mercoledì, aprile 26
ItaliaOpinioniPolitica
Fake news a Occidente viste dall'Africa/1

Fake news: DDL Gambaro; l’ombra del Grande Fratello?

Due pesi due misure sulle 'bufale' online, esclusa la stampa mainstream dalla lente della censura
Google+ Pinterest LinkedIn Tumblr +

Martedì 7 febbraio 2017 è stato presentato alla Presidenza un disegno di legge per regolare il flusso di informazioni pubblicate sul web: ‘Disposizione per prevenire la manipolazione delle informazioni online, garantire la trasparenza sul web e incentivare l’alfabetizzazione mediatica‘ comunemente conosciuto come DDL Fake News. Presentato da Adele Gambaro, senatrice della lista civica Ala-Scelta ex Movimento Cinque Stelle e da 26 altri co-firmatari del PD, Forza Italia, Lega e alcuni membri del M5S. Un largo raggio di rappresentanza politica che permette ai promotori di definirla ‘una proposta bipartisan’. Il 15 febbraio il DDL è stato presentato al pubblico  nel corso di una conferenza stampa.

La legge ha l’obiettivo di combattere il fenomeno delle Fake news che sta dilagando in rete e tutti i siti che diffondono odio razziale, religioso, etnico. Il DDL Gambaro intende regolare il flusso di false notizie in rete trasformando i social network e i motori di ricerca in moderatori con il compito di individuare e bloccare tutti i siti o spot che diffondono notizie non comprovate. Facebook, Twitter, You Tube, Google e altri gestori simili dovranno monitorare le attività dei loro utenti e verificare le notizie utilizzando un non specificato algoritmo che seguirebbe criteri comunemente accettati per la verifica dei fatti. I gestori dovranno indicare alla magistrature  tutte le notizie giudicate false e dare loro meno visibilità, negando cosí i proventi pubblicitari ai siti che le diffondono.

Il disegno di legge è stato criticato da vari esperti giuristi, senatori e parlamentari che evidenziano la sua superficialità, genericità  e il rischio di contenere serie limitazioni della libera espressione. Esperti del settore informativo si spingono oltre affermando che il DDL Gambaro è un diretto attacco alla informazione indipendente. “Il vero obiettivo della campagna contro le fake news non sono i cialtroni che infestano il web di notizie false, razziste e irresponsabili per acchiappare clic. Il vero obiettivo politico è sopprimere ogni forma di dissidenza informativa, ogni voce non inserita in quel oligopolio che controlla – con apparente pluralismo ma sostanziale totalitarismo – la galassia dei media tradizionali, un mainstream in radicale crisi di credibilità e ormai in modalità panico”, afferma Claudio Messora, direttore del sito di informazione alternativa Byoblu accusato di diffondere notizie di attualità senza essersi registrato come testata giornalistica. “Il DDL Gambaro è la peggiore idiozia liberticida mai concepita da mente umana. Persino troppo per pensare sia fatto in buona fede” afferma Stefano Epifani.

Un attacco alla libertà di espressione come diritto fondamentale dei cittadini. Il disegno di legge è retrogrado, inadatto tecnicamente, culturalmente e giuridicamente. Mira palesamene a creare una netta separazione tra l’informazione professionale, quella dei giornali e della televisione. La diffusione di informazioni online viene considerata un’attività pericolosa, quindi da monitorare costantemente e reprimere” spiega Bruno Saetta, avvocato e blogger impegnato sul diritto applicato alle nuove tecnologie, in una intervista rilasciata a ‘La Repubblica‘.

Esaminando il disegno di legge le critiche rivolte sembrano trovare basi di verità. La proposta di legge nasce da un concetto giusto, quello di limitare le false notizie prevedendo conseguenze penali, ma si articola esclusivamente contro l’informazione indipendente mettendo al riparo quella ‘ufficiale’.

Le misure penali previste sono buone, costituendo un deterrente per chi consapevolmente diffonde in rete false notizie. L’articolo 1 mira a punire le notizie false, esagerate o tendenziose diffuse in rete prevedendo ammende fino a 5000 euro. L’articolo 2 istituisce l’articolo 265 bis del codice penale prevedendo una reclusione non inferiore a un anno per la diffusione di notizie false che possono creare pubblico allarme o recare danni agli interessi pubblici. Purtroppo il disegno di legge è estremamente carente su chi deve essere autorizzato alla individuazione delle notizie false. Nessun ente governativo con all’interno adeguata rappresentanza dei giornalisti “ufficiali” e dei blogger è previsto per la delicata fase di monitoraggio notizie e loro analisi. Il compito spettante ad un organismo super partis, rappresentativo e democratico, viene privatizzato costringendo gli amministratori di qualsiasi piattaforma di monitorare i contenuti pubblicati e di stabilire la loro non attendibilità, rimuovendoli dalla piattaforma e comunicando il tutto al tribunale.

