mercoledì, settembre 19

Il G7 di Taormina e Donald Trump

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Dopo aver partecipato, ieri, al summit della NATO di Bruxelles, Donald Trump è volato nuovamente in Italia, per raggiungere Taormina. Nel piccolo borgo siciliano si inaugurando il G7 al quale partecipano i capi di stato e di governo di 7 Paesi (Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania, Francia, Italia, Canada, Giappone).

E’ il primo G7 a cui partecipa Trump, ma è anche il primo di Macron, il neo-eletto Presidente francese. Il padrone di casa, il Premier italiano Paolo Gentiloni, durante la cerimonia di apertura, ha dichiarato: «Sappiamo che non sarà un confronto semplice. Lo spirito di Taormina ci può aiutare nella giusta direzione», non nascondendo le sue perplessità circa il risultato finale.

Diverse le questioni sul tavolo. A seguito di quanto accaduto a Manchester, come ribadito al quartier generale NATO, il dossier del terrorismo rimane una priorità nell’ agenda internazionale. Ma ad assumere altrettanta importanza in questo vertice il tema della strategia economica, rispetto alla quale Trump, che guarda con sospetto la Germania di Angela Merkel e la Cina di Xi Jinping, attua ricette protezionistiche, di chiusura, di alleggerimento fiscale alle imprese nell’ intento di riportare l’ ‘America great again’.

Per far questo, ha inaugurato, anche nell’ ambito della politica ambientale e climatica, una linea di rottura rispetto all’ Amministrazione di Obama, puntando all’ indipendenza energetica americana tramite un alleggerimento dei vincoli imposti alle industrie, in netto contrasto ai tentativi mondiali di slegare progressivamente l’ economia dal legame con il petrolio.

Per comprendere meglio quale sarà la posizione del Presidente americano nella discussione delle varie tematiche nel contesto di Taormina, abbiamo chiesto al Professor Daniele Fiorentino, docente di Storia e Istituzioni degli Stati Uniti d’ America presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell’ Università degli Studi di Roma Tre.

Come si prospetta il primo G7 per Trump? A causa dei diversi scandali che stanno investendo la sua Amministrazione a Washington, apparirà indebolito agli occhi degli altri capi di stato?

La reazione degli europei è quella di tenere gli occhi puntati sulla questione di un possibile impeachment, che mi sembra molto lontana. Indiscutibilmente, le indagini e tutta la questione del ‘Russiagate’ hanno un’ influenza soprattutto sull’ atteggiamento degli europei. Da questo punto di vista Trump sembra procedere secondo una sua linea che l’ Europa sembra ancora non aver capito. Credo che in qualche misura influenzerà il G7, ma marginalmente, alla fine, perché soprattutto i Paesi europei hanno interesse ad avere ancora gli Stati Uniti alleati. In fondo, gli Stati Uniti rimangono una potenza, con tutte le crisi e i dubbi che possono avere.

Il terrorismo potrebbe essere la tematica sulla quale Trump può avere maggiore facilità nel dialogare con gli altri Paesi?

Sul terrorismo, credo fino ad un certo punto perché poi il problema, al momento, riguarda soprattutto l’ Europa. Per questo sono dell’ avviso che i leader europei non saranno molto disposti ad andare troppo incontro su questo tema. Certamente uno scudo americano può essere utile, ma abbiamo visto con l’ attentato di Manchester come hanno reagito gli Stati Uniti. L’ Europa potrebbe davvero organizzare, se ne fosse capace, una difesa comune, da questo punto di vista.

Però io penso che uno dei temi al centro dell’ incontro sia l’ Africa e quindi i migranti, problema su cui in Europa ci sono posizioni che vanno nella stessa direzione di quella di Trump, ma che però rimane lontano dalle intenzioni degli europei, in particolare da quelle della Germania.  Sembra la prima volta che gli Stati Uniti vanno piuttosto deboli ad un G7, questa a me sembra la grande novità di questo incontro. Trump è da troppo poco in carica, ci è arrivato tra mille polemiche, la sua posizione non è di compromesso e quindi sono convinto che gli Stati Uniti non siano stati mai così fragili come adesso a livello internazionale.

Dal punto di vista della strategia economica, la ricetta di Trump è sicuramente ‘di destra’, come dimostra l’ intenzione di abolire l’ Obamacare o di allentare la pressione fiscale sulle imprese, mentre l’ Anti-America, in questo G7, sembra essere proprio la Germania di Angela Merkel. E’ impossibile che si inauguri, in questa occasione, un alleggerimento del contrasto tra le due visioni?

