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Finanza Islamica: un’opportunità per l’Italia?

"I suoi fondamenti sono molto vicini ai principi cattolici", parlano Pierfrancesco Gaggi e Paolo Biancone

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Negli ultimi anni, in Italia, si sta mostrando un crescente interesse verso la Finanza Islamica e le opportunità non indifferenti che questa realtà offre. Ma cosa si intendere per Finanza Islamica e quali sono gli elementi che la caratterizzano?

Per comprendere il sistema finanziario islamico dobbiamo innanzitutto chiarire che i principi giuridici sulla quale si fonda sono regolati dalla Shari’a, l’insieme delle fonti e delle norme che compongono la legge islamica. Nell’Islam, infatti, non esiste una separazione tra la sfera privata e la sfera pubblica, e i precetti religiosi regolano tutti gli aspetti della vita dei fedeli, dal legame spirituale con Dio, alle questioni sociali, economiche e giuridiche. Questa premessa ci permette di definire la finanza islamica, in senso più ampio, come quell’insieme di contratti e transazioni economiche che devono essere conformi alla Shari’a, anche se regolate dalle diverse giurisdizioni nazionali. Un’operazione economica, quindi, deve rispettare il divieto di investire il denaro in attività proibite harām (vendita di armi, tabacco, pornografia, alcolici, carne di maiale) e il principio della zakat, l’obbligo religioso di versare una parte della propria ricchezza verso determinate categorie svantaggiate indicate dal Corano. Inoltre è necessario che non vengano violati il divieti di ribā ( interessi) , gharar (incertezza) e maysìr (speculazione).

Il termine ribā, significa letteralmente ‘incremento’, e attiene al divieto di porre tassi di rendimento, positivi, fissi o predeterminati. In genere si distingue tra due forme di riba: ribā’ al-nas’iah, che si riferisce al rapporto tra creditori e debitori, e la ribā al-fal, nei casi in cui avviene lo scambio di beni o la prestazione di servizi. Il divieto di gharar, invece, proibisce il guadagno basato sull’incertezza e sull’azzardo, considerando validi solo i contratti che non contengono elementi di incertezza riguardanti ad esempio gli effetti o il prezzo del bene oggetto della contrattazione. Infine, il maysìr vieta l’assunzione di rischi eccessivi o il tentativo di ottenere una ricchezza in modo casuale, scommettendo sul risultato futuro di un evento.

La Commissione Nazionale per le Società e la Borsa ( Consob ) ha pubblicato nel 2014 un interessante studio dal titolo ‘La finanza islamica nel contesto giuridico italiano, in cui illustra il rapporto tra il sistema economico italiano e il mondo finanziario islamico, evidenziando gli elementi giuridici che lo caratterizzano.
L’Italia è attratta dalla finanza islamica principalmente per due aspetti: gli investimenti effettuati in Italia da soggetti appartenenti al mondo islamico, ma secondo le regole della finanza convenzionale; l’offerta, in Italia, di prodotti e servizi islamici. Il primo punto non presenta particolari problemi interpretativi, in quanto gli operatori del mondo islamico possono effettuare gli investimenti secondo le regole della finanza convenzionale. Il secondo aspetto, invece, ha richiesto un ragionamento più elaborato avviato dall’International Organization of Securities Commissions (IOSCO) nel 2002, che ha istituito una commissione di esperti, Islamic Capital Market Task Force. La ICMTF, nel rapporto pubblicato nel 2008 ‘Analysis of the application of Iosco’s objectives and principles of security regulation for Islamic securities products‘ ha evidenziato che la disciplina delle attività finanziarie, è regolata a livello internazionale, da un insieme di principi oggettivi indipendenti dalla natura etica delle attività imprenditoriali, quindi non sarà necessaria l’adozione di una normativa ad hoc ma dovrà essere garantita la trasparenza. Gli operatori che intenderanno aderire a determinati principi etici dovranno accompagnare i prodotti finanziari islamici a precise comunicazioni, chiarendo le motivazioni e le responsabilità derivanti, e il rispetto, delle caratteristiche di tali prodotti verrà tutelato attraverso la nomina di intermediari con specifiche competenze. Ovviamente questo ragionamento può essere applicato anche nel caso specifico dell’Italia, in cui l’offerta di prodotti o servizi islamici potrà avvenire attraverso l’istituzione di un intermediario finanziario islamico ‘puro’, seguendo le regole del Testo Unico Bancario (D.Lgs. n. 385/93) e dal Testo Unico della Finanza (D.Lgs. n. 58/1998) , che valgono per l’istituzione di qualunque intermediario italiano.

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