lunedì, ottobre 23

Emigrati Italiani… in Russia

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In Italia, si parla spesso di disoccupazione giovanile.La questione non è certo una novità e, già da molti anni, si è venuto a creare un flusso migratorio verso l’estero. Se una volta i nostri padri e i nostri nonni partivano con una valigia di cartone e andavano ad ingrossare le fila dei lavoratori non specializzati di industria ed agricoltura, dell’edilizia e delle miniere, oggi il profilo dell’emigrante italiano è molto cambiato.

Si tratta per lo più di giovani laureati, preparati e specializzati, che cercano altrove un posto più consono all’investimento in tempo, denaro ed impegno che hanno dovuto sostenere e che, qui in Italia, rischia di essere frustrato. All’estero, i cosiddetti ‘cervelli in fuga’ italiani vengono generalmente molto apprezzati per la loro preparazione e la loro elasticità e capacità di adattarsi.

Storicamente, il flusso dell’odierna emigrazione giovanile italiana si è diretto nei vicini Paesi del Unione Europea (che, con la libera circolazione dei cittadini derivata dal Trattato di Schengen, favoriva la semplicità dei trasferimenti), soprattutto Francia, Germania e Regno Unito. La crisi economica e politica dell’Unione Europea, il ritorno in auge dei nazionalismi e la spinta verso una nuova chiusura delle frontiere hanno fatto sì che queste condizioni favorevoli all’emigrazione venissero meno. Un’altra meta tipica dell’emigrazione giovanile italiana erano gli Stati Uniti. Negli ultimi anni, però, si è assistito ad una stretta sempre maggiore sull’ingresso negli USA per fini lavorativi.

A fronte di questo restringimento dei tradizionali canali di emigrazione, i giovani italiani hanno cominciato a guardare altrove. Tra il 2014 e il 2016, il numero di giovani italiani (tra i diciannove e i trentacinque anni) risedenti nella Federazione Russa è quasi raddoppiato. Si tratta sempre di numeri esigui, se paragonati a quelli dei canali di emigrazione più tradizionali, ma è la tendenza che fa riflettere.

Lo spostamento degli assi mondiali fa sì che i nuovi mercati, Russia e Cina su tutti, attirino giovani specialisti che in Europa hanno difficoltà ad inserirsi in un mondo del lavoro sempre più stretto e saturo.

Annalisa Seoni, Segretario Responsabile dell’Associazione Italia Russia, ci spiega che “abbiamo assistito ad un considerevole aumento del numero degli iscritti ai corsi di russo (+50% ) nel biennio 2013-15  a cui è poi seguito un leggero calo (-10% circa) nel settembre 2016. Il target di riferimento ha un’età media compresa tra i venti e i trentacinque anni; nelle interviste e nei colloqui di pre-adesione dichiara di voler imparare il russo in tempi rapidi e di essere motivato da necessità lavorative (se già occupati) o di voler rendere più appetibile il proprio CV con l’aggiunta del russo tra le competenze linguistiche (se inoccupati o studenti)”.

Inoltre, “tra il 2007 e il 2014 abbiamo realizzato il percorso di formazione Obiettivo Russia, dedicato agli operatori economici desiderosi di percorrere un processo di internazionalizzazione o di entrare in possesso di competenze specifiche e specialistiche sul mercato russo. Nel biennio 2014-15 abbiamo realizzato con buon successo due edizioni del Career Day il cui intento principale era quello di mettere in contatto aziende con posizioni lavorative aperte con candidati con conoscenza del russo”.

Tutto ciò dimostra l’interesse del mondo del lavoro italiano nei confronti del mercato russo e la stretta relazione economica instauratasi tra i due Paesi.

Dal 2016 si è avuta una lieve contrazione delle richieste di adesione alle iniziative dell’Associazione: “l’embargo e le restrizioni imposte dalla UE hanno indubbiamente influito su questo aspetto. Tuttavia, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, in Russia, nonostante la crisi e nonostante il taglio degli stipendi, il mercato del lavoro continua ad essere dinamico e ad offrire ottime opportunità soprattutto ai giovani. La ricerca di un’occupazione per un neolaureato continua ad avere tempi brevissimi, poter cambiare azienda o avere una promozione in tempi rapidi – senza l’angoscia di perdere o non trovare più un lavoro – continua ad essere ancora una piacevole realtà”.

