Economia News

4 dicembre 2016

Fattore referendum su economia e finanza

«A rischio 8 banche e la stabilità dei mercati in caso di vittoria del No» tuona il 'Financial Times'

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Secondo il Presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, ragionare sull’effetto che avrà il referendum italiano sull’economia, o meglio sulla tenuta delle banche italiane e sull’uscita dall’Euro in caso vinca il NO è «speculazione», perché è molto difficile valutare l’impatto del voto del voto italiano a lungo termine.
Secondo altri osservatori, invece, è evidente che il referendum avrà ripercussioni sull’economia italiana e sulla tenuta del sistema finanziario. Lo scorso 18 novembre anche la Banca d’Italia nel Rapporto sulla Stabilità finanziaria aveva indicato il referendum come uno degli elementi in grado di disturbare la stabilità italiana: «Gli indicatori di mercato registrano un aumento della volatilità attesa sulle azioni italiane nella prima settimana di dicembre, in corrispondenza con il referendum sulla riforma costituzionale».

Ieri, in apertura dell’ultima settimana prima dell’appuntamento elettorale, l’effetto referendum si è abbattuto sullo spread, e sui titoli delle banche italiane, che hanno fatto precipitare la Borsa di Milano. Nel primo giorno della settimana che precede il referendum costituzionale italiano di domenica prossima lo spread è schizzato  ai massimi da marzo del 2014 e il rendimento del decennale si attesta al 2,11%, mentre Piazza Affari ha lasciato sul terreno l’1,81%.
Sui titoli bancari italiani ha pesato ieri l’allarme del ‘Financial Times, secondo il quale se il 4 dicembre «Renzi perderà il referendum costituzionale fino a 8 banche italiane, quelle con più problemi, rischiano di fallire». Il quotidiano ha spiegato che l’incertezza sui mercati allontanerà eventuali investitori per ricapitalizzarle. Secondo il giornale economico, le banche a rischio sono otto: il Monte dei Paschi di Siena, Popolare di Vicenza, Veneto Banca, Carige, Banca Etruria, CariChieti, Banca delle Marche e Cariferrara. Secondo il Financial Times c’è la possibilità che fallisca il salvataggio di Montepaschi. In questo caso, per il giornale economico, potrebbe crollare la fiducia in generale «mettendo in pericolo una soluzione di mercato per le banche in difficoltà», soprattutto in caso di dimissioni del premier Matteo Renzi.

Non sono pochi, in effetti, gli analisti che condividono l’allarme del ‘Financial Times‘ e rilanciano il timore che, se prevalesse il ‘No’ al voto del 4 dicembre, il piano messo a punto per l’istituto senese da Jp Morgan e da Mediobanca – e affidato all’amministratore delegato Marco Morelli – potrebbe vedere compromesso il suo buon esito. Con il risultato, si sussurra nelle sale operative di Piazza Affari, di un effetto domino sull’intero sistema bancario nazionale che coinvolgerebbe i vari percorsi di risanamento degli istituti più problematici. A valle di tutto, c’è chi teme che persino un colosso come Unicredit potrebbe incontrare difficoltà con il suo aumento di capitale che dovrebbe essere compreso in una forchetta tra i 10 e i 13 miliardi di euro.

Il piano varato dal cda di MPS (Monte dei Paschi di Siena) lo scorso 24 ottobre si basa su tre tasselli principali, ognuno di loro strettamente connessi l’uno all’altro: se solo un mattoncino del progetto dovesse venire meno, tutta l’impalcatura salterebbe. Il primo pilastro è la conversione volontaria dei bond per oltre 4 miliardi di euro, il cui via libera della Consob è arrivato oggi, giorno dell’inizio della conversione che si concluderà il 2 dicembre. Da questa operazione la banca ritiene di ricavare almeno 1,04 miliardi di euro dei 5 miliardi che servono per coprire lo scorporo di 27 miliardi di sofferenze e per riportare il patrimonio di vigilanza al di sopra della soglia stabilita dalla Bce. Successivamente si punta all’ingresso nel capitale di uno o più anchor investor: in pole position c’è il fondo sovrano del Qatar (Qia) che potrebbe investire almeno 1 miliardo di euro, più altri potenziali investitori che porterebbero dunque a ridurre l’apporto richiesto al mercato nell’ambito dell’aumento di capitale fino a 5 miliardi di euro approvato dall’assemblea straordinaria del 24 novembre. E proprio qui entra il fattore Referendum: nelle intenzioni del management di Siena, in stretto contatto con gli organi della Bce, l’aumento di capitale dovrebbe partire tra il 7-8 dicembre, per concludersi entro la fine dell’anno.
Secondo gli analisti, però, un No al referendum potrebbe mettere in crisi il governo Renzi, e con esso il processo di riforme avviato dall’esecutivo. Inoltre, l’eventuale caduta del governo Renzi creerebbe uno scenario di profonda incertezza nel panorama istituzionale italiano, tra la possibilità che si possa procedere a un semplice rimpasto, a un governo tecnico, o addirittura a elezioni anticipate. Di sicuro, quest’incertezza, oltre a stoppare la spinta riformatrice, rallenterebbe la crescita dell’economia italiana allontanando gli investitori internazionali.

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