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Fonti fossili o energie rinnovabili: è tempo di scegliere

Il commento di Katiuscia Eroe (Legambiente Energia) al report Talk is cheap – How G20 Governemnts are financing climate disaster
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Il G20 di Amburgo si è da poco concluso e, nonostante la conferma degli impegni presi dai vari Governi per il rispetto degli Accordi di Parigi, i dati raccolti dal report internazionale Talk is cheap – How G20 Governemnts are financing climate disaster, a cui ha partecipato anche Legambiente per la parte che riguarda l’Italia, raccontano tutta un’altra storia. Se è vero, infatti, che i Governi condividono a parole la necessità più che mai urgente di contenere i danni del cambiamento climatico facendo sì che l’innalzamento della temperatura non superi il limite di 1.5° C, i dati indicano chiaramente che il finanziamento pubblico dei combustibili fossili continua a essere circa 4 volte superiore rispetto a quello destinato alle rinnovabili.

Guardando ai numeri si parla complessivamente di 122.9 miliardi di dollari dal 2013 al 2015 impiegati a sostegno di fonti energetiche universalmente riconosciute come responsabili del cambiamento climatico, oltre che appartenenti al passato. Tra i vari Paesi, il primato spetta a Giappone, seguito a stretto giro da Cina, Sud Corea e Stati Uniti. Ma è la parte della classifica in cui si affacciano le nazioni europee a destare non poche sorprese: prima dell’Italia si trova infatti solo la Germania, Paese che da anni ricopre il ruolo di leader sul piano del contrasto al cambiamento climatico. La situazione non appare più rosea se si pensa poi che è stata proprio l’Italia, al recente G7, a spingere per un programma che permetta di allineare maggiormente i finanziamenti bancari di sviluppo multilaterale agli obiettivi dell’Accordo di Parigi.

Che vi sia dissonanza tra retorica e realtà dei fatti non è una novità, eppure di fronte a questi numeri e alla posizione dell’Italia nella classifica generale – all’ottavo posto per finanziamenti a energie fossili – è difficile restare indifferenti. Per approfondire la questione italiana e capire quali possono essere concretamente i passi per un’inversione di rotta abbiamo parlato con Katiuscia Eroe, responsabile energia di Legambiente.

 

Il report internazionale Talk is cheap uscito recentemente per il quale Legambiente ha fornito i dati sulla situazione italiana dipinge una situazione sconfortante sul reale impegno dei governi del G20 per il rispetto degli obiettivi posti dal Trattato di Parigi. Cosa raccontano secondo lei questi dati? Si tratta di cecità da parte dei Governi o di vera e propria malafede?

Per quanto riguarda l’Italia, io non la definirei né cecità né malafede, poiché quella del finanziamento ai combustibili fossili è a tutti gli effetti una strategia energetica ben precisa –  sostenuta da governi come quello italiano. In Italia nell’elenco dei finanziatori abbiamo la Cassa Depositi e Prestiti, ente totalmente pubblico, e SACE posseduta al 100% dalla stessa Cassa Depositi e Prestiti. Il punto è che se andiamo a vedere la maggior parte dei progetti sono su fonti fossili e se prendiamo in mano la SEN (Strategia Energetica Nazionale) scopriamo che il futuro di questo Paese per i prossimi 50 anni è il gas, ovvero una fonte fossile. Noi con Legambiente abbiamo denunciato l’assurdo di una metanizzazione di quei territori che finora hanno fatto a meno del gas proprio perché a livello strategico questo significa non avere lungimiranza e fare investimenti sbagliati. Tutti – a parte Trump che è un caso a parte – dai Paesi più poveri a quelli più ricchi ormai riconoscono che i combustibili fossili sono all’origine dei cambiamenti climatici. L’emergenza più grande che dobbiamo affrontare in questo momento, poiché parliamo della sopravvivenza dell’essere umano, è questa, eppure si continuano a fare investimenti in questa direzione. Più che cecità qui si tratta proprio di sbagliare le politiche energetiche, continuando a voler finanziare le solite aziende e realtà. È una questione di strategia, e al momento la strategia di questo Governo va verso le fonti fossili nonostante a parole si dicano tante belle cose.

In effetti una cosa che colpisce è la differenza tra la retorica delle buone intenzioni in campo ambientalista e i fatti…

Certamente. Se andiamo a vedere che cosa è stato fatto fino a ora, dal 2011 fino a oggi, rispetto alle fonti rinnovabili sono stati fatti solo decreti che di fatto ne hanno impedito lo sviluppo. Se nel 2010 parlavamo di istallare 1000 megawatt di fotovoltaico, quest’anno siamo arrivati a 300. Le politiche fanno la differenza per lo sviluppo degli impianti. Anche per quanto riguarda le trivellazioni, oggi è possibile trivellare entro le 12 miglia dalla costa. Sono tutte politiche a favore delle fonti fossili. Oltretutto noi importiamo l’80% dei combustibili fossili di cui abbiamo bisogno. Nella SEN una delle ragioni di questo è legata alla sicurezza degli approvvigionamenti, ma se andiamo a vedere da dove arrivano gli approvvigionamenti ci rendiamo conto che sono tutti Paesi instabili politicamente. L’unico modo per avere un approvvigionamento sicuro sarebbe basarsi sulle proprie risorse e in Italia non ci sono fonti fossili ma c’è il sole, il vento, la geotermia, le biomasse, l’idroelettrico e così via. Questo sarebbe il modello da sviluppare. Nella SEN tuttavia non c’è una vera logica nemmeno rispetto all’obiettivo della decarbonizzazione. Il Ministro Galletti ha dichiarato che l’obiettivo è quello di contrastare il cambiamento climatico, ma questo non può avvenire rivolgendosi al gas.

