lunedì, ottobre 23

Il falso mito del debito pubblico Il debito pubblico italiano è arrivato a toccare i 2200 miliardi. I governi si affannano per tagliare quanto più possibile dalla spesa pubblica e ridurre così il debito. Ma tutti questi sacrifici sono davvero necessari?

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Si sa, la crisi porta a mettere in discussione anche le certezze più granitiche. E persino quelle frasi che ascoltiamo sistematicamente ogni giorno, quelle che ci ripetono liturgicamente le fonti di informazione, la politica, gli esperti, i tecnici, perdono presa e lasciano spazio ai dubbi.  Da vent’anni a questa parte, ben prima della crisi economica, la questione dell’enorme debito pubblico italiano è tra le priorità dell’agenda dei vari governi che si sono succeduti a Palazzo Chigi. Bisogna contenere e ridurre il debito pubblico per stimolare la crescita economica. Questo ci hanno ripetuto le fonti di informazione, la politica, gli esperti ed i tecnici. E noi da bravi cittadini ci abbiamo creduto.

Specialmente in un periodo così difficile il taglio alla spesa pubblica può effettivamente sembrare una misura efficace e credibile per risanare l’economia. Ma è davvero questa la soluzione migliore?

Partiamo dalle basi: il debito pubblico è derivato dall’insieme dei debiti maturati dallo Stato nei confronti dei suoi creditori. In spiccioli, quando lo Stato ha bisogno di liquidità, emette dei Titoli di Stato che rivende sul mercato in cambio di moneta. Questi titoli hanno un tasso d’interesse, che si stabilisce in base all’affidabilità dello Stato, ed un tempo di “vita media” (che incide, ovviamente, anche sul tasso). Devono cioè essere restituiti dallo Stato ai creditori entro un lasso di tempo prestabilito, e al totale del credito vanno aggiunti gli interessi maturati.

Ora, il debito pubblico italiano, al Maggio del 2017, si attesta intorno ai 2200 miliardi di euro, con un’incidenza rispetto al PIL del 132%. Dati che se considerati nel semplice valore numerico mettono non poca agitazione. L’Italia è il Paese con il terzo debito pubblico più alto al mondo dopo Stati Uniti e Giappone.

Fino a pochi anni fa quando gli Stati avevano bisogno di finanziare il proprio debito pubblico era sufficiente che le Banche Centrali acquistassero Titoli di Stato e Obbligazioni immettendo nuova liquidità. Questa strada però è stata abbandonata nella convinzione che favorisse l’inflazione. Con l’avvento dell’Euro la questione ha perso il suo carattere statale ed è passata nelle mani degli organi economici comunitari.

Il problema del debito pubblico ha assunto negli anni della crisi una centralità rilevante in tutti i paesi considerati a rischio dell’eurozona. Basti pensare alla Grecia, nel 2015 vicina al default per insolvenza del debito e salvata con un prestito dal Fondo Monetario Internazionale a costo di un piano decennale di rientro del debito. Oppure alla stessa Italia del 2011, quella dell’ultimatum della BCE al governo Berlusconi, dello spread alle stelle, della manovra “lacrime e sangue” di Monti e delle lacrime della Fornero. Anche in quel caso il problema era l’andazzo del debito pubblico e la credibilità economica, e di conseguenza la rivendibilità dei Titoli di Stato, del Paese.

In entrambi i casi la linea dura dell’UE non ha lasciato scampo. Servivano manovre che avessero come obiettivo la riduzione di un’enorme debito pubblico. Seguendo la convinzione che un minore debito significasse una maggiore crescita economica, i governi dei Paesi, Italia in testa, hanno iniziato così un drastico taglio alla spesa pubblica per ridurre il rapporto deficit/PIL e rientrare nei paletti del pareggio di bilancio. Ridurre il ruolo dello Stato nell’economia ed impedire la monetizzazione pubblica del debito. Questo è il mantra.

