venerdì, settembre 22

Erdogan e Somalia: beneficenza o strategia neo-ottomana?

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Dopo gli scontri con l’Europa e le tirate d’orecchie da parte della Russia, Recep Tayyip Erdogan e il Ministro degli Esteri Ahmet Davutoglu sembrano guardare sempre con più insistenza all’Africa. Già dal 2011 la Turchia cerca di affermarsi nel corno d’Africa come una potenza regionale sullo scenario mediterraneo -africano. Le direttrici attorno alle quali si è mossa, sono infatti molteplici da un aumento delle visite nella regione, alla ristrutturazione dell’aereoporto di Mogadiscio, dalle charities come la ‘Croce Rossa Turca‘ e ‘Doctor Wordwide‘ all’impegno nella cooperazione, dall’addestramento dei militari al sostegno politico del Governo somalo.  L’ambasciatore turco in Somalia… ha affermato, in un’intervista al ‘Daily Sabah’, che «Neppure dobbiamo lasciare che soggetti privati fuori controllo, come le organizzazioni non governative , agiscano a scapito e in deroga alla legge nazionale sull’immigrazione.la chiave per la stabilità della Somalia passa per il rafforzamento delle sue Forze di sicurezza», annunciando così lo sbarco di 300 soldati turchi a Mogadiscio, con l’unico obiettivo di addestrare le truppe somale per il ripristino dell’ordine nel Paese del Corno d’Africa.

Non bastava l’addestramento e i corsi di formazione agli ufficiali della polizia somala in Turchia. Ora Erdogan mette piede concretamente in Somalia, inviando delle proprie forze armate. Si tratta di mera generosità o Ankara ha degli interessi che vanno ben oltre alla distribuzione di cibo e medicine? Ma quali sono questi interessi di Erdogan nella regione dell’Africa Subsahariana? Secondo Marco Giovanni Carbone, docente di Scienze Politiche presso l’Università degli Studi di Milano, che ha collaborato come coordinatore al rapporto ‘La politica dell’Italia in Africa. Contesto, interessi e scenari della presenza politica ed economica italiana nell’Africa subsahariana’ per il Ministero degli Affari esteri, “la Turchia è un buon esempio di Paese emergente che ha messo a fuoco, precocemente, che la regione subsahariana è uno scacchiere politico ed economico di crescente rilevanza. Le prime linee guida per una nuova politica verso la regione sono addirittura di fine anni Novanta. Poi sono seguiti passi molto concreti con la moltiplicazione delle ambasciate e l’aumento degli scambi commerciali. La migliore rappresentazione di questa strategia sono le 50 destinazioni che Turkish Airlines ha raggiunto, proprio quest’anno, nel continente”.

La compagnia di bandiera turca, Turkish Airlines (Thy), ha ricoperto un ruolo molto interessante nella strategia di espansione turca nel continente africano: è stata la prima compagnia aerea non africana, a ripristinare i collegamenti con Mogadiscio nel 2012, dopo la guerra civile, coprendo circa 40 destinazioni di circa 30 paesi africani, collocandosi come primo vettore per numero di rotte con il continente, favorendo notevolmente gli sviluppi commerciali in Africa e non solo. Ha dato il via a un’espansione capillare coprendo città medio-piccole, mai servite prima dagli operatori di volo africani, collegando la Somalia con Repubblica Democratica del Congo, Costa D’Avorio e Rwanda. Con un totale di quasi 400 velivoli è diventata velocemente, una delle flotte più grandi al mondo che ha reso possibile un notevole aumento della frequenza dei voli all’interno della regione .

Tutti i somali, e i cittadini di molti paesi africani, vedono la Turchia come un paese amico e vicino e sono molto riconoscenti alla politica di Erdogan, non è  un caso che tutti ricordano l’arrivo a Mogadiscio, il 19 agosto 2011, durante il mese sacro del Ramadan, di Erdogan accompagnato da moglie e figlia e da una delegazione di ministri del suo governo con famiglie al seguito, ammette l’Onorevole Lia Quartapelle, capogruppo per il PD alla Camera dei Deputati. Che sulla vicenda ha ammesso “il Presidente Erdogan si è recato a Mogadiscio non solo con la sua famiglia, ma anche con le famiglie dei suoi deputati, per dare non solo un supporto economico al Paese, ma anche politico. Questa presenza turca sul territorio è vista con grande affetto e grande riconoscenza dal popolo somalo”.

Lo studioso somalo Mohamed Haji Ingiriis, accademico presso l’Università di Oxford, ricorda subito quella data, fissandovi l’inizio della presenza turca sul territorio somalo e ci ricorda che “da allora, la Turchia sta avendo relazioni stabili con molti paesi africani. Anche se il suo coinvolgimento è iniziato come umanitario, è stato presto trasformato in aspetti politici e militari. Politico, perché il governo turco è stato coinvolto nei negoziati tra il governo somalo e Somaliland, l’entità della Somalia nord-occidentale che chiede l’indipendenza dal resto della Somalia. Militare perché Ankara forma già i militari somali in Turchia, ma ha recentemente annunciato di addestrarli all’interno stesso del Paese”.  Partendo da questo evento storico ed analizzando anche la nuova dichiarazione dell’ambasciatore turco Carbone, ci ha spiegato così la situazione: “la carestia del 2011 ha dato ulteriore impulso ai rapporti tra Turchia e Somalia, aiutata ad affrontare l’emergenza ma anche, più in generale, principale destinataria degli aiuti turchi allo sviluppo nella regione. La decisione di aprire una base di addestramento per i militari somali alle prese con i fondamentalisti di al-shabaab, di cui si parla ormai da almeno un paio di anni, riflette anche la volontà di essere militarmente presenti nel Corno d’Africa, una subregione strategica già scelta da molti altri paesi per una propria presenza militare. Stati Uniti, Francia e Cina hanno basi a Gibuti, appena più a nord. Mogadiscio è probabilmente vista come un investimento volto, nel breve, a combattere l’estremismo degli al-shabaab, e nel lungo periodo a fungere da trampolino per una presenza rivolta da un lato verso l’Oceano Indiano e dall’altro alla penetrazione del continente”.

