Economia Opinioni

Euro sì, euro no: non si può scegliere

Facciamo una simulazione e vediamo cosa potrebbe accadere in Italia il giorno dopo l'uscita dall'euro...

The euro logo outside the European Central Bank
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Ai cittadini bisogna dire la verità. E maggiormente la devono dire i leader che detengono e determinano le sorti del paese. Emblematica, a tal proposito, la questione sempre sul tappeto, se restare nell’euro o uscirne. Il punto è questo: convenga o meno, bisogna tener conto di alcune rigidità che, in ogni caso, condizionano tale decisione. Non è che una mattina, il Governo italiano, o il partito vincitore delle prossime elezioni, decide che l’euro non va più bene per il Paese, e comincia le trattative con l’Unione Europea per tornare alla lira. Intanto, l’uscita dall’euro non è prevista dai trattati ma, cosa ancor più complicata, i vincoli pratici sono tali che una decisione del genere è praticamente impossibile. Almeno nella situazione attuale. Tanto che anche Tsipras, in Grecia, ha dovuto prenderne atto, dopo avere impostato una campagna elettorale sulla possibile uscita del Paese ellenico dall’eurozona.

Comunque, facciamo una simulazione e vediamo cosa potrebbe accadere in Italia il giorno dopo l’uscita dall’euro. Si aprono i mercati finanziari, le borse, e si scopre che il tasso di cambio lira/euro, fissato nel 1998 a 1.936, 27, passa repentinamente a tremila lire per euro. Bene e male nello stesso tempo. Bene per coloro che credono nel potere taumaturgico delle svalutazioni competitive per ridare slancio alle nostre esportazioni. Malissimo per tutta una altra serie di motivi, principalmente di economia interna, e per i pesanti riflessi di carattere sociale. Perdita del potere di acquisto di salari, stipendi e pensioni, con i prezzi dei beni durevoli e di largo consumo che schizzano vero l’alto. Certo, in una situazione del genere, ci saranno sempre coloro che potranno trarre vantaggio: speculatori, trafficanti, e tutti coloro che possono adeguare il proprio reddito a piacimento, in nero o emettendo parcelle, fatture, e quant’altro. Anche i tassi d’interesse praticati dalle banche avrebbero un repentino adeguamento verso l’alto, con immediata ricaduta su debitori e mutuatari.

Nello stesso tempo, mentre gli operatori economici, principalmente quelli che operano nel vasto campo del Made in Italy, si attrezzano per incrementare il loro business, i normali cittadini (ma anche le stesse aziende) devono confrontarsi con il subitaneo incremento dei costi dell’energia. Petrolio e gas, ma anche parte dell’energia elettrica, vengono dall’estero, ed i fornitori pretendono di essere pagati in euro ed in dollari. Delle lire non sanno che farsene, e poichè gli importatori dovranno convertirle in quelle valute forti per fare i bonifici di pagamento, è immaginabile che anche in questo settore saranno dolori.

E fin qui abbiamo parlato delle possibili conseguenze per cittadini ed imprese, ma il vero nodo è quello del debito pubblico italiano, veramente mostruoso, pari a 2.135 miliardi di euro a dicembre scorso e un rapporto debito/Pil del 132% (secondo i criteri di convergenza concordati ed inseriti negli accordi di Maastricht nel 1992, avrebbe dovuto essere del 60%, ma l’Italia ottenne una deroga, promettendo di adeguarsi negli anni a venire, cosa mai fatta). Per il 2015 il Fondo Monetario Internazionale valuta un picco del debito al 136,7% del Pil, per poi iniziare una lenta discesa.

Il debito è denominato in euro e buona parte è in mano ad investitori esteri che, alla scadenza dei vari Bot e Btp detenuti in portafoglio, vogliono euro e non lire. Come fare? Bisogna convertire, ai costi pazzeschi di cui abbiamo parlato più sopra. Invece di pagare, possiamo provare a rinnovare il debito ed allungare le scadenze, ma a tassi d’interesse stratosferici. Sempre che i creditori ce lo consentano. Insomma, non se ne esce. Conclusione, nessuno comprerà più i titoli di nuova emissione. Lo Stato italiano è costretto ad uscire dal mercato. Non può onorare il suo debito. Dichiara default, insomma fallimento. Si innesca una crisi di sistema inimmaginabile. Crollano le banche, con conseguente chiusura degli sportelli e congelamento dei depositi. Altro che perdita di potere d’acquisto di salari, stipendi e pensioni! Lo Stato smetterà di pagarli. Non ha più soldi. Cosa succederebbe? Guardiamo alla Grecia. Qualcosa di simile è già accaduto in quel Paese, senza dover arrivare al default. E’ bastato il regime di austerità imposto dalla troika (Bce, Fondo monetario internazionale, Unione Europea) per portare quel popolo alla disperazione. E, per fortuna, l’Italia questa disgrazia l’ha evitata, nonostante ci sia arrivata molto vicina nell’autunno del 2011. A questo proposito, bisogna dire che i tecnici che hanno negoziato in Grecia hanno commesso un errore madornale, con il beneplacito delle istituzioni di cui fanno parte e che oggi fanno ammenda. Non hanno tenuto conto dei riflessi sociali dell’economia, dell’impatto sugli esseri umani. Ma questo è limite diffuso tra coloro che manovrano i numeri. Alcuni decenni fa, intervistando Franco Modigliani, premio Nobel per l’economia, posi la questione. Mi rispose: “ma gli economisti non tengono conto degli aspetti sociali!”. Per fortuna non è proprio così e mi viene in mente, a tal proposito, il professor Stefano Zamagni, per il quale l’economia sociale di mercato ha un posto privilegiato. E non è il solo. Ma proseguiamo nella nostra disamina: euro sì, euro no.

