mercoledì, gennaio 17

G7 Taormina, il bilancio finale

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A due giorni dalla conclusione del G7 di Taormina, il bilancio finale sembra mettere d’accordo gli Stati membri su alcuni punti, quali l’eguaglianza di genere e la lotta al terrorismo, mentre li divide su aspetti importanti e complessi, come il clima e l’immigrazione, seminando perplessità e scetticismo, nonché delusioni da parte della società civile.

Risponde alle nostre domande inerenti al bilancio generale del G7 e ai protagonisti del vertice Francesca Longo, docente ordinario presso il Dipartimento di scienze politiche e sociali dell’Università degli studi di Catania.

Che cosa ci si poteva aspettare dal G7 che non è arrivato e quali aspetti positivi si possono cogliere dalle posizioni raggiunte?

Questo G7 è stato particolarmente rilevante, per due motivi: innanzitutto, perché ci sono nuovi leader che, per la prima volta, partecipano al G7, primo tra tutti, Donald Trump; secondo, perché è avvenuto all’indomani di una tremenda tragedia, quale quella di Manchester, in un Paese, la Gran Bretagna, che sta anche cambiando le sue posizioni verso il suo partner tradizionale, che è l’Europa.  Questi due eventi hanno molto condizionato il G7. Per rispondere alla sua domanda, vorrei sottolineare, prima, ciò che non si è ottenuto: il clima. L’accordo sul clima è un accordo monco perché mancano gli Stati Uniti. Le conclusioni che hanno raggiunto i 6 Paesi precludono, infatti, l’America. Si legge, nel documento finale, che gli Stati Uniti non firmano la dichiarazione sul clima. Questo, più che un problema, è una sconfitta per il G7 perché non è riuscito a convincere il Presidente Trump dell’importanza di questa tematica.

C’è una speranza che Trump si riallinei con gli altri Paesi riguardo all’accordo sul clima?

È ancora presto per dirlo, ma temo di no, perché già le posizioni di Trump su questo tema sono molto chiare e sono anche dimostrate dal grande interesse che Trump sta avendo verso i Paesi medio orientali, nello specifico i Paesi esportatori di petrolio. Trump, negli ultimi mesi, ha anche avuto una attività diplomatica molto forte verso questi Paesi e li ha visitati prima di raggiungere l’Europa. Diciamo che non sembra che le posizioni di Trump possano cambiare nel breve termine.

L’uscita dall’accordo da parte degli Stati Uniti indebolirebbe molto i risultati attesi a lungo termine?

Sicuramente. Il problema del clima è molto complesso, perché i Paesi più inquinanti sono i Paesi di grande industrializzazione, le cosiddette ‘potenze emergenti’, come la Cina e l’India. Tuttavia, gli Stati Uniti sono un Paese di grande rilevanza, non solo perché inquinano tanto, e quindi la loro uscita dall’accordo avrebbe una immediata conseguenza, ma anche perché sono un Paese leader, un Paese la cui posizione politica è rilevante, rispetto agli altri Paesi. Quindi, ahimè si, il problema si porrà.

Quali sono gli altri aspetti negativi?

Quello legato all’immigrazione. Qui il fallimento è stato totale. Ho letto proprio ieri la dichiarazione conclusiva e sull’immigrazione non si è detto nulla. Anzi, si è detto che gli Stati hanno diritto a chiudere le loro frontiere e che gli aiuti sono sostanzialmente da fare a casa loro. Mi è sembrato un approccio molto chiuso, un approccio che allinea, ahimè, i Paesi europei all’approccio di Trump, cioè di chiusura, del controllo delle frontiere e della assoluta incapacità di capire e comprendere le profonde trasformazioni che la società globale, e quindi i flussi migratori, stanno avendo negli ultimi tempi. Sull’immigrazione c’è stata veramente una sconfitta enorme perché, mentre sul clima le posizioni europee sono state ferme e l’unico a diversificarsi è stato Trump, sulle immigrazioni sembra che Trump si sia trascinato tutti gli altri sei.

E non è stato raggiunto nessun risultato in merito alla questione africana? Non è stata delineata alcuna linea guida da seguire?

Assolutamente. Questa parte dell’immigrazione è da legare, inoltre, alle conclusioni sulla politica internazionale, sul conflitto medio orientale. Ecco, l’unica cosa che ho notato, leggendo le conclusioni, è stato il richiamo alla Russia. La Russia, anche se non fa più parte del vertice, è un partner importante e viene chiamata a fare la sua per quanto attiene il conflitto in Siria. Quindi si spera che i colloqui con la Russia sulla Siria, ma in generale sul problema dei conflitti medio orientali, riprendano al più presto. Non dico che questo sia un aspetto proprio positivo ma, almeno, lascia aperte delle speranze.

Quali altri obiettivi sono stati raggiunti?

Aspetti positivi ne ho visti due: l’attenzione all’eguaglianza di genere. Per la prima volta, si è letto in una conclusione del G7, l’impegno a lottare contro le discriminazioni di genere e la violenza sulle donne. Questo mi è sembrato un passo importante anche se, al momento, tutto ciò è declamatorio. Vedremo poi quali concrete politiche adotteranno per combattere questo fenomeno. Il secondo aspetto positivo è la parte in cui, parlando della lotta al terrorismo, si fa riferimento, non solo alla necessità di garantire la sicurezza, ma anche di rispettare i diritti umani.

