sabato, luglio 21

Elezioni: gli Stati da tenere d’occhio nel 2018 Una rapida panoramica dei Paesi che andranno al voto e da tenere sotto controllo nell'anno che sta per iniziare

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È sempre tempo di campagna elettorale. Come tutti sappiamo, dopo un 2017 che ha visto recarsi alle urne gli abitanti di Francia, Inghilterra, Olanda, Austria e Germania (limitandoci solo ai principali Stati europei), nel 2018 è il turno dell’Italia. L’appuntamento elettorale del 4 marzo sarà per l’Italia importante quanto difficile, prospettandosi, stando ai sondaggi, un Parlamento più o meno equamente suddiviso fra le tre forze politiche principali senza una chiara maggioranza. In attesa di capire come evolverà la complicata, come da consuetudine, situazione italiana, non ci resta che allargare i nostri orizzonti e osservare chi, fra gli altri Stati del resto del mondo, andrà alle urne e come si preparano a esse.

 

Stati Uniti

Si chiude il primo anno (quasi, formalmente a gennaio) di presidenza di Donald Trump. Come c’era da aspettarsi, è stato un anno ricco di contestazioni e lo stesso Presidente non ha fatto molto per evitarle, a causa di un uso spregiudicato dei mezzi di comunicazione (social network in primis) e di alcune scelte molto forti, come quella dello spostamento dell’ambasciata degli Stati Uniti in Israele da Tel Aviv a Gerusalemme. Chi temeva una deriva autoritaria, tuttavia, può, al momento, tirare un sospiro di sollievo: la Costituzione americana, con il suo sistema di ‘checks and balance’, prevede tutta una serie di dispositivi per tenere sotto controllo il potere del Presidente degli Stati Uniti e, fra questi, abbiamo le elezioni di medio termine (mid-term, come le chiamano gli statunitensi). Queste elezioni si tengono a metà mandato presidenziale e riguardano i membri della Camera dei Rappresentanti e un terzo del Senato, fungendo così da cartina tornasole del consenso (o dissenso) di cui gode il Governo Usa. Con il cambio di buona parte dei parlamentari, il rischio è quello di trovarsi di fronte a un Congresso a maggioranza democratica con un Governo repubblicano. Queste elezioni si terranno nell’ottobre del prossimo anno, quindi molte cose potrebbero cambiare da oggi allora ed è per questo difficile fare previsioni esatte. Tuttavia, stando a quanto possiamo osservare oggi, si può pronosticare una battuta d’arresto dei repubblicani (suddivisi al loro interno fra chi sostiene Trump e chi lo osteggia) in favore di un recupero dei democratici.

Russia

Se la deriva autoritaria sembra scongiurata negli Stati Uniti, in Russia questo tipo di approdo sembra non essere un rischio, quanto più una realtà. Il Presidente della Federazione Russa Vladimir Putin si appresta a presentarsi alle prossime elezioni presidenziali del 2018, forte del sostegno di un ampissima fetta della popolazione: se dovesse essere confermato nella sua carica, sarebbe Presidente fino al 2024 (la carica dura sei anni). Essendo stato eletto nel 2000, Putin si appresterebbe a restare in carica per 24 anni, pur considerando una breve interruzione fra il 2008 e il 2012, quando fu Presidente Dmitrij Medvedev, da lui sostenuto (in quei quattro anni Putin ricoprì il ruolo di Presidente del Consiglio). Il leader di Russia Unita, dunque, con potenziali 24 anni di presidenza, diventerebbe sempre più una sorta di nuovo zar.

Il suo avversario principale, Aleksej Navalnyj, è stato da poco escluso dalla competizione elettorale per aver questioni legate a vicende giudiziarie che lo riguardano e che gli impedirebbero di avere i prerequisiti necessari per candidarsi. In passato, Navalnyj è stato il più strenuo oppositore del Presidente russo, ma le sue proteste sono spesso finite con l’arresto, tanto che alcune organizzazioni internazionali come Amnesty International lo considerano un prigioniero politico.

I candidati, potenziali o già confermati, sono tanti: Vladimir Zhirinvoskij (Partito Liberaldemocratico), Pavel Grudinin (Partito Comunista), Ksenia Sobchak (Iniziativa Civile, figlia del padrino politico di Putin, Anatol Sobchak), sono alcuni di questi. È difficile, tuttavia, immaginare che Putin non vinca queste elezioni.