Eppure, nonostante anni di austerità e qualche debole segnale di ripresa, l’economia degli Stati a rischio stenta a decollare. E così la convinzione che l’austerity, i tagli ed il rigore possano favorire la crescita ha iniziato a sembrare meno condivisibile.

Sono in molti oggi gli economisti che vedrebbero di buon’occhio un rovesciamento di prospettiva, in cui gli Stati, anzichè tagliare, investono nella spesa pubblica e nei servizi al cittadino contribuendo da protagonisti a dare nuovo vigore all’economia reale.

Qual è quindi, alla fine di questo breve riassunto, la strada da seguire per uscire dalla crisi?
Ne abbiamo parlato con Stefano Di Bucchianico, dottorando in Economia Politica all’Università Roma3, attualmente in visiting di ricerca presso l’University of Massachussetts Amhrest.

Debito pubblico e Crescita economica sono due concetti profondamente legati. Negli ultimi anni si è affermata la convinzione che per stimolare la crescita occorra ridurre il debito pubblico. Sei d’accordo con questa idea?

Direi che in linea generale che l’idea è stata piuttosto smentita. Nel 2013, in un articolo che è stato preso come punto di riferimento teorico per la letteratura economia, Kenneth Rogoff e Carmen Reinhart sostengono che un elevato livello di debito pubblico sia dannoso per la crescita. Questa tesi è stata presto confutata da uno studio di Robert Pollin, dell’Università di Amhrest, che ha evidenziato diversi errori nello studio di Rogoff e Reinhart. Anche alcuni ultimi studi del FMI  hanno ammesso errori nella stima degli effetti della spesa pubblica nell’economia, in particolare nel caso greco. Sostanzialmente è stato invertito il nesso causale. Prima si pensava che ad un elevato debito corrispondesse  una minore crescita economica, ora invece si guarda con interesse all’ipotesi opposta, ossia che l’aumento del debito possa essere derivato dalla mancanza di crescita economica.

Fino ai primi anni ’80 il debito pubblico italiano si è mantenuto intorno al 60% del PIL. Da quel momento in poi è stata una costante ascesa, con il rapporto che è salito fino al 130%. Quali credi possano essere le cause strutturali di questo aumento?

In sostanza ci sono due grandi scuole di pensiero. La prima è forse più scandalistica e riduce tutto al malgoverno ed alla corruzione dilagante nella macchina Statale. Mi sembra un’idea che veicola un messaggio troppo semplicistico per un’analisi economica. L’altra ipotesi invece trova nel divorzio tra Banca d’Italia ed il Ministero del Tesoro l’origine del debito pubblico italiano. In sostanza, persa la copertura della Banca Centrale come acquirente certo del debito, il tasso di interesse dei Titoli di Stato sul mercato è considerevolmente aumentato. C’è anche da considerare l’evasione fiscale. La spesa pubblica italiana è sempre andata in crescendo, ma non ha mai superato la media degli altri Paesi. Ha dovuto fare i conti però con entrate fiscali che mancavano di miliardi evasi dal fisco. Negli anni queste cifre hanno assunto un carattere sicuramente rilevante.

L’attuale crisi economica viene spesso imputata a questa smisurata crescita del debito pubblico. E’ una chiave di lettura veritiera?

 In economia non esiste solo il debito pubblico, vanno considerati anche il debito privato (quello delle famiglie) e quello maturato con l’estero. Negli Stati Uniti, ad esempio, è stato proprio il debito privato a far scoppiare la crisi. Le famiglie americane si sono indebitate più di quanto potessero spendere. Con lo scoppio della bolla immobiliare e gli aumenti dei tassi d’interesse della Federal Reserve la crisi è esplosa. Nell’eurozona in molti hanno sostenuto che la crisi derivasse dagli squilibri nella ́bilancia dei pagamenti ̀. Che fosse legata, quindi, al maturare del debito con l’estero. La Germania ha accumulato surplus consistenti mentre i paesi periferici si sono trovati sempre più indebitati. Complice la crisi negli States la bolla è scoppiata anche in Europa.