Merkel e Trump, al termine del G7, si sono rifiutati di partecipare alla conferenza stampa. Qual è il significato politico di questo gesto?

Intanto si sono confermati come i due protagonisti mediatici principali. Il conflitto tra gli Stati Uniti e la Germania è, secondo me, un conflitto molto complesso ma che riguarda soprattutto due aspetti: quello della migrazione e la Merkel, nonostante qualche tentennamento, da questo punto di vista è stata sempre la Cancelliera dell’apertura e ha sempre avuto una posizione abbastanza aperta e, inevitabilmente, su questo tema, Trump la contrasta. Ma importantissima è la questione del commercio. Il G7 ha raggiunto un accordo, Trump ha firmato la dichiarazione sul commercio, che ribadisce la necessità di lottare contro ogni tipo di protezionismo. Nonostante la firma di questa dichiarazione, però, ci si fida poco di Trump, cioè si teme che Trump avvii una politica di protezionismo che, naturalmente, determinerà dei conflitti commerciali troppo forti tra Stati Uniti ed Europa. E la Merkel, in questo senso, si pone un po’ come guida dell’Europa. Questo rifiutarsi di fare conferenza stampa mi sembra che sia stato una sorta di avviso, per Trump, perché ha voluto manifestare un segnale di dissenso nei confronti di un’Europa che cerca di non essere assolutamente prona agli Stati Uniti e cerca, invece, di assumere delle posizioni autonome e, per la Merkel, un segnale di leadership ai partner europei e anche verso gli Stati Uniti. Cioè la Germania è un Paese che cercherà di far assumere all’Europa una politica più autonoma rispetto agli Stati Uniti, viste le posizioni che gli Stati Uniti stanno prendendo.

Per quanto concerne la lotta al terrorismo e il clima, sembra che Macron, non abbia apprezzato, come la Merkel, la visione politica di Trump. Cosa ci dobbiamo aspettare dalle reazioni di Merkel e Macron in merito ai futuri summit internazionali che si svolgeranno prossimamente?

Questa è una cosa molto importante. Macron è appena arrivato e non ha ancora avuto il tempo di assumere una posizione forte però già ci sono le premesse. Io ho l’impressione che l’elezione di Macron, e le posizioni di Trump verso l’Europa, potrebbero essere utili, forse è un paradosso, all’Unione Europea. È possibile che una rinata alleanza tra la Francia e la Germania, così come fu negli anni 80, possa far uscire l’Unione Europea da un momento di crisi e, trascinata dalla leadership di questi due Paesi e da questi due personalità molto forti, Macron e Merkel, potrebbero, nei prossimi vertici internazionali, trascinare l’Europa ad assumersi una responsabilità collettiva nei confronti del quadro internazionale.

E che cosa, di questo vertice, sarà al centro del dibattito dell’altro grande vertice, il G20, che si terrà il 7-8 Luglio ad Amburgo?

Sicuramente il commercio e il pericolo del protezionismo e anche il tema delle migrazioni saranno al centro del dibattito; mentre dell’ambiente se ne parlerà. Nel G20, infatti, i Paesi che non sono disponibili a sacrificare la loro crescita per la tutela ambientale sono in numero più alto rispetto al G7 e quindi l’ambiente, se sarà in agenda, sarà un tema su cui si avranno tanti conflitti. Inoltre, il fatto che, oggi, l’America si stia schierando contro gli accordi ambientali potrebbe creare degli equilibri e delle alleanze tra tutti quei Paesi che non vogliono mettere la tutela ambientale sopra la crescita e lo sviluppo, quindi potrebbe creare diversi problemi.

L’incontro di Taormina ha rivelato le falle che già conoscevamo rispetto alle diverse visioni del mondo dei 7 leader che si sono incontrati. A posteriori, secondo lei, cosa ha apportato di nuovo questo incontro? era necessario questo summit?

Il summit è necessario perché il G7 è un’istituzione, uno dei luoghi dove si discute e si decide sulle regole che governano il sistema internazionale. Ormai non siamo più negli anni della guerra fredda ed è necessario che gli Stati si incontrino per raggiungere degli accordi. Il G7 è uno dei luoghi dove gli Stati devono discutere, anche litigando e aprendo conflitti. E se è necessario discutere, è altrettanto necessario che le posizioni vengano messe nere su bianco in un’occasione formale quale appunto il G7. È indispensabile perché il rischio è altrimenti che lo stesso processo di cooperazione si riveli inutile.

Ritengo che questo sia stato un summit importante perché per la prima volta si sono incontrati formalmente dei leader che, per la prima volta, entravano nel g7, come Trump, Macron e anche Gentiloni, con persone, come, invece, la Merkel, che hanno una certa esperienza internazionale.

È stato importante che si confrontassero, perché da questi incontri si deve partire per ricostruire, con un’attività diplomatica molto intensa, il processo di cooperazione.

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