sabato, luglio 21

Euro-Maidan: cecchini legati agli anti-Yanukovich e alle forze speciali Usa Lo rivela un'inchiesta de 'Il Giornale', che torna a far luce su quei giorni caldi del febbraio 2014

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Molti ricorderanno indubbiamente i giorni caldi del febbraio 2014, quando le tensioni in Ucraina sorte in seguito alla decisione del presidente Viktor Yanukovich di non firmare l’accordo di associazione all’Unione Europea salirono rapidamente alle stelle, trasformando le proteste di piazza Maidan in una guerriglia nel cuore di Kiev in grado di mietere decine e decine di morti sia tra i manifestanti che tra i Berkut (le forze speciali ucraine). Di primo acchito, i media puntarono non troppo velatamente il dito contro il governo in carica, sulla base delle denunce formulate dall’opposizione che accusano Yanukovich di aver deliberatamente provocato l’escalation con lo scopo di ottenere mano libera per reprimere con estrema durezza le manifestazioni. Agli occhi dei più attenti osservatori la situazione appariva tuttavia molto più complessa.

Costoro si accorsero che la situazione era degenerata nel momento in cui comparvero sulla scena alcuni misteriosi cecchini che avevano aperto il fuoco sia sui poliziotti che sui manifestanti così da invelenire il clima e preparare le condizioni idonee per il colpo di Stato contro il governo democraticamente eletto. Anonimi tiratori mai identificati avevano inoltre operato attivamente nelle fasi cruciali dei disordini verificatisi in Romania nel 1989, in Russia nel 1993, in Venezuela nel 2002, in Thailandia e Kirghizistan nel 2010, in Tunisia, Egitto, Libia e Siria nel 2011; si tratta di episodi sfociati in golpe (anche se non tutti andarono in porto) a danno dei governi al potere. In quei giorni, come se  non bastasse, venne fuori una conversazione tra il ministro degli Esteri estone Urmas Paet e l’alto rappresentante dell’Unione Europea per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza Catherine Ashton in cui il primo rivelava alla seconda che i cecchini non erano stati mandati dal governo Yanukovich, ma agivano presumibilmente su indicazione di «qualcuno all’interno della coalizione d’opposizione», anche perché il nuovo governo si rifiutava ostinatamente di indagare sull’accaduto. L’audio della discussione intercettata dai servizi di intelligence russa e diffusa su ordine di Mosca testimoniava in maniera lampante come la Ashton non fosse rimasta affatto stupita dalla pesante rivelazione di Paet.

Numerose prove a supporto di questa pista sono state raccolte dai servizi segreti ucraini, che nel corso delle indagini entrarono rapidamente in possesso di un filmato in cui si vedeva Sergeij Pašinskij, deputato del partito Bat’kivščyna (lo stesso di Julija Tymošenko), incaricare il funzionario del Ministero degli Interni Jurij Sobolta (fidato collaboratore di Arsen Avakov, anch’egli deputato di Bat’kivščyna divenuto ministro degli Interni in seguito al golpe di ‘Euro-Maidán’) di far sparire un’auto Honda con targa governativa in cui era stato trovato un fucile di precisione dotato di mirino ottico. Era il 18 febbraio 2014. Successivamente, Gabriel Gatehouse della ‘Bbc‘ documentò con una approfondita inchiesta che il 20 febbraio, vale a dire due giorni dopo il ritrovamento del fucile di precisione, alcuni simpatizzanti del fronte anti-Yanukovich avevano aperto il fuoco sia sulla polizia che sulla folla da due edifici affacciati su Piazza Maidán che si trovavano sotto il controllo dei manifestanti. A riferire questa oscura vicenda a Gatehouse era stato un cecchino anonimo chiamato convenzionalmente ‘Sergeij’, il quale rivelò di esser stato contattato un mese prima di ‘Euro-Maidán’ da un ufficiale in congedo che gli aveva proposto di sparare sui manifestanti «per il bene del Paese».

‘Sergeij’ eseguì il compito in compagnia di altri cecchini, prima che alcuni uomini inviati dal leader della protesta Andrij Parubiy lo raggiungessero nel palazzo in cui era nascosto per ordinargli di cessare il fuoco e scortarlo successivamente fuori dalla capitale. L’obiettivo di esasperare il clima era ormai raggiunto, come dimostrato dai 50 morti tra i manifestanti e le forze dell’ordine che si contarono a fine giornata. Questa versione, che Parubiy ha seccamente smentito, è però confermata da diversi testimoni tra cui un fotografo che con i suoi scatti ha immortalato i tiratori che prendevano accuratamente la mira.

Nei giorni scorsi, Gian Micalessin de ‘Il Giornale‘ ha fatto nuovamente luce sulla vicenda, attraverso un’inchiesta da cui è emerso che i cecchini prendevano direttamente ordini da alcuni esponenti d’alto livello dell’opposizione ucraina. La tesi poggia sulla testimonianza di tre tiratori scelti di nazionalità georgiana che sostengono di aver operato a Kiev nel febbraio 2014 con lo scopo deliberato di seminare il caos, in cambio di un compenso di 5.000 dollari, di passaporti falsi e di una via di fuga sicura. A reclutarli era stato Mamuka Mamulashvili, un consigliere militare dell’ex primo ministro georgiano Mikheil Saakashvili, che nel   2008   attaccò le repubbliche russofone di Abkhazia e Ossezia del Sud suscitando la reazione russa, che sconfisse il piccolo esercito georgiano in pochi giorni.

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