oggi. Tra le cause, c’è sicuramente il calo della domanda di gas naturale in Italia degli ultimi anni, che ha reso meno indispensabile una via di fornitura alternativa a quella dell’altro gasotto già attivo con l’Algeria, via territorio turnisino: il Trans-Mediterraneo (Transmed). Inoltre, altri elementi ostacolano l’attivazione del progetto GALSI: innanzitutto il costo, che nel frattempo, tra un rimando e l’altro, è aumentato dai 2-3 miliardi di dollari iniziali a circa 4 miliardi nel 2014.

Un altro ostacolo sembra essere di tipo ambientale: diversi movimenti in Sardegna si oppongono al progetto per diverse ragioni. Tra le principali perplessità, figurano quelle legate all’impatto ambientale: il gasdotto infatti, nel suo passaggio sull’isola, dovrà attraversare diversi fiumi e un numero considerevole di questi dovrà essere deviato; inoltre, esso attraverserà passaggi ferroviari e strade: un prezzo da pagare, in quanto a sconvolgimenti del tessuto naturale e infrastrutturale, troppo alto, secondo chi si oppone al progetto. Inoltre, si teme che la gestione dei lavori sarà affidata ad imprese esterne, privando così la Regione di possibili posti di lavoro, a fronte di una quota di finanziamento al progetto cospicua da parte delle autorità locali.

Tuttavia, l’ostacolo principale al GALSI sembra essere la riduzione della capacità di esportazione dell’Algeria, in seguito all’accantonamento di un altro progetto, questa volta tutto africano: il gasdotto Trans-Sahariano (TSGP, noto anche come NIGAL). Si tratta del gasdotto che avrebbe collegato Nigeria, Niger e Algeria, e che avrebbe dovuto portare in Europa, anche attraverso il GALSI, da 20 a 30 miliardi di metri cubi di gas all’anno.

Secondo i progetti, il gasdotto dovrebbe partire dalla Regione di Warri, in Nigeria, attraversare il territorio del Niger e, una volta entrato in Algeria, connettersi presso la località di Hassi R’Mel ai gasdotti diretti in Europa: il Trans-Mediterraneo, il Maghreb–Europa, Medgaz e Galsi. Qualora fosse realizzato, il TSGP avrebbe un’estensione di più di 4.000 chilometri.

Tuttavia, anche lo sviluppo del NIGAL sembra ostacolato da problemi analoghi a quelli del GALSI. Innanzitutto, il costo del progetto è presto lievitato da 7 miliardi di dollari iniziali a 20 miliardi. Inoltre, la realizzabilità del gasdotto si deve confrontare con le tensioni geostrategiche dovute alla difficile situazione di territori, come il nord della Nigeria, il Mali e l’Algeria meridionale, dove sono attivi gruppi ostili quali Boko Haram, Ansar Dine e Al-Qaeda nel Maghreb.

Infine, analogamente alle proteste sarde, anche alcuni gruppi africani stanno sollevando critiche riguardo all’impatto ambientale ed economico sul territorio. Come, ad esempio, il ‘Movimento per l’Emancipazione del Delta del Niger’, che da anni denuncia lo sfruttamento selvaggio delle risorse del Niger e le scarse ricadute economiche ed occupazionali sul territorio, così come l’impatto ambientale deleterio di queste attività.

Sarà quindi questa la volta buona per l’attivazione del GALSI? Le incognite non dipendono soltanto dai due Paesi interessati, ma coinvolgono lo scenario geopolitco di due continenti. Il rilancio di Gentiloni può essere una scintilla: i prossimi mesi mostreranno se il gas a disposizione è abbastanza per farla diventare un fuoco.

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