Per tentare di approfondire la questione abbiamo parlato con Rosario Alessandrello, Presidente della Camera di Commercio Italo-Russa.

 

Dati recenti ci dicono che in due anni il numero dei residenti italiani in Russia di età compresa tra i 19 e i 35 anni è quasi raddoppiato: quali sono le ragioni di questo fenomeno?

Alcune considerazioni: la Russia è sostanzialmente un Paese con poca popolazione. Se si pensa che la Russia è cinquantacinque volte l’Italia come superficie di territorio ma ha una popolazione che è solo due volte e mezza quella italiana, è evidente che la densità di popolazione non ha confronto con nessun altra nazione. Le città che hanno popolazione superiore a duecentomila abitanti son solo settantasette; solo venticinque o ventisei hanno un popolazione superiore ai cinquecentomila abitanti. È quindi evidente come tutta la popolazione, oltre il 51-52%, sia concentrata in queste città: tutto il resto è campagna, abitata o non abitata.

L’Italia, al contrario, togliendo gli Appennini e le Alpi, ha delle strisce di terra abitate dove fa un’agricoltura di alto livello qualitativo e di specialità. In queste zone si ha un affollamento di imprese che crea quelli che vengono definiti i ‘distretti’, le ‘comunità di imprese’, e così via. In Russia è tutto il contrario: in Russia ci sono solo alcune zone particolari che sono industrialmente confrontabili con l’Europa. Sicuramente la zona della regione di Mosca, dove sono più di venticinque milioni di abitanti (il che significa che quasi il 15% della popolazione russa è in questa zona); poi c’è San Pietroburgo, attorno alla quale girano tra i quattro e i  cinque milioni di persone. Oltre a queste, ci sono una serie di città industrializzate, come Ekaterinburg, Vladimir e così via. Sostanzialmente, la Russia europea è quella che è più abitata e più industrializzata.

È evidente che i giovani di oggi hanno capito che la Russia non è un mercato di ieri o un mercato di oggi, ma è sicuramente un mercato di domani. Questo per alcuni motivi.

Il primo è che, in questo momento, la Russia ha un costo della manodopera che è uno dei più bassi in Europa. Inoltre, ha un grado di scolarità che è molto diffuso ed elevato. La seconda cosa è che, in Russia, i costi dell’energia sono molto bassi. La terza è che il fattore del coefficiente ambientale è di gran lunga migliore di tutti gli altri Paesi: questo perché, non avendo questa concentrazione industriale, ha solo poche zone di concentrazione di inquinamento. La maggior parte del territorio è libera da inquinamento.

Un’altra cosa fondamentale è che i settant’anni di comunismo hanno inculcato una mentalità che è totalmente priva di cultura imprenditoriale: essendo stati abituati che lo Stato risolveva tutte le questioni dalla nascita al cimitero, quando si è incominciata la liberalizzazione, in Russia si sono risvegliati quegli stessi concetti che ha sempre avuto nella storia. Ai tempi degli Zar, era molto sviluppato il commercio, i famosi ‘mercanti degli Zar’: questo si è trasformato ora, da un lato nel commercio, dall’altro nella finanza. Quindi i russi sono grandi commercianti, grandi finanzieri, ma non hanno il concetto del manager-imprenditore, di un’imprenditorialità diffusa. Esattamente il contrario dell’Italia: in Italia abbiamo un’imprenditoria diffusa rispetto alla popolazione. Abbiamo quattro milioni di imprese, piccole e grandi: non c’è nessun Paese al mondo che ha questa concentrazione di cultura imprenditoriale.