Belgio

In Belgio non ci sono elezioni politiche, ma solo locali. Tuttavia, le spinte indipendentiste dei fiamminghi si fanno sempre sentire e l’esempio della Catalogna è ben presente nella mente e negli occhi dei belgi delle fiandre. Non è un caso che il partito ultranazionalista Nuova Alleanza Fiamminga (NVA) sia stato fra i pochissimi in Europa a sostenere apertamente la lotta secessionista di Puigdemont, che è riparato proprio in Belgio dopo l’applicazione dell’articolo 155 della Costituzione spagnola. Le elezioni riguardano cinque province fiamminghe, cinque vallone, le municipalità di Bruxelles e i comuni della minoranza di lingua tedesca. Come si può notare, il complesso mosaico di lingue, culture e nazionalismi incrociati rischia di far deflagrare la situazione in Belgio, il che rende queste elezioni potenzialmente importanti per la sopravvivenza dello Stato che ospita al suo interno alcune delle istituzioni dell’Unione Europea.

Repubblica Ceca

A proposito di Unione Europa, i risultati delle elezioni presidenziali della Repubblica Ceca saranno seguite con estremo interesse da Bruxelles. La Repubblica Ceca è, con Polonia, Slovacchia e Ungheria, membro del gruppo di Visegrad, l’alleanza fra questi quattro Paesi centroeuropei, che mira a contrastare le politiche di redistribuzione dei migranti e che oppone alla visione unitaria europeo una politica più nazionalista. Milos Zeman, Presidente della Repubblica Ceca, è stato il promotore di questo fronte e, nel 2018, sarà impegnato nelle elezioni presidenziali del suo Paese. Ovviamente una sua eventuale sconfitta potrebbe segnare una svolta nelle politiche europee della Repubblica Ceca, così come una sua nuova affermazione potrebbe garantire al fronte una rinnovata stabilità e forza contrattuale a Bruxelles, con il rischio di allontanarsi ancora di più dall’Europa.

Venezuela

Allontanandoci dall’Europa non solo metaforicamente, ma anche geograficamente, andiamo in Venezuela. Il 2017 è stato un anno molto duro per i venezuelani. Le ondate di protesta contro il Governo chavista di Nicolas Maduro sono state continue, dovute alla crisi socioeconomica in cui il Venezuela è caduto dopo la morte di Hugo Chavez. La crisi costituzionale, che restringeva l’immunità ai membri dell’Assemblea, perlopiù oppositori del regime, ha poi fatto deflagrare ancora più violentemente le proteste e l’esclusione dei tre principali partiti d’opposizione delle prossime elezioni presidenziali rischia di far esacerbare ancora di più gli animi.

La data delle elezioni presidenziali non è ancora stata decisa, così come non è chiaro contro chi Nicolas Maduro si dovrà confrontare: l’estromissione dei partiti d’opposizione è stato un duro colpo per i nemici del regime e Maduro, nonostante la poca popolarità di cui gode, ha al momento la strada spianata verso la riconferma. Henrique Capriles Radonski, Henry Ramos Allup e Leopoldo Lopez, leader dei partiti che formano il fronte anti-Maduro sono stati estromessi. Resta da capire come, nei mesi che ci separano dalle elezioni (una volta che verrà decisa la data), si comporteranno le opposizioni.

Messico

Andando più a nord, troviamo il Messico, che affronterà le presidenziali in un’atmosfera a dir poco calda. Secondo il giornale locale ‘Regeneraciòn’, ci sarebbero dei rischi di brogli elettorali nelle elezioni che si terranno l’1 giugno 2018. Enrique Pena Nieto, il Presidente in carica, non può più candidarsi, ma dovrà affrontare le accuse di chi sostiene che il suo partito, il Partito Rivoluzionario Istituzionale (PRI), verrà favorito alle prossime elezioni, da brogli e dal maggior visibilità che ottiene ai danni dei partiti concorrenti. D’altronde, già in passato aveva dovuto affrontare queste accuse, quando venne eletto a Governatore dello Stato del Messico (da intendersi come Stato federale della Repubblica Messicana) del cugino: anche in quel caso, brogli elettorali, spese elettorali elevatissime e voto di scambio. Vedremo quanto ciò influirà sulle prossime elezioni: il PRI si presenterà con Josè Antonio Meade, che affronterà, fra gli altri, Ricardo Cortes del Partito di Azione Nazionale (PAN),  il suo avversario al momento più quotato.

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