mercoledì, settembre 19

G7 e disuguaglianze: una lotta persa in partenza

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Si è aperto oggi il G7 di Taormina. Tra le questioni in agenda ci saranno clima, immigrazione, lotta al terrorismo, commercio internazionale. Non pare che l’Italia avrà una Presidenza semplice: alcune diversità di opinione, infatti, adombrano la serenità e la riuscita del Vertice. Ma i 7 Paesi hanno una cosa che li accomuna tutti: il problema della crescita delle disuguaglianze. Un problema che, secondo quanto riportano i dati dell’OECD (Organisation for Economic Cooperation and Development), continua ad avere lo stesso preoccupante andamento da trent’anni a questa parte.

Anche l’OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) ha già lanciato l’allarme, sottolineando che, ridurre le disuguaglianze di reddito, vuol dire stimolare la crescita economica. Secondo l’analisi, infatti, i Paesi in cui le disparità di reddito sono in diminuzione, crescono più velocemente rispetto a quelli in cui crescono le disuguaglianze.

Anche all’incontro di Bari del 12 maggio scorso, tenutosi in apertura dei lavori del G7 dei Ministri Finanziari e dei Governatori delle banche centrali, si è parlato di disuguaglianze e dei temi legati alla crescita inclusiva e al rapporto tra finanza, regolamentazione e crescita. Nel meeting si è osservato un aumento preoccupante delle disuguaglianze interne e i partecipanti hanno evidenziato che, essenziali per la lotta a questo fenomeno sono le politiche in materia di istruzione, innovazione tecnologica ed integrazione. I livelli di disuguaglianza sono aumentati ovunque, sia dove c’è una minore redistribuzione della ricchezza, come Stati Uniti e Regno Unito, sia nei Paesi dove lo stato sociale e le tutele connesse ad esso sono da sempre più sviluppate, come Francia e Germania. Soltanto una solida e studiata strategia potrà, quindi, apportare dei miglioramenti che vadano a beneficio dello sviluppo e soprattutto delle generazioni più giovani. Abbiamo ragionato su questo problema con Chiara Saraceno, sociologa, filosofa ed honorary fellow presso il Collegio Carlo Alberto di Torino.

Quali sono le cause della crescita delle disuguaglianze?

Le cause sono diverse da Paese a Paese. In alcuni Paesi sono aumentate molto, in altri, un po’ meno, però, è vero che il trend è stato simile. La prima causa è che, con la crisi finanziaria non sono andati tutti a stare peggio; anche se, all’inizio, alcune grandi ricchezze hanno perso per questioni di borsa, però, poi alcuni hanno anche guadagnato, mentre invece altri hanno perso persino l’unica fonte di reddito, cioè, il lavoro. Le disuguaglianze di partenza, in un certo senso, hanno rafforzato le disuguaglianze di reddito della crisi perché, anche se è vero che i più ricchi in parte hanno perso un po’, hanno perso però un po’ di capitale e non delle fonti primarie di reddito, come, invece, è capitato a chi ha perso il lavoro. La seconda causa è l’occupazione; secondo l’OCSE l’unico settore dell’occupazione che è aumentato in questi anni è quella a tempo, il che significa che un numero crescente di persone, ma anche di famiglie, ha potuto contare solo su redditi da lavoro insicuri, non tanto solo bassi ma incerti, cioè, che non coprivano tutto l’anno  e questo ha anche molto aumentato i divari tra chi poteva continuare a contare su un lavoro sicuro e chi invece no. Questo spiega anche perché in quasi tutti i Paesi il reddito degli anziani sia rimasto più stabile del reddito dei giovani, perché, essendo prevalentemente da pensione (salvo la Grecia dove le hanno tagliate), è stato più protetto rispetto al reddito da lavoro. Sono cresciute molto le rendite di posizione che sono anche rendite di posizione lavorativa, cioè, per esempio, la rendita era dovuta al fatto di possedere capitale, terra; oggi sempre di più sono legate alla posizione sul mercato del lavoro e del monopolio che si può avere su queste posizione, per cui i grandi dirigenti e amministratori delegati che hanno ormai rendite da lavoro del tutto fuori dal mercato sono pochi a controllare, sempre gli stessi e sono posizioni che sono sottratte al mercato, in realtà. Il motivo per cui si arriva a quelle posizioni ha più a che fare con conoscenze, capitale sociale ed altro. E soprattutto anche poter accedere ed essere valutati per il merito è già una questione quasi di privilegio; non tutti possono presentarsi al mercato o accedere alle risorse che fanno sì che il proprio merito possa crescere, quindi, tutta la categoria andrebbe ‘un po’ guardata’. E’ vero, sarebbe importante valutare le persone in base al merito, ma bisogna anche vedere chi è in grado ed ha le risorse per poter sviluppare il proprio merito. Ad esempio in Italia vediamo che ancora oggi il figlio di un operaio ha 8 volte in meno la possibilità di entrare all’università di un figlio di un laureato, e allora di che merito stiamo parlando?