Al tempo dell’Unione Sovietica, alcuni giovani, andati in Russia tramite il Partito Comunista per essere addestrati per la diffusione del comunismo a livello internazionale, si sono fermati e hanno avuto successo dato che conoscevano la lingua, la popolazione, i vertici governativi: sono diventati dei veri e propri imprenditori; hanno creato delle comunità di imprenditori. Questo ha avuto un effetto di trascinamento nei confronti dei giovani italiani di oggi.

Questo fenomeno è necessario per la Russia: dai tempi della liberalizzazione e dall’arrivo di Putin, in Russia ci sono tra i quattordici e i sedici milioni di lavoratori non russi. È quindi un Paese che ha subìto moltissima immigrazione: prima, con il disfacimento dell’Unione Sovietica, circa tre milioni e mezzo di russi sono tornati alla madre patria da quei Paesi che hanno avuto l’indipendenza. Questi russi, cacciati da i Paesi dove avevano proprietà e imprese, si sono trovati in un primo momento in una sorta di terra di nessuno: persone di lingua russa che non venivano riconosciute come cittadini russi. È stato Putin che ha sanato questa situazione. Poi ci sono gli ucraini: oggi la comunità ucraina che lavora in Russia supera quasi i quattro milioni. Si tratta di persone che lavorano permanentemente in Russia ma trasferisce gran parte dei salari ai parenti che si trovano ancora in Ucraina. Questo avviene anche con molti Paesi vicini. Poi ci sono quei russi che, rimasti nei Paesi ex-sovietici (nei Paesi baltici si parla di una percentuale tra il 15% e il 30%, a seconda del Paese), continuano a intrattenere legami molto stretti con la Russia: vivono dei commerci con la Russia, come immigrati giornalieri, in maniera molto simile a quanto fanno gli italiani di Como con la Svizzera.

Ci sono poi i confini con la Mongolia e, soprattutto, con la Cina: da quando i rapporti tra questi Paesi sono migliorati e da quando le sanzioni economiche occidentali hanno spinto la Russia ad oriente, quei confini sono diventati teatro di un commercio intenso anche, addirittura, di moneta. Oggi in Russia, oltre al Dollaro e all’Euro, lo Yuan cinese è una moneta che circola abbondantemente.

Fatte queste considerazioni, si capisce come sia normale, per chi oggi abbia una certa intraprendenza, il mercato russo sia quello che offre un futuro sicuramente molto più facilmente realizzabile.

Anche se l’emigrazione in Russia è ancora minoritaria rispetto a quella verso i Paesi dell’Unione Europea (soprattutto Inghilterra e Germania) e verso gli Stati Uniti d’America, sembra si vada verso un maggiore equilibrio tra chi va verso est e chi va verso ovest: pensa che la sempre maggiore chiusura economica degli USA e la crisi politico-economica dell’UE possa aver influito in questo cambio di passo?

Gli effetti dell’atteggiamento di chiusura degli Stati Uniti non sono ancora ben misurabili. Più che altro c’è la concorrenza: la concorrenza negli USA non è più solo italiana o europea, anzi, quella europea è diminuita di molto a discapito di una concorrenza dall’America Latina.

Negli Stati Uniti, oramai, ci sono tre o quattro generazioni di imprese italiane; nell’Europa dell’Est non è così: lì si sta iniziando. Tra alcuni anni avremo in quelle zone un’emigrazione che non sarà più solo di manodopera specializzata e qualificata, ma anche di impresa: accadrà ciò che è già accaduto in Brasile, in Argentina, negli Stati Uniti, in Canada e così via.

C’è un nesso tra la disoccupazione giovanile in Italia e l’emigrazione in Russia?

Come dicevo, sicuramente oggi, per un giovane che volesse realizzare i suoi progetti in un Paese estero, la situazione in Russia è più appetibile che da altre parti.

La Russia ha superato la crisi economica che l’aveva colpita? Possiamo dire che il mercato russo sia in espansione in questo momento?

In un certo senso sì: la Russia, con l’anno scorso, ha chiuso la fase della crescita negativa. Alcuni settori sono già in fase positiva, altri arrancano ancora in zona negativa ma, sostanzialmente, ha chiuso il 2016 in un equilibrio tra il più e il meno. Il 2017 sarà comunque l’anno di una crescita: si parla di una crescita un po’ più che piccola, comunque è sicuro che l’economia russa crescerà più di quella italiana e sarà per lo meno confrontabile con la crescita dell’Euro-zona.

