martedì, gennaio 16

G7: tra mercato e ‘cultura energetica’

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A poco più di un mese di distanza dal G7 Energia di Roma, il rifiuto da parte degli Stati Uniti di firmare una dichiarazione congiunta pesa sulla salute del dibattito su ambiente, energia e sviluppo sostenibile che avrà luogo in una delle sessioni di lavoro previste oggi e domani a Taormina.  A Donald Trump si  domanda chiarezza sul ricorso alle fonti energetiche (dal carbone alle rinnovabili), mentre la dichiarazione di retrocedere dall’Accordo di Parigi già firmato da Obama e i tagli del 30% all’Agenzia federale USA per la tutela ambientale chiamano Emmanuel Macron in veste di primo mediatore sulla questione climatica.

All’Accordo citato, esito della Conferenza sul Clima (COP 21) organizzata dalle Nazioni Unite, hanno aderito i 195 Paesi presenti a Parigi nel dicembre 2015. Entrato in vigore lo scorso 4 novembre, il documento conta, tra suoi punti fondamentali: una riduzione delle emissioni di gas serra con revisione e aggiornamenti previsti ogni 5 anni; in particolare è richiesto un «equilibrio tra le emissioni da attività umane e le rimozioni di gas serra nella seconda metà di questo secolo» (Art. 3); lo stanziamento di 100 miliardi di dollari annui fino al 2020 per aiutare i Paesi meno sviluppati (c.d. politica della «differenziazione») a ottemperare ai termini dell’Accordo; un ruolo attivo degli enti territoriali, delle grandi città e del settore privato di ogni Paese firmatario nella lotta al cambio climatico e il contenimento, nello stesso termine, dell’aumento di temperatura entro la soglia massima dei 2°C (1,5 negli intenti dichiarati).

Sul fronte dello «sviluppo sostenibile», con un Green Paper redatto nel ‘lontano’ 2006, la Commissione Europea lanciava una politica energetica fondata sulla seguente triade: sostenibilità ambientale, incidenza dei costi energetici sull’efficienza e la competitività degli Stati-membri, approvvigionamenti sicuri. Tenendo presenti gli obiettivi di sviluppo promossi in ambito europeo, Frans Timmermans, Presidente della Commissione, ha ribadito che l’economia circolare, capace di convertire i rifiuti in energia, rappresenta una «priorità fondamentale» per la politica dell’Unione. Questo tema, insieme a quello della c.d. «quarta rivoluzione industriale», che comporta la sostituzione del lavoro umano con strumenti digitali automatizzati, sarà oggetto del G7 Ambiente che si terrà a Bologna tra il 10 e il 12 giugno.

Nonostante le politiche energetiche e ambientali siano animate da una volontà di transizione, e malgrado un alto incremento dell’eolico, del fotovoltaico e delle biomasse, secondo Alessandro Clerici, esperto in sistemi energetici di fama internazionale, è prevedibile che «nel 2030 (…) le fonti fossili domineranno ancora la scena con circa l’80 % di contributo alla produzione di energia elettrica». infatti, qualsiasi tecnologia finalizzata alla produzione di energia elettrica (dalla fase estrattiva a quelle legate all’intero ciclo dell’impianto) comporta emissioni. A livello mondiale, la produzione di elettricità dipende, in senso decrescente, da carbone, gas, idroelettrico, nucleare, petrolio. Per l’Italia il gas è al primo posto con il 51 %, seguito dal carbone (14,5%), dall’idroelettrico (14%) e dai derivati del petrolio (12%). Parlando di politica energetica, Clerici insiste sulla necessità di un «approccio pragmatico, basato su fatti e dati, su tutte le fonti, l’efficienza e la competitività, in un quadro che si inserisca nel contesto mondiale».  Inoltre, i costi finora sostenuti sono elevati per le rinnovabili e crescenti per le fonti fossili, con una dipendenza energetica per l’Italia del 75,9% nel 2014, secondo Eurostat.

Come sottolinea un recente Rapporto prodotto dall’«Istituto per gli Studi di Politica Internazionale» (ISPI), relativo al «Monitoraggio della sicurezza energetica italiana ed europea», il costo petrolio è stato ridimensionato da una minore produzione di greggio e quotazioni più stabili in base a un accordo del 10 dicembre 2016 tra Paesi produttori (in primis Arabia Saudita e Russia) e Paesi importatori. Nel Rapporto si legge anche che « la stabilità del mercato è il presupposto per ridurre l’incertezza dell’industria e favorire la ripresa degli investimenti che, a prescindere dagli sviluppi in campo climatico, tuttora si rivelano necessari».