Il DDL esclude i media ufficiali, offrendogli di fatto una immunità. Gambaro & Company partono dal presupposto (assai discutibile) che i media ufficiali non diffondono fake news. Questa operazione trasforma il ddl in una legge ad personam cioè mirata ad un esclusivo gruppo sociale o categorie professionale o culturale, in questo caso i siti di informazione indipendente. La legge esclude il monitoraggio ai soggetti e ai prodotti rientranti nella legge 8 febbraio 1948 n. 47 (articolo 1 comma 3 DDL Gambaro). Chi sono questi soggetti: i media ufficiali. Una decisione che suona molto come “difesa della casta”.

Nella realtà l’uso di notizie alterate e tendenziose è molto diffuso tra i grandi media anche italiani e strettamente legato alla politica interna e internazionale. Normalmente i media tradizionali non diffondono false notizie ma in vari casi offrono notizie modificate dove importanti pezzi della verità vengono a mancare. L’obiettivo è quello di canalizzare l’opinione pubblica a favore di una determinata politica o contro un “nemico” interno o esterno.

Basti pensare come è stata riportata la notizia dell’attacco chimico in Siria, attribuito all’esercito regolare, nonostante che vi siano sufficienti prove che sia stato bombardato un deposito di armi dei “ribelli” dove erano contenute uno stock di armi chimiche. Non esclusa anche una operazione segreta congiunta  Israele – Arabia Saudita tesa a coinvolgere attivamente gli Stati Uniti nel conflitto in sostegno della “resistenza siriana” formata ormai solo da gruppi terroristici salafiti finanziati dalla monarchia saudita e dal Qatar. I missili americani hanno distrutto una base operativa per il supporto dei bombardamenti aerei e terrestri contro i ribelli. Guarda caso la zona è controllata da gruppi terroristi salafisi legati a DAESH, Arabia Saudita e con il sospettato supporto di Israele. Ora russi e siriani avranno maggior difficoltà a neutralizzare questi terroristi.

In alcuni casi i media ufficiali si impegnano a diffondere notizie alterate in concerto con misteriose campagne disinformative online. Nel 2016 in Italia si è assistita ad una vergognosa campagna contro gli immigrati promossa sia in rete sia da quotidiani nazionali di destra. I primi diffondendo notizie completamente inventate, i secondi notizie alterate. Entrambe le metodologie avevano come obiettivo rappresentare gli immigrati come un pericolo per la sicurezza pubblica. Questa campagna giuridicamente può essere considerata come istigatrice di odio razziale, attraverso la diffusione di notizie false, esagerate e tendenziose atte a turbare l’ordine pubblico, quindi rientranti nelle infrazioni descritte dall’articolo 656 del codice penale. Eppure le testate nazionali “ufficiali” che si sono prestate a questa campagna non hanno subito conseguenze e non si è indagato se esiste un nesso tra le notizie tendenziose sull’immigrazione pubblicate dai media ufficiali e la valanga di notizie false sull’immigrazione diffuse in contemporanea in rete spesso da anonimi utenti o siti di informazione fasulli.

I Media nazionali applicano spesso altre due forme di ‘alterazione della informazione’: l’omissione parziale o totale delle notizie e la protezione di persone o enti legati ai poteri forti e coinvolti nel fatto di cronica. Queste tecniche non possono essere definite false notizie ma l’obiettivo è identico: presentare all’opinione pubblica notizie preconfezionate in difesa di persone o istituzioni “intoccabili”. Queste tecniche vengono spesso utilizzate per le notizie estere, sopratutto quelle provenienti dall’Africa. Negli ultimi 10 anni le informazione relative ai maggior scandali di corruzione, pedofilia, vendita di armi avvenuti nel Continente che hanno coinvolto personaggi politici, istituzioni e ditte italiane sono state diffuse quasi esclusivamente dalla informazione alternativa.

I media tradizionali ne pubblicano notizia (spesso sintetica) solo quando lo scandalo è troppo grande per venir etichettato come “teoria del complotto”. I media tradizionali non ci informano per esempio sulle attività in Africa delle nostre rappresentanze diplomatiche. Scarse sono le notizie relative a determinate organizzazioni religiose cattoliche impegnate in attività politiche in Africa. In alcuni casi notizie di crimini ecologici ed economici attuati da aziende italiane in Africa vengono riportate dai media internazionali ma ignorate da quelli italiani come nel caso della devastazione ambientale in Congo-Brazzaville attuata dalla ENI, oggetto di vari articoli denuncia di associazioni e giornalisti stranieri ma stranamente ignorata dai media italiani.

Prendiamo due esempi tipici. La morte delle tre suore italiane avvenuta nel settembre 2014 in Burundi e la scoperta del mercato di schiavi in Libia. Nel primo caso i media italiani si sono limitati a diffondere acriticamente la versione del governo burundese tesa ad incolpare un pazzo del triplice omicidio. Le rivelazioni e testimonianze presentate da giornalisti burundesi con credibilità internazionale e tese a dimostrare che la morte delle tre connazionali è legata alla politica interna del Paese africano con forti dubbi di omicidio di Stato, sono state ignorate dai media italiani ad esclusione de L’Indro e de Il Fatto Quotidiano. Rari sono stati i tentativi di interpellare le autorità diplomatiche italiane della regione dell’Africa Orientale. L’argomento è divenuto tabù e molti media si sono fermati alla versione ufficiale fornita da un governo illegittimo e sospettato dalle Nazioni Unite di essere responsabile di gravi crimini contro l’umanità e di preparare un genocidio contro la minoranza sociale tutsi.