La globalizzazione e l’avvento delle nuove tecnologie ne sono una causa?

Sì, la globalizzazione ha due effetti sulla disuguaglianza, uno è il ‘Footloose Capitalism’, ovvero, nel delocalizzare le cose non è che i lavoratori possono spostarsi insieme al capitale, quindi, non posso mettere in competizione l’operaio polacco con l’operaio italiano o con l’operaio cinese. Quindi c’è una globalizzazione che è una delocalizzazione, una rincorsa al costo del lavoro più basso, a prescindere dalle condizioni del lavoro che produce indebolimento nei gruppi sociali, vittime di questa delocalizzazione. L’altra cosa, invece, sono le nuove tecnologie che spiazzano i vecchi lavori (qualcuno in proposito dice che persino il muratore potrebbe sparire perché ora ci sono le stampanti 3d che fanno anche i mattoni) come sempre è successo nella storia dell’industrializzazione. Ho l’impressione che questa volta sia un po’ più radicale di un tempo ed ho il sospetto che questa sia una rivoluzione che non avrà come seguito una domanda di lavoro pari al livello distrutto dall’innovazione tecnologica, perché una volta che questa si è consolidata, credo proprio che non sarà così. Vedo ad esempio quanti lavori ciascuno di noi fa da sé, dal comprarsi un biglietto aereo all’acquisto di un biglietto per un concerto; Facebook controlla e ha una grossa ricchezza ma pochissimi impiegati; questo è un fatto importante. In più lo sviluppo tecnologico è anche creatore di reputazione o di rafforzamento di alcuni monopoli. Vediamo ad esempio certi calciatori o certi cantanti: perché sono pagati così tanto? Per il fatto che una volta che sono entrati nel sistema diventano, con la circolazione che hanno sui media, una potenza di fuoco molto maggiore di quella di un tempo. Ed ogni nuovo entrante si trova uno scalino molto più alto davanti anche se è vero che poi i social media possono creare nuovi personaggi da un momento all’altro, però, esiste questo problema.

L’invecchiamento popolazione crea disuguaglianza?

Si c’è ma quello è un problema di disuguaglianze generazionali, cioè, accanto a quello che ho detto prima possiamo dire che oggi il problema sussiste per le generazioni più giovani. Questo è più vero, per esempio, in Italia che in altri Paesi; i giovani non hanno le stesse opportunità di guadagno che avevano i loro genitori o i loro nonni alla loro età. Hanno più difficoltà a stabilizzarsi sul mercato del lavoro a causa dei lavori più intermittenti ed a raggiungere il benessere economico autonomamente di quanto non avessero i loro genitori e i loro nonni alla loro età. Quindi, da questo punto di vista, ci sono delle disuguaglianze generazionali che non devono però cancellare le disuguaglianze dentro ciascuna generazione perché, detto questo, il figlio di un dirigente ha comunque delle risorse di capitale sociale che gli consentono di aspettare di guardarsi in giro e di non prendere qualsiasi straccio di lavoro dequalificandosi mentre, invece, chi non ha queste risorse, si trova in una situazione diversa. Da questo punto di vista le disuguaglianze generazionali rischiano di allargare anche le disuguaglianze dentro la generazione dei più giovani. Chi non ha la famiglia giusta alle spalle, è sempre stato messo molto male ma oggi, più di un tempo.

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