martedì, agosto 21

Elezioni Iraq: ritorna al Sadr, Teheran e Occidente fuori La vittoria del leader sciita e nazionalista pone dubbi sulla direzione politica del prossimo Governo. Il commento del risultato elettorale con i possibili scenari, con Chiara Lovotti, Reasearch assistant ISPI

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Nelle prime elezioni dopo la sconfitta dello Stato Islamico, i risultati usciti dalle urne sono stati inaspettati e, per alcuni come Iran e Stati Uniti, non di certo confortanti. Il leader sciita e nazionalista Muqtada al Sadr, capo dell’Esercito dei Mahdi è risultato primo in quella che, secondo molti sondaggi elettorali, avrebbe dovuto essere una riconferma dell’attuale primo ministro Haider al-Abadi. Il voto di sabato è stato comunque caratterizzato da un’affluenza molto più bassa, pari al 44%, rispetto alle precedenti elezioni (62%).

A ‘vincere’ con 54 seggi assicurati, sui totali 329 in Parlamento, è stata la coalizione guidata dal clero sciita di al-Sairoon. Una coalizione, quella del leader al-Sadr, trasversale e laica, frutto dell’alleanza con il partito comunista, definito pochi anni fa da lui stesso come un «gruppo di miscredenti». Quest’insolita, ma producente, alleanza, l’unica ad aver inserito nelle liste alcuni esponenti della società civile, ha incentrato il suo programma elettorale attorno a temi definiti ‘populisti’, come lotta a corruzione e povertà, accentuati da un forte spirito nazionalista contro la presenza in Iraq di Iran e Stati Uniti.

La coalizione Fatah, guidata da Hadi al-Amiri, composta dai politici più conservatori della Suprema coalizione dell’Iraq, e molto vicina alle posizioni iraniane anche grazie alla partecipazione di esponenti delle milizie filo-Teheran tra le proprie fila, è arrivata seconda nelle preferenze elettorali. La sorpresa, in negativo, è rappresentata dall’attuale primo ministro sciita Aydar al-Abadi, considerato il candidato più accreditato dall’Occidente e dalle potenze vicine – Arabia Saudita e Iran – che con la sua coalizione, Nasr, è arrivata terzo con 43 seggi.

Non è tuttavia scontato che la coalizione di al Sadr riesca formare il prossimo Esecutivo, che dev’essere votato anche dalle altre forze politiche più rappresentative, in questo caso quella di Abadi e Amiri. Ma il ritorno nella scena politica irachena di al Sadr segna un punto significativo sia nella futura politica interna del Paese, sia nel precario quadro geopolitico medio-orientale.

Leader del Movimento Sadrista, l’influenza politica, e religiosa, di Al Sadr proviene inizialmente dalla sua tradizione famigliare. Il padre, Mohammed Sadeq al-Sadr, ucciso nel 1999 per essersi opposto al regime di Saddam Hussein, è stato Grand Ayatollah, una figura preminente e molto rispettato all’interno della comunità sciita. Ma è nel 2003, anno dell’invasione americana e dell’inizio della guerra nel Paese, che la figura di Sadr figlio entra nel panorama politica nazionale. In quell’anno infatti, forma l’Esercito dei Mahdi, che nei successivi anni saranno la causa di molteplici attacchi, terroristici e non solo, contro la presenza occidentale e la comunità irachena sunnita. La loro base era all’interno di Najaf, ora Sadr City, quartiere orientale di Baghdad molto povero e a stragrande maggioranza sciita, chiamato così dopo la caduta di Hussein in onore della famiglia di Sadr.

La lotta anti-Occidente e la sua storia personale hanno fatto di al Sadr un leader capace di poter contare su una vasta parte della popolazione irachena che vuole un Iraq senza poteri stranieri. Sebbene il padre fosse un ‘convinto’ nazionalista iracheno, l’essere a capo di una milizia anti-Occidentale lo ha portato in passato a stringere accordi militari con Teheran, che nella guerra civile ha visto l’opportunità per far entrare nella scena irachena i propri interessi economici.