Il settore pubblico piuttosto ha contribuito alla crisi applicando misure di austerità sin dalle prime battute della recessione. Queste misure hanno contribuito, anche a lungo termine, a peggiorare la situazione.

Negli ultimi anni sembra che la ricetta per uscire dalla crisi sia quella di ridurre il debito pubblico attraverso misure come il contenimento della spesa pubblica, aumento delle tasse, i paletti del pareggio di bilancio,  Austerity e parsimonia insomma. Dopo anni a tirare la cinghia, l’economia italiana pare dare deboli segni di ripresa. Credi che sia questa la strada sa seguire?

 La tradizione keynesiana da sempre sostiene il contrario. E’ la domanda aggregata  il motore delle economia. Quindi quello che ci vorrebbe in periodi di recessione sarebbe in realtà uno stimolo alla domanda. Se questo stimolo proviene dal Settore Pubblico ben venga. Buona parte delle teorie economiche dell’ultimo periodo vanno in questa direzione. Un articolo del 2015 di Sebastian Gechert  partendo dall’ analisi della letteratura accademica trae delle conclusioni sull’effetto della spesa pubblica sulla crescita economica. I moltiplicatori ricavati hanno valori superiori all’unità. Questo significa che per un euro investito spesa pubblica si ha una rendita finale superiore a quell’euro investito. Questo, ovviamente, non vuol dire che tutta la spesa pubblica sia buona. Costruire ospedali o strade, oppure investire nella ricerca, ha un effetto differente rispetto alla distribuzione di sussidi a pioggia o alle decontribuzioni fiscali (i classici tagli delle tasse).

 

Per molti economisti quindi, è necessario un cambiamento di rotta. Va implementato il ruolo dello Stato nell’economia e vanno aumentati gli investimenti del settore pubblico. In che modo tale visione sarebbe applicabile? 

 

Vanno colpiti alcuni capisaldi teorici e alcune scelte politiche degli ultimi trent’anni. Occorre sicuramente aumentare la spesa pubblica, ma occorrono anche buone politiche che sappiano indirizzare la spesa. A quel punto gli investimenti pubblici potrebbero diventare davvero il motore della crescita economica. Vanno riviste anche le politiche di finanziamento del debito. E’ necessario che le Banche Centrali possano finanziare i debiti degli Stati laddove i privati non riescono ad arrivare. La BCE, ad esempio ha delle sue caratteristiche peculiari per le quali non può finanziare la spesa pubblica se il Paese si trova in ́deficit̀. Questo può essere un limite alla crescita dei Paesi. Non credo neanche alla tesi che la monetizzazione del debito da parte delle Banche Centrali favorisca l’inflazione. E’ un’idea smentita dai fatti. Pensiamo alle immissioni pazzesche di liquidità effettuate dalle Banche Centrali dei paesi fuori dall’eurozona. La Federal Reserve, ad esempio, ha potuto tranquillamente aumentare i suoi bilanci e l’inflazione americana non è cresciuta.

Altro nodo fondamentale sarebbe la redistribuzione del reddito. Le politiche attuate finora hanno distribuito, anche quote considerevoli del PIL, verso categorie che hanno già possibilità di spesa. Chiaramente in questo caso il reddito addizionale delle famiglie finisce in risparmi. Rimane inutilizzato perchè non alimenta i consumi. Se invece fosse indirizzato verso famiglie a basso reddito, le spese aumenterebbero di certo. A questo va sommato una riforma del mercato del lavoro a ribasso, che impedisce alle famiglie di avere reddito addizionale da spendere in consumi che spingerebbero la domanda aggregata. Questo però è un problema che tocca alla politica risolvere.

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