giovedì, giugno 29
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Quattro anni dopo

Fare per Fermare il Declino: cos’è rimasto di quelle idee?

Temi come la riduzione della spesa pubblica, come ci spiegano Michele Boldrin e Sandro Brusco, sono spariti (se mai ci fossero stati) dal dibattito politico italiano
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Riduzione del debito pubblico, della spesa pubblica e della pressione fiscale; di primo impatto solo alcuni dei classici cavalli di battaglia pre-elettorali, sia di oggi che di ieri. E se anche poco credibili a seconda del mittente del messaggio, perlomeno ampiamente condivisibili in linea di principio. D’altronde in un Paese con un debito ed una pressione fiscale come il nostro come potrebbe essere altrimenti?

In realtà chi dispone di discreta memoria ricorderà come una compagine politica nuovissima, emergente e di rottura con il passato avesse provato a mettere sul tavolo questi punti, con una forza dettata non tanto dal peso comunicativo o economico, ma dalla statura scientifica ed intellettuale di chi la componeva.

Tra i fondatori del movimento Fermare il Declino, preludio all’emanazione partitica dello stesso, Fare per Fermare il Declino (FiD), vi erano – tra gli altri – due dei più importanti economisti italiani, Michele Boldrin e Sandro Brusco, entrambi d’accordo su un dato: dei punti salienti di quel programma di stampo liberale e liberista, nulla è rimasto all’interno del dibattito politico attuale. E non solo per colpa della casta, volendo usare il termine che alla vigilia di quelle elezioni politiche del 2013 andava per la maggiore in campagna elettorale.

Premesso che “la responsabilità delle classi dirigenti italiane nell’educare in un certo modo il dibattito offrendo solo un certo tipo di soluzioni è enorme”, per Boldrin non va scordata l’importanza in questo senso “delle altre élite di questo Paese, da Confindustria fino alla classe accademica”. Ovviamente ricondurre tutta la questione ad un’incompatibilità  tra élite e popolo sarebbe riduttivo. Il problema è anzitutto culturale e su tutti i livelli, non solo quello politico: “la verità” – spiega Brusco –“ è che in Italia non c’è mai stato un consenso di massa verso quelle posizioni, e le elezioni del 2013 hanno reso palese questo fatto, che forse avremmo potuto capire anche prima”.

D’altronde, a prescindere dall’esperienza di Fare per Fermare il Declino, “se ci fosse una vasta area dell’opinione pubblica in favore di politiche per la riduzione della spesa pubblica e dell’aumento dell’efficienza qualcuno la occuperebbe”, e se nessun altro ha provato a proporre soluzioni genericamente definibili come liberal-democratiche, “questo qualcosa sull’elettorato lo dice”.

E i partiti poco ci hanno messo ad individuare la strategia comunicativa più adatta alla ricerca di un ampio consenso, andando sostanzialmente nella direzione opposta: “lo stesso si può rilevare analizzando la parabola politica di Renzi”, continua Brusco: “si è passati dai temi della Leopolda del 2011, tra i quali la privatizzazione di massa, il taglio della pressione fiscale e della spesa pubblica, all’elargizione di mancette elettorali”. Evidentemente ci si è resi conto che certe parole d’ordine non funzionano in Italia se si vuole creare consenso di massa.

Da qui si arriva alla radice del fallimento del progetto che a capo del partito vedeva Oscar Giannino, al netto della vicende del millantato master presso la  Booth School of Business di Chicago, dove insegna un’altra figura chiave di Fare per Fermare il Declino, Luigi Zingales: “nel dibattito politico attuale l’Italia di fatto si è assolta”, sostiene Boldrin, “mentre noi dicevamo che il problema prima di tutto è nostro, siamo noi”.
Ecco appunto l’aspetto centrale del problema: un partito anti-establishment ma non populista, in un Paese in cui, scomodando la dicotomia tra tradizione cattolica e protestante, si cerca di assolversi dai propri peccati piuttosto che redimersi. E come si è cercata questa assoluzione? Attraverso il “messaggio per il quale noi siamo i migliori del mondo, vittime di un qualche complotto mondiale che non ci permette di spendere e spandere di più, dovendo difendere anche le nostre tradizioni più becere perché è giusto così”.
Lo stesso avviene quando si parla di politica a livello europeo, dove Bruxelles viene accusata di essere un rifugio di tecnocrati dove si parla solo e freddamente di conti: “l’Unione Europea ha pochissimo potere di influenzare le politiche economiche dei singoli Paesi, che in realtà fanno quello che vogliono” dice Bodrin, per il quale “sono solo panzane quelle con cui si accusa l’Europa, per esempio, di impedire un sistema di welfare migliore in Italia”.

Il problema quindi è nostro, e per entrambi gli economisti si riflette principalmente su “un equilibrio intergenerazionale completamente sballato a favore dei più anziani, che assorbono enormi risorse e controllano il potere politico”, e degli effetti che esso avrà in futuro.

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