giovedì, maggio 24

Fake news a parte, il problema è la democratizzazione dell’informazione

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Secondo molti esperti, tra cui Bruno Saetta, il DDL Gambaro ha scarse possibilità di essere approvato in quanto in contrasto con la Costituzione italiana e la giurisprudenza della Corte di Giustizia europea. Le incongruenze legali e l’opposizione scaturita dall’opinione pubblica hanno messo in difficoltà la Gambaro che ora si attesta su posizioni difensive. «Il mio ddl sulle fake news ha l’obiettivo di normare la vita offline con le stesse regole di quella online. E’ frutto di un lavoro durato 3 anni che ha portato all’approvazione di una risoluzione da parte dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa di Strasburgo e che certo non ha nessuna intenzione di mettere il bavaglio al web o di censurare la libera opinione. Le bufale online, la diffamazione su internet, il diritto all’oblio, l’uso critico del web e il contrasto all’anonimato sono problemi che vanno affrontati senza paura e senza strumentalizzare la libertà di parola, sancita dall’art. 21 della nostra Costituzione, che nessuno mette in discussione e che anzi siamo i primi a voler tutelare», afferma la senatrice in un breve comunicato diffuso il 5 aprile.
La senatrice Gambaro, in evidente difficoltà, afferma di voler aprire un ampio e serio dibattito sulla sua proposta di legge non escludendo che tale auspicato dibattito posso portare a delle modifiche del DDL. Anche se la legge non verrà approvata o subirà modifiche strutturali, i problemi delle fake news e della libertà di informazione rimangono.
Il Governo italiano promette di voler combattere la disinformazione dilagante ma essa continua indisturbata sulla rete, e si evidenziano strani collegamenti tra le varie fake news, promosse da singoli individui su un determinato argomento, che, messe insieme, trasmettono la sensazione di campagne orchestrate e guidate. Nello stesso tempo gli attacchi ai media indipendenti continuano, non ultimo attraverso il tentativo di soffocare economicamente le redazioni, stroncare le carriere a giornalisti indipendenti, minare la loro credibilità e reputazione e, in casi estremi, fornire informazioni sensibili sull’identità di giornalisti che agiscono sotto pseudonimo, per ovvi motivi di sicurezza, a governi dittatoriali oggetto delle inchieste investigative, mettendo così a rischio l’incolumità fisica di questi giornalisti.

E’ ancora lunga ancora la strada verso la democratizzazione dell’informazione, una battaglia che si inserisce nella necessità di democratizzare l’Occidente, dove alcuni Paesi di fatto stanno negando gli spazi democratici in nome di minacce planetarie, si chiamino Russia, Cina, Corea del Nord, terroristi islamici… Anche se il DDL Gambaro non passerà, non ci sono sicurezze che non si arrivi a un accordo segreto di censura con Facebook, You Tube, Twitter e Google.

Ricordiamoci però del paradigma della informazione indipendente. Per mia esperienza l’indipendenza giornalistica rischia di rientrare nella mitologia. Ogni giornalista, per quanto possa essere il più serio e professionale, è soggetto a influenze politiche e convinzioni personali che rendono azzardato affermare che possa esistere l’informazione assolutamente asettica e indipendente. Al di là dell’etichetta di ‘giornalismo indipendente’ -oramai tutte le testate si dicono ‘indipendenti’-, serve guardare lo sforzo che fa ogni singolo professionista, supportato dalla sua testata, per offrire notizie il più possibile aderenti alla realtà dei fatti. Un difficile esercizio ma non impossibile.

(la prima parte di questa Opinione è stata pubblicata il 19 aprile 2017: ‘Fake news: DDL Gambaro; l’ombra del Grande Fratello?’)

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