A cosa è dovuto l’interesse russo per le professionalità italiane? Quale è il profilo professionale ricercato dal mercato russo?

C’è senz’altro un interesse specifico per le professionalità italiane. Questo per un motivo molto semplice: dal punto di vista comportamentale e caratteriale, i russi si sentono molto vicini agli italiani; entrambi i popoli hanno una storia che pesa.

In più, l’Italia ha due vantaggi. Prima di tutto, come Paese non influenza politicamente la Russia, cosa che non si può dire sia della Germania, sia della Cina e di tutti gli altri Paesi confinanti: loro apprezzano lo sviluppo di Paesi come la Germania ma, d’altro canto, sono condizionati politicamente. Con l’Italia questo problema non si pone.

In secondo luogo, da un punto di vista comportamentale e caratteriale, gli italiani sono molto pragmatici, non hanno la superbia o l’arroganza del più potente e questo va molto bene per i russi perché non accettano facilmente chi si comporta con loro come se fosse di una razza superiore: hanno sempre avuto questo complesso, soprattutto nei riguardi dei popoli limitrofi.

Che tipo di mercato deve aspettarsi un giovane italiano che decida di andare a lavorare in Russia? Quali sono le differenze nel campo delle consuetudini e delle garanzie?

Prima di tutto dovrebbe acquisire delle conoscenze fondamentali: la conoscenza del Paese, la conoscenza della lingua, la conoscenza del business.

È importante, il prima possibile, disporre di un piccolo capitale per fare impresa: oggi la Russia ha bisogna di giovani che sono capaci di fare impresa, che siano in grado di comportarsi come manager e come imprenditori.

Il mercato del lavoro cambia da regione a regione: essendo un continente, ci sono delle regioni decisamente più sviluppate dove ormai l’accesso a dei comportamenti equivalenti a quelli europei sono abbastanza evidenti; in più hanno dei vertici politici che decidono e che sono capaci di risolvere i problemi. Se si viene in contatto con dei vertici politici locali, Governatori o Sindaci o Assessori, e questi hanno bisogno della qualifica e delle capacità dell’interessato, questo avrà facilità a progredire nella sua carriera.

C’è anche un interesse politico della Russia nel cercare di creare un mercato del lavoro più globalizzato nonostante i rapporti tesi, o proprio a causa di questi, con l’occidente?

Non direi: è una cosa che avviene quotidianamente: come dicevo, ci sono milioni di persone che tutti i giorni lavorano in Russia senza essere russe.

Esistono programmi, da parte russa o italiana, per sostenere questo flusso?

Più che altro si sostiene il partenariato. Oggi la Russia ha molto bisogno di tecnologie e di specializzazioni che sono tipiche delle piccole e medie imprese italiane. Mentre le piccole imprese italiane non possono affrontare un mercato russo senza il supporto delle istituzioni pubbliche, la Russia offre questa possibilità.

Loro hanno il mercato, perché sono commercianti, hanno la finanza, perché hanno una tradizione in quel senso, ma non hanno la cultura del rischio imprenditoriale: di conseguenza si cercano volentieri un partner italiano che sia piccolo o medio e che gli dia la qualità sia del processo che del prodotto.

Tra i due Paesi ci sono accordi di tanti tipi. L’Ambasciata Italiana, negli ultimi anni, non fa altro che promuovere la mappatura di progetti che i russi hanno nelle loro varie regioni e cercano di farli conoscere agli imprenditori italiani che hanno voglia di lavorare ed operare in Russia.

Con alcune Università, inoltre, ci sono degli accordi per mandare i giovani italiani a formarsi in Russia: sicuramente il Politecnico di Milano, sicuramente alcune Università romane hanno degli accordi per gli scambi di studenti.

Che tipo di comunità si sta venendo a creare? È ancora una piccola comunità d’affari o si sta modificando?