Distribuzione delle risorse e scelte di sicurezza energetica si incontrano nella geopolitica che influenza i rapporti internazionali e che dovrebbe essere assunta, nell’intento costitutivo del G7, come condizione condivisa dai Paesi che ne fanno parte. Il vaglio degli accordi in sede di vertice traducono questa volontà, benché gli ‘stati di necessità’ che incontrano le parti dipendano dal ruolo trainante o ‘frenante’ degli Stati più influenti. Esempi di obiettivi alternativi di lungo periodo perseguiti dalle nazioni europee provengono dalla politica industriale tedesca, con le rinnovabili, e da quella francese, con il nucleare.

Interrogarsi sulle ragioni di queste scelte presuppone, oltre a una conoscenza dei rapporti di forza operanti nell’arena economica globale, una visione chiara e ‘applicata’ di concetti come sostenibilità, efficienza e sicurezza energetica. Di questi e di molti altri aspetti, che interessano la partita giocata dai Paesi oggi rappresentati a Taormina, abbiamo discusso con il Professor Fabio Fineschi, docente emerito in «Tecnologia, Sviluppo sostenibile e Pace» presso l’Università di Pisa.

 

Professor Fineschi, nello scenario attuale, quali sono i fattori che più condizionano la politica energetica italiana sul piano dell’efficienza e della competitività, ma anche in termini di sostenibilità ? Quali possono essere i ‘punti forti’ di una pianificazione energetica sostenibile da portare all’attenzione del vertice?

Il consumo energetico tende ad aumentare con la crescita economica, quindi con la crescita della produzione, e a diminuire con l’efficienza energetica, cioè con la riduzione del consumo per unità di prodotto. L’aumento della produzione comporta che aumentino il consumo di risorse materiali, i rifiuti e l’inquinamento. Queste variabili sono tutte legate tra loro da logiche di retroazione : se una variabile aiuta la variazione di un’altra, è vero anche l’inverso. L’innovazione tecnologica può, in questo senso, aiutare a contenere gli effetti negativi, allargando così i limiti a disposizione dell’umanità; nondimeno, essa potrà anche innescare la tentazione di crescere economicamente a una velocità tale da oltrepassare quei limiti e rendere insostenibile la vita pacifica sulla Terra.

Per attenerci al nostro tema, la sensazione di poter avere a disposizione, in gran quantità, fonti energetiche rinnovabili, pulite, efficienti e a costo contenuto può spingere l’umanità a usare ingenti quantità di energia per aumentare la produzione. Quest’ultimo effetto implica , però , un consumo di risorse non energetiche tale da arrecare danni ambientali irreversibili. Pertanto, il raggiungimento di una ottima sostenibilità energetica può addirittura diventare un motivo di insostenibilità generale.

A Taormina, almeno da quanto emerge dai lavori  di preparazione, si parlerà di sostenibilità energetica nei termini, ormai ‘classici’: di decarbonizzazione (tesa ad evitare le emissioni di gas serra e, con esse, il riscaldamento del pianeta); di sicurezza inerente all ‘approvvigionamento (toccando temi politici cruciali per la pace nel mondo, come le situazioni energetiche dell’Ucraina e del continente africano, così diverse e così critiche); di costo; di incidenza sull’occupazione, in questo periodo di transizione energetica. Tuttavia,  si rischia di non parlarne in termini di sostenibilità generale, di risparmio di tutti i tipi di risorse.

Nell’ultimo decennio, l’Italia ha conosciuto una drastica riduzione del consumo energetico, per alcuni parametri fino al 20%, dovuta più alla crisi economica che all’aumento dell’efficienza energetica e della propensione al risparmio. In questi ultimi mesi, con l’aumento del PIL, il consumo è tornato ad aumentare.

Si tratta di un indice salutato positivamente dal discorso politico ufficiale, e questo non vale soltanto per l’ Italia…

La preoccupazione della crescita economica e l’illusione che, con essa, si alleggeriranno tutti gli altri problemi –  a iniziare dai problemi politici – predominerà nell’apporto che l’Italia darà alla discussione. Oggi i Paesi del G7 sono felici che il consumo energetico sia tornato a crescere al loro interno, invece di esserne preoccupati!

Eppure, lo sviluppo dell’umanità nella sua totalità e complessità è, sì, favorito dalla crescita economica, specie quando il livello economico è basso e sfiora la povertà (come avviene in Africa), ma è soprattutto legato allo sviluppo intellettuale, culturale, spirituale delle persone.

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