Nel caso del mercato di schiavi “scoperto” in Libia, la notizia è stata riportata solo dopo la pubblicazione di un rapporto della Organizzazione Mondiale per l’Immigrazione OIM che ha reso impossibile ignorarla. Purtroppo la maggioranza dei media italiani è stata ben attenta a non collegare la notizia con le discutibile politiche del governo italiano e Unione Europea relative al “contenimento” dei flussi migratori dall’Africa. Il tutto è stato presentato come un fenomeno “africano” privo di collegamenti con le scelte politiche europee. Purtroppo il mercato di schiavi in Libia è una diretta conseguenza di queste politiche anti immigrazione che rischiano di porre i governi europei in uno stato di complicità nella violazione dei diritti umani e crimini contro l’umanità commessi da Paesi governati da brutali regimi ma partner europei nella lotta contro l’emergenza immigrazione.

Nel 2016 si sono registrati anche casi di notizie inventate dai media ufficiali per quanto riguarda il Brexit e la vittoria di Donald Trump nelle elezioni presidenziali americane. I media europei hanno presentato l’uscita della Gran Bretagna dalla Unione Europea come un disastro. Il paese sarebbe precipitato nel baratro economico e nell’isolamento. Per le elezioni americane tutti davano come scontata la vittoria di Hillary Clinton. Notizie artificiali se non Fake News in quanto ogni serio analista economico conosceva la non consistenza dello scenario apocalittico del dopo Brexit ed  era ben conscio che la popolarità della Clinton era drasticamente scesa, favorendo Trump, nell’ultima settimana prima delle elezioni. Dopo la constatazione che i media ufficiali non sono esenti da fake notizie o da gravi alterazioni della informazione è lecito porre la domanda sul perché essi siano stati esclusi dal DDL Gambaro.

La proposta di legge della Gambaro sembra non essere una iniziativa autonoma. Grava il sospetto che rientri nella politica della Unione Europea e Stati Uniti di limitare gli spazi di libera informazione online. Nel maggio 2016 il Parlamento Europeo ha convinto i social network ad assumere il ruolo di censori. Ruolo accettato dai colossi del settore: Youtube, Twitter, Facebook, Google che hanno tutto l’interesse a rimanere in buoni rapporti con la Commissione Europea a causa delle accuse di violare la legge antitrust europea che pendono sulle loro teste. Accuse che al momento non hanno portato a conseguenze penali.

La lotta contro le fake news della UE è stata pesantemente influenzata dalle politiche di controllo informativo degli Stati Uniti e della NATO. Nel 2014 Cass Sunstein, eminenza grigia del potere americano, scrisse un saggio sulla “infiltrazione cognitiva” dei gruppi dissenzienti dipingendo la florida stampa indipendente americana come una accozzaglia di dilettanti malintenzionati che spargevano disinformazione, confusione e calunnie. Sunstein invocava misure fiscali e penali contro questi siti di informazione accusati di spargere “teorie cospirazioniste” e contro tutte le notizie non approvate dalle autorità governative. Le proposte di Sunstein hanno creato un forte dibattito interno e la possibilità che il Congress vari leggi sulla restrizione della libertà di espressione in rete. Alcuni sostengono che per evitare un acceso e difficile dibattito pubblico il governo americano abbia deciso di non promuovere alcune proposta di legge ma di accordarsi con i magnati dei social network affinché applichino censura preventiva sulla base di accordi tra “gentiluomini” da considerare confidenziali.

La NATO nel 2012 ha redatto un “Manuale di Comunicazione Strategica” per coordinare il lavoro degli enti interni che si occupano di diplomazia pubblica, PR e pubbliche relazioni militari con l’obiettivo di limitare al massimo le discordanze delle notizie diffuse riguardanti l’operato militare della NATO in Paesi terzi. In altre parole aumentare il controllo sulla diffusione esterna di notizie riguardanti le attività NATO per presentare una unica versione dei fatti non sottoposta al dovere di riprodurre la notizia come tale ma di proporre versioni della notizie conformi alle esigenze strategiche e alla reputazione del Patto Atlantico. Dal 2015 la NATO ha creato un dipartimento speciale che lavoro 24 / 7 in collaborazione con specialisti di Google e Facebook per individuare e bloccare notizie non gradite sulla NATO.

 

(la seconda e ultima parte di questa Opinione sarà pubblicata il 20 aprile 2017: ‘Fake news a parte, il problema è la democratizzazione dell’informazione’)

Download PDF

Commenti

commenti

Condividi.

Sull'autore