Direi di sì perché paradossalmente Trump sta ottenendo un risultato quasi opposto, perlomeno tenendo presente quanto si è visto fin qui, rispetto alla fase di fine 2016 con la sua elezione, dopo la Brexit. Sta quasi ricompattando l’ Europa, cioè quello che lui riteneva uno dei problemi principali, stando a quanto ha detto sull’ Unione Europea, sulla NATO.

In realtà sono veramente poche le cose che è riuscito a fare fin qui, nonostante l’ atteggiamento con cui è arrivato alla Presidenza, di colui che potrebbe ribaltare a 180° la politica americana quando in realtà i pesi e i contrappesi gli impediscono di evitare le immigrazioni ai paesi arabi che lui aveva bandito. Quindi, al momento, quello che sembra riservarci il futuro è forse un ricompattamento dell’ Europa con un’ asse franco-tedesco che la Merkel sembra voler favorire, con un’ Italia al seguito, da quello che si è capito e gli Stati Uniti in una posizione opposta rispetto a quella in cui erano prima: tutti gli accordi commerciali globali che adesso Trump ha interrotto rompevano un po’ il fronte europeo che, invece, sembra si stia ricompattando proprio grazie a questa sua non-volontà di andare incontro alle richieste dei partner principali.

Quindi, paradossalmente, la posizione di Trump sedimenta la coalizione di chi è contro la chiusura, come ad esempio i Paesi europei?

A mio avviso è quello che sta succedendo. Tra l’ altro, questo iniziale asse con la Russia, che adesso ha dovuto in qualche modo mettere da parte, soprattutto riguardo alla Siria, in realtà sembra stia ottenendo dei risultati opposti rispetto a quelli che lui aveva auspicato. D’ altronde anche dentro il Paese l’ opposizione che c’è stata da diverse corti federali sulla questione del muro, sull’ impossibilità di approvare la costruzione del muro al confine con il Messico per la mancanza di fondi che è un esempio di come funzionano le istituzioni americane.

Quindi, da una parte c’è da considerare anche una resistenza interna delle istituzioni, anche se debole visto che i repubblicani hanno una schiacciante maggioranza: non va dimenticato che Trump, nonostante sia un repubblicano fuori dagli schemi data la perplessità di molti repubblicani circa la sua Amministrazione, deve pur sempre tenere una maggioranza fedele che voti i suoi programmi, i suoi progetti; dall’ altra parte ci sono le relazioni internazionali, dove tutti sono molto cauti per capire quali sono le prospettive future. Io credo che la tematica di un suo possibile impeachment sia un atteggiamento molto europeo, ma se mai ci si dovesse arrivare, occorrerebbe molto tempo.

Si impone agli europei la necessità di essere realisti, considerando che si sta ribaltando la politica che ha caratterizzato i rapporti transatlantici per quasi tutto il ‘900, cioè l’ idea, che è durata fino a tutta l’ Amministrazione Obama, con l’ eccezione degli anni Venti e di nuovo in misura marginale con George W. Bush negli anni 2000, che gli Stati Uniti fossero quelli che promuovevano il commercio libero, la libertà dei mari, in cui erano, al limite, i Paesi europei che volevano proteggere i mercati nazionali .

Anche il dialogo con i BRICS, in particolare la Cina, sembra essere un argomento divisivo.

Assolutamente sì. Da questo punto di vista,nei rapporti economici col Pacifico, direi, si vede tutta l’ impreparazione di questa Amministrazione, proprio su quello che era stato uno dei punti di forza dell’ Amministrazione Obama. In questo ambito, sembra davvero che l’ Amministrazione Trump non sappia dove indirizzarsi: da una parte si rende conto che è un partner fondamentale, dall’ altra c’è questa idea dell’ “America First” che è diventata il suo mantra e che, nella prospettiva lunga, rischia di indebolire l’ economia americana. La Cina rimane un partner importante innanzitutto perché detiene buona parte del debito pubblico americano e Trump dovrebbe essere, in questo, più realista nel fare i suoi conti.

La mia sensazione è che i Paesi europei, in testa la Germania che giocherà un ruolo importantissimo nel futuro di questa Amministrazione, siano, al momento, più realisti e più efficaci. E’doveroso ricordare, però, che sono solo tre mesi che Trump è al potere, ma quello che si vede rispecchia un po’ quello che ci si aspettava e cioè l’ incapacità di gestire con sapienza e con conoscenza dei problemi anche più piccoli una situazione internazionale che, ad oggi, è talmente sfibrata e fortemente parcellizzata che richiederebbe una maggiore centralizzazione, un maggiore accordo tra le maggiori potenze, compresi i BRICS. Ma questa non sembra essere l’ intenzione del nuovo Presidente. Sul piano storico, la prospettiva dell’ isolamento ha sempre finito per danneggiare gli Stati Uniti.

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