Tuttavia, dal 2015 in poi l’evoluzione politica di al Sadr si è spostata verso posizioni fortemente anti-Teheran, dal momento in cui le Brigate della Pace, nuovo nome dell’Esercito dei Mehdi, non hanno ricevuto alcun fondo iraniano, al contrario di altre milizie, per la la lotta allo Stato Islamico che in quel momento stava avanzando nel territorio iracheno. Oltre ad aumentare le tensioni interne alla comunità sciita, di cui l’Iran ne fa parte, nel luglio 2017, ancora in piena guerra contro l’ISIS, Sadr ha fatto visita emblematica in Arabia Saudita, principale nemico dell’Iran e paese a stragrande maggioranza sunnita.

É stata una vittoria ‘out of the blue’”, ci spiega Chiara Lovotti, Research Assistant dell’ISPI, “e più che un voto verso Sadr, è stato un voto di protesta contro l’establishment iracheno, sentito come corrotto, in quanto quello che rappresenta Sadr è proprio la rivolta, di cui lui si è fatto capo attraverso la guida del Movimento dei Sadristi. Un movimento che incarna le delusioni di una popolazione illusa e disillusa, e che rappresenta il votare contro piuttosto che a favore.La divisione interna al blocco sciita non ha inciso più di tanto nei conti finali”.

La bassa affluenza, che ha visto meno della metà della popolazione recarsi alle urne per un voto comunque simbolicamente importante, potrebbe essere stata una delle ragioni alla base dell’inaspettato successo del capo del movimento sadrista. “La comunità sunnita, assai rilevante nel Paese, aveva minacciato pochi mesi di boicottore le elezioni”, racconta Chiara Lovotti, “elezioni che nel piano nazionale originale avrebbero dovuto essere state accorpate con quelle regionali. Inoltre bisogna tenere conto che anche i Kurdi non hanno preso parte alle votazioni, ancora risentiti dopo la mancata realizzazione del referendum

La disillusione della popolazione si accompagna però anche con la minaccia alla sicurezza nazionale. Le scorse elezioni del 2014, infatti, sono state macchiate da molteplici attentati terroristi contro le sedi di voto nella capitale Baghdad e nelle altre regioni. “É difficile che nei piccoli centri da pochi liberati dall’ISIS, la gente si sia sentita sicura di andare al voto”, dice la ricercatrice ISPI, “a questo si devono aggiungere le oltre 2 milioni di persone sfollate all’interno dei confini iracheni. Con un’ affluenza maggiore probabilmente Sadr non avrebbe guadagnato così tanto margine, e ci sarebbero state molte più variabili”.

Il successo elettorale di al Sadr pone diverse questioni riguardo alla direzione che il prossimo Governo di Baghdad potrà prendere. Se lontano dalle influenze iraniane con uno sguardo verso Riad e i sauditi, o se manterrà, difficilmente, una posizione equidistante tra le due potenze vicine. “Nell’ultimo anno Sadr si è avvicinato moltissimo ai sauditi, che lo avevano indicato come favorito nella corsa elettorale, mentre, al contrario, era più temuto da Teheran. Ma, nonostante il recente avvicinamento, le posizioni di Sadr, come in passato, sono ambigue e, spesso, dettate dalla campagna elettorale. Tutto dipenderà da che Governo si andrà a formare e come voteranno le altre forze politiche”.

La possibilità che al Sadr venga nominato Primo Ministro, o che gli venga dato l’incarico di formare il Governo, non è scontata e, forse, non così vicina. Due altri scenari non sono da escludere: che le forze politiche si coalizzino per formare un Esecutivo filo-Teheran, andando contro la volontà di un popolo che non vede l’Iran come un’alternativa possibile. Oppure il Parlamento potrebbe ancora scegliere l’attuale premier al-Abadi per un secondo mandato. “La scelta di al Abadi, che si è sempre contraddistinto per il dialogo con le altre parti in gioco e che ha cercato di prendere in mano una situazione difficilissima come quella irachena, potrebbe essere la scelta più indicata per non sbilanciare troppo gli equilibri della regione medio-orientale e per riportare stabilità in una giovane democrazia” conclude Lovotti, che aggiunge “il fatto che l’Iraq sia riuscito ad andare a votare nonostante le molte difficoltà può essere visto come una piccola ma importante vittoria”.

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