E’ chiaro, a questo punto, che il problema non è stare o uscire dall’euro, ma il debito pubblico italiano, accumulatosi in decenni di cattiva amministrazione e Governo. Il Paese è nella situazione del debitore che si è messo nelle mani dell’usuraio. Ed è inutile protestare contro la finanza internazionale, i poteri forti, il capitalismo, le banche, gli ebrei, bilderberg, trilateral, massoni e chi più ne ha più ne metta. Finchè l’Italia farà parte del sistema capitalistico occidentale (e non si vedono alternative praticabili, perché è l’unico oggi che, nel bene e nel male, funziona), non esistono scappatoie. Già sul finire del secolo scorso (l’euro nasce nel 1998, debutta sui mercati finanziari nel 1999, la circolazione monetaria effettiva inizia il primo gennaio 2002), l‘argomento principale addotto a favore della sua adozione da parte dell’Italia era che, così facendo, si sarebbe tenuto sotto controllo il debito pubblico. Il bilancio dello Stato avrebbe iniziato un percorso virtuoso, fruendo dei bassi tassi d’interesse garantiti dalla partecipazione alla più vasta area monetaria. Così non è stato. Nei decenni successivi questo dividendo è stato utilizzato per fini diversi, e neanche per fare investimenti utili per il Paese, ma si è perso in mille rivoli, spesso clientelari, se non di corruttela. Bisogna sottolineare, ancora, che l’opzione euro per l’Italia non fu proprio una libera scelta, ma quasi un’ancora di salvataggio, considerato che anche in quegli anni il pericolo di un default era già incombente.

Siamo costretti, allora, a starcene buoni e tranquilli e sottostare ai diktat della signora Merkel? Non è proprio così. L’Italia è un grande Paese. Non è la Grecia. Ha un sistema economico vasto e diversificato, beni, valori, intelligenze. La congiuntura economica dovrà pur cambiare e, con essa, anche il debito potrà essere gestito più agevolmente. Certo, i dubbi sulla creazione di una zona economica e monetaria comune tra diversi Paesi, senza aver prima pensato ad una maggiore integrazione politica, permangono, e sono il vero punto debole della moneta euro.

Molti hanno stigmatizzato questa situazione. Molti, anche autorevoli, hanno anche fatto riferimento alla impossibilità di gestire una moneta unica nell’ambito di un coacervo di Stati così diversi. Ricordiamo, tra gli altri, gli interventi dei premi Nobel Milton Friedman, Amartya Sen, Joseph Stiglitz, Paul Krugman, tirati in causa in modo improprio da alcuni politici nostrani, o degli economisti italiani Paolo Savona e Luigi Zingales. Per come la vediamo noi, però, e considerate le precisazioni che quegli stessi economisti hanno avanzato, il permanere di una zona euro più coesa (ed in tal senso vanno anche le iniziative della Bce di Mario Draghi) offre molti più vantaggi di una sua disgregazione. Con un briciolo di cattiveria, poi, ricordiamo che queste critiche sirene tentatrici sono in gran parte inglesi o americane. Guarda caso, esponenti di quei due Paesi, la cui finanza ha dato inizio alla crisi del 2007. Partita negli Stati Uniti, è vero, ma propagatasi repentinamente in Europa dove, appunto, le debolezze dell’euro che abbiamo delineato, hanno fornito favorevole terreno di coltura. Nel frattempo, gli USA sono tornati in grande sviluppo, con tassi di crescita davvero notevoli del loro Pil, mentre l’Europa ancora arranca. Bisogna aggiungere che -se di attacco si è trattato- ha trovato un valido alleato nella Germania della Merkel che, almeno inizialmente, pensava forse di vincere la terza guerra mondiale a danno dei Paesi mediterranei economicamente più deboli. Negli ultimi tempi le cose sono cambiate. La Merkel si è fatta più malleabile, la BCE sta facendo un lavoro egregio, la centralizzazione della supervisione bancaria dovrebbe dare i suoi frutti, il fiscal compact dovrebbe essere più elastico e facilitare gli investimenti, i fondi strutturali europei messi in campo sono veramente notevoli. Se il quadro che si sta delineando è questo, perchè pensare ancora ad una uscita dell’Italia dall’euro? Aspettiamo di vedere cosa succede e intanto diamoci da fare, lavoriamo, produciamo, inventiamo. Soprattutto, Governo e Parlamento facessero le riforme giuste per snellire e modernizzare il Paese. Se questo non si realizza, non saremo noi ad uscire dall’euro per libera scelta, ma la situazione di fatto a spingerci fuori.

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Un commento su “Euro sì, euro no: non si può scegliere”

  1. Grazie Antonino!!! Ottimo Articoloooooooooo.

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