Dipende dalle città: a Mosca e a San Pietroburgo la comunità è molto consistente. In altre città, ad esempio a Samara, ad Ekaterinburg, si stanno formando ora comunità italiane che hanno una certa rilevanza.

Si tratta di comunità legate al mondo degli affari che, però, vanno a mettere in modo degli scambi culturali molto forti: i cantanti italiani sono popolarissimi, alcuni teatri sono molto celebri (primo fra tutti La Scala di Milano), gli Istituti di Cultura Italiana diffondono la  nostra letteratura. Non parliamo poi delle mostre in accordo con i musei: i grandi musei russi hanno tutti degli accordi con i musei italiani. C’è un continuo scambio di arte, letteratura, teatro, cinema: i russi sono molto legati al cinema italiano.

Con lo spostamento degli assi mondiali, i nuovi mercati (soprattutto Russia e Cina) attirano molti giovani specialisti italiani ed europei: secondo lei, quali saranno gli scenari futuri per i rapporti commerciali italo-russi?

Per i giovani di oggi che vanno in Cina, salvo eccezioni, la cosa sarà piuttosto deludente perché, giustamente, la Cina ha esportazione di popolazione, non ha importazione di popolazione. Al contrario, la Russia ha bisogno di importazione di popolazione.

Io spero che quest’anno finisca questa storia delle sanzioni economiche: le sanzioni sono state fatte, in maniera più consapevole dall’America e meno dall’Europa,  perché si pensava di danneggiare la Russia. È vero, hanno danneggiato anche la Russia, ma i danni che ha avuto l’Europa sono di gran lunga superiori. Di questo ormai si è preso atto e consapevolezza. Si pensava di indebolire Putin perché era l’epoca della mania delle ‘Primavere’: come c’erano state le ‘Primavere Arabe’ doveva esserci anche una ‘Primavera Russa’, con un conseguente cambiamento di regime. Non si è capito che in questo modo Putin è stato rinforzato: aveva una popolarità che superava appena il 50% ed è stato portato al 70-80%. Tutti si sono scordati che, all’epoca di Leningrado, per due anni i russi hanno tenuto in scacco la più grande armata europea dell’epoca impedendogli di conquistare la città: hanno resistito a due anni di assedio dove mancava tutto perché i russi, sotto questo aspetto, sono capaci di compattarsi e hanno uno sciovinismo e un nazionalismo che non ha pari al mondo. La loro tradizione li rende capaci di sopportare grandi sacrifici per salvare l’integrità del proprio Paese: pensare che impedirgli di comprarsi il parmigiano ed altri prodotti di abbigliamento e tessile del mondo occidentale potesse addirittura travolgere il regime è evidentemente assurdo.

In America Trump ha capito benissimo che quella via è perdente e ha tutta l’intenzione di trasformare l’accordo con la Russia in un mondo di affari: sa benissimo che per risolvere la questione del medio-oriente e per uscirne decorosamente non può non avere la Russia come alleata.

Di fronte a questi scenari geo-politici, è evidente che entro l’anno il discorso delle sanzioni venga a cadere perché non ha più senso.

Già ora, comunque, proprio in virtù del fatto che la Russia non considera l’Italia influente dal punto di vista politico, sta aiutando tutte le imprese italiane che abbiano voglia di andare ad investire lì: negli ultimi due anni c’è stata più una corsa verso la Russia da parte delle imprese italiane di quanto non ci fosse, addirittura, prima dell’inizio delle sanzioni.

Non ci sono dubbi che il rapporto italo-russo sia destinato a crescere. Solo ho paura che le imprese italiane non riusciranno più a riprendersi tutte quelle filiere che avevano prima che iniziassero le sanzioni perché, oggi, si ritroveranno a fronteggiare una concorrenza che prima non avevano. Con le sanzioni altri hanno rafforzato la loro presenza in Russia: per esempio, non c’erano gli iraniani nel campo dell’agricoltura, non c’era tutta l’Africa, non c’erano i turchi, non c’erano i cinesi.

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