Dunque il gas naturale non può essere una soluzione possibile al cambiamento climatico perché meno inquinante?

In realtà il fatto che sia meno inquinante è ancora da verificare e valutare da diversi punti di vista. Oggi diciamo che la CO2 è il principale gas clima-alterante. Ma il metano è 25 volte più clima-alterante della CO2. Dunque, favorire un completo passaggio al metano può forse limitare le emissioni per un periodo, ma non si va comunque a risolvere il problema del cambiamento climatico. L’unico vero obiettivo è chiudere del tutto con le fonti fossili. E se è vero che il metano è meno inquinante di altre fonti fossili come il carbone, questo non significa che sia poco inquinante in assoluto. Inoltre, in Italia la politica di decarbonizzazione è già una realtà. Enel sta chiudendo le sue centrali a carboni in un’ottica lungimirante perché il futuro sono le rinnovabili e perché il carbone non è più particolarmente conveniente. Il problema è che in Italia con le fonti rinnovabili arriviamo al 38-40% di copertura dell’energia elettrica ed essendo energia a basso costo sul mercato viene utilizzata prima di quella derivante dal carbone. Ma rispetto a questo bisognerà capire qual è l’anno di definitivo abbandono del carbone come fonte energetica. Noi chiediamo il 2025, altri dicono il 2030 e ci sono diversi scenari. Oltre a questo, poi, si pone anche la questione del petrolio che rimane il principale combustibile per i trasporti. Bisognerebbe modificare tutto il settore incentivando i motori elettrici o il bio metano. In questo frangente è vero che c’è bisogno di un combustibile di transizione in attesa che le rinnovabili arrivino a coprire il 100%del fabbisogno energetico (e questo potrebbe essere una realtà già nel 2050). Tuttavia se si inizia a investire oggi nel gas come prevede il SEN con la costruzione di nuovi metanodotti e rigassificatori, questi impianti dureranno minimo per altri 30 anni e siamo già arrivati al 2050. In altre parole, bisognerebbe puntare sul gas solo nella misura e nella quantità necessaria, non con gli investimenti previsti da SEN in cui si propone addirittura la metanizzazione dell’intera Sardegna. La Sardegna ha sempre fatto a meno del metano e oggi la priorità del Governo sembra essere quella di portare il metano sull’isola quando ciò di cui ci sarebbe bisogno è un piano di mobilità elettrica e di sfruttamento delle energie rinnovabili. Con le auto elettriche più moderne ci sono circa 400 km di autonomia e si potrebbe attraversare la Sardegna senza problemi. I progetti di metanizzazione, invece, prevedono molti interventi e infrastrutture da realizzare in via strategica, ovvero, a parte i due metanodotti che si collegheranno alla Puglia, a carico di privati che, tuttavia, in caso di mancato guadagno potranno rifarsi sui cittadini direttamente nelle bollette. Con il rigassificatore di Livorno, oggi fermo, è successa la stessa cosa.

Cosa colpisce di più secondo lei tra la posizione dell’Italia nella classifica dei soldi pubblici spesi per finanziare i combustibili fossili (al secondo posto nell’UE dopo la Germania) e l’esiguità dei finanziamenti all’energia pulita (solo 123 milioni di dollari all’anno rispetto ai 2.1 miliardi di dollari per l’energia fossile)?

In Italia non crediamo abbastanza nelle rinnovabili, e questa situazione viene denunciata da anni. In particolare, si continua a non si investire a sufficienza nelle rinnovabili per difendere interessi delle aziende che si affidano a combustibili fossili e a gas, come Eni. Questo è un tema che è uscito fuori anche in occasione del Referendum sulle trivellazioni, con la minaccia della perdita di migliaia di posti di lavoro. Il vero punto è la difesa degli interessi di un settore senza lungimiranza rispetto al futuro.

 È cambiato qualcosa dopo il G20? E quale dovrebbe essere il primo passo secondo voi?

Uno dei temi del G20 era lo stop ai sussidi e purtroppo su questo fronte non c’è niente di rilevante. Ma le decisioni più importanti noi in Italia le attendiamo con l’approvazione della Strategia Energetica Nazionale e del Piano Clima Energia del 2018. Questi sono i documenti che indicheranno la linea seguita dal Governo dal punto di vista climatico ed energetico. Fino ad allora tutto rimane aleatorio. Del resto il rapporto già citato si chiama Talk is Cheap, ovvero parlare è facile, passare ai fatti è tutta un’altra cosa.
Per quanto riguarda il primo passo, eliminare tutti i sussidi alle fonti fossili deve essere il primo punto concreto. Se si continua a sussidiare le fonti fossili, non rimangono risorse per le rinnovabili e questo significa bloccare la nascita di nuovi posti di lavoro, la ricerca e il futuro stesso del Paese. Nei prossimi anni ci saranno almeno 2 miliardi in più disponibili da reinvestire nelle fonti rinnovabili. Nel 2016 abbiamo pagato 14 miliardi di sussidi alle fonti fossili. È facile osservare che di risorse ce ne sarebbero, ora si tratta di investirle nel modo giusto.

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