La situazione in effetti sembra essere molto più complessa: la Turchia oltre ad essere interessata alle grandi risorse del continente Africano, a contrastare l’avanzata dei fondamentalisti di Al-shabaab, si pone in una posizione strategica che le permette di ostacolare l’avanzata di Pechino, già fonte di preoccupazione per il presidente Donald Trump. La Cina, con la sua via della seta, investe in Africa per lo sviluppo di Gibuti, Kenia ed Egitto oltre 60 miliardi di dollari e si assicura, in cambio, l’approvvigionamento energetico e di materie prime per un bel po’.

Nonostante il popolo somalo, come afferma Ingiriis, “veda la Turchia come un fratello, considerando anche il popolo turco come loro fratelli, come dei salvatori che hanno evitato a molti somali di morire di fame e sete in un momento di crisi e catastrofe”, dietro a questo volto altruistico, quasi ecumenico di Ankara c’è ben altro. Carbone aggiunge che “Ankara è mossa dall’interesse per la ricchezza di risorse minerarie dell’Africa, ma anche dai mercati di frontiera che essa offre a prodotti turchi proposti come un mix ideale di qualità europea a prezzi asiatici”.

L’accademico somalo, anche se nutre dei dubbi sulla riuscita del tentativo della Turchia di stabilizzare la Somalia, se non con un progetto a lungo termine, è certo che per Ankara “c’è un senso di ripristinare un orgoglio perduto, ma anche una competizione con l’Occidente per dimostrare come la Turchia possa svolgere un ruolo attivo nella politica internazionale e come potrebbe fare, altrove, per cambiare lo status quo”. Come ci ha confermato anche l’onorevole Quartapelle, aggiungendo che “gli affari della Turchia in Somalia vanno avanti da diverso tempo. Che ci sia un’intesa tra il Governo turco e quello somalo è noto a tutti. Io non vedo nell’arrivo di un piccolo contingente militare turco nel Corno d’Africa un’escalation del rapporto esistente. Il montante clima di repressione che si registra nel Paese con l’arresto dei parlamentari dell’opposizione, dei giornalisti, dei giudici, di persone comuni, sono problemi che riguardano la Turchia, la traiettoria del governo turco e della qualità delle istituzioni in Turchia che fatico a chiamare democratiche, proseguendo, questo è un problema tra l’Unione Europea e la Turchia. In tutti i teatri che sono strategici per l’Unione Europea ed altri paesi, che sia il corno d’Africa, che sia la Somalia, che sia l’Africa Occidentale, che sia il Golfo, che sia la Siria, bisogna cercare di lavorare con i partner che ci sono e che sono interessati alla regione, per cui non sovrapporrei le due questioni”.

 Alla domanda se la richiesta del governo somalo alla Turchia di inviare un contingente militare rappresentasse la dichiarazione di uno stato in fallimento l’Onorevole ha chiarito: “la Somalia è un Paese che ha una serie di difficoltà già da diverso tempo e questa richiesta non rappresenta un peggioramento della situazione. In questo momento ci sono due questioni che sono all’ordine del giorno oltre alle varie difficoltà della vicenda naturale somala: la carestia, che colpisce milioni di cittadini, e una recrudescenza delle attività dei pirati nel Golfo di Aden. Questi sono gli elementi di maggiore attenzione. C’è da dire, però, che al momento è in corso una stabilizzazione per lo meno politica, c’è un presidente eletto con la grande maggioranza di senatori dietro di lui, cosa che non avveniva da tantissimo tempo. C’è una ripresa delle attività economiche e quindi ci sono anche degli scenari positivi, che non farebbero leggere la richiesta con allarmismo o in chiave particolarmente negativa”.

Avremmo voluto approfondire quest’ultima questione con l’Ambasciatore somalo in Italia Abdirahman Sheikh Issa Mohamed, che tra i vari impegni istituzionali, e i festeggiamenti del Ramadan, non ha trovato tempo per risponderci neanche con una dichiarazione via mail, dopo averlo inseguito per quattro giorni. Ha affermato, al telefono, che “è una questione lunga e delicata da spiegare e che la Turchia non va di certo in Somalia a fare ciò che vuole, questione di cui non può di certo parlare al telefono di fronte ai propri ospiti e che sarebbe opportuno approfondire di persona”. Avremmo voluto domandare all’ambasciatore se la richiesta di un supporto militare ad un altro Paese per gestire la sicurezza interna e l’ordine pubblico, non riveli l’ammissione di uno Stato in fallimento.

Situazione talmente delicata, come dice l’ambasciatore, che anche i portavoce della Comunità Europea hanno faticato a darci delle risposte, attese invano. Siamo ovviamente a disposizione qualora l’ambasciatore o le istituzioni europee, volessero aggiungere la loro posizione.

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