martedì 17 dicembre 2013 - 11:00

Problemi italiani

Credit crunch e imprese

I settori più innovativi sono i più colpiti

AGN - CRISI: PREVISTI 4 MILIONI DI POVERI NEL 2013, MA GLI ITALIANI LAVORANO DI PIU'
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L’Italia ha vissuto, come ormai palese ai più, una crisi a “W”. Dopo la prima profonda recessione del 2008-2009, soprattutto legata al negativo ciclo internazionale, nel 2012, dopo un timido rimbalzo nel biennio 2010-11, si è ritornati in recessione, questa volta a causa di motivi interni. Le previsioni indicano nel 2014 l’anno della ritrovata crescita economica. L’Italia ha attraversato, quindi, un periodo storico con due forti recessioni nel giro di pochi anni. L’economia reale è fiaccata da questa situazione e la manifestazione più evidente di questo malessere è individuabile nel tasso di disoccupazione, salito oltre il 12%.

In un contesto così problematico, grande attenzione è stata riposta sulla stabilità del sistema finanziario, in modo particolare sulle banche. Infatti, il sistema bancario è uno degli anelli di trasmissione delle politiche economiche. Se si inceppa il sistema bancario, anche l’economia reale ne risente.

Ebbene, pur essendosi dimostrato uno dei sistemi bancari più affidabili, quello italiano non è ancora in grado di essere un volano per la crescita tant’è che è diventato d’uso comune il termine credit crunch. Questa terminologia individua una particolare condizione del mercato dei prestiti: il loro ammontare si riduce nel tempo. Ciò significa che le banche riducono le erogazioni cioè riducono i prestiti a famiglie e imprese e si manifesta una contrazione del credito. In Italia stiamo assistendo a tale fenomeno ormai da quasi due anni. I primi segnali si sono intravisti a fine 2011 e da allora non si è ancora manifestata una inversione di tendenza.

Prima di esaminare alcuni dati, è bene indicare quali cause hanno condotto il mercato del credito italiano a patire questa condizione. Si possono individuare tre diversi tipi di cause: 1) cause legate alla domanda; 2) cause legate all’offerta; 3) cause legate alla regolamentazione.

In merito al primo insieme di cause, è bene evidenziare che nel momento in cui la crisi italiana si è trasformata da crisi indotta da cause esterne (crollo dell’export - periodo 2008-2009) in crisi interna (calo dei consumi, aumento della tassazione, crisi politica, crisi di fiducia internazionale - periodo 2011-2012-2013) i richiedenti credito, cioè famiglie e imprese, hanno dovuto ridurre la loro propensione al consumo e all’investimento. Un’economia in recessione, con una crescita della disoccupazione e un calo dei consumi, induce da una parte le famiglie a rinviare spese di elevato importo, che richiedono il sostegno del finanziamento bancario, e dall’altra parte le imprese a rinviare gli investimenti, riducendo la necessità di accesso al credito. Quindi, la crisi economica riduce la domanda di prestiti.

In merito alla seconda categoria di cause, è risaputo come negli ultimi due anni siano le stesse banche ad offrire meno credito. La crisi economica ha fatto aumentare i crediti problematici (quei crediti che le banche difficilmente si vedranno restituire da famiglie e imprese in difficoltà) e ciò ha reso molto più guardinghi gli istituti di credito. Per evitare di prestare denaro a persone o imprese che a causa della crisi economica potrebbero essere insolventi, le banche italiane hanno deciso di ridurre la quantità di credito erogata. Al contempo, il credito erogato è diventato più costoso, cioè le banche hanno chiesto interessi crescenti sui prestiti scoraggiando ulteriormente la domanda.

All’interno del terzo insieme di cause possiamo ricomprendere tutte le innovazioni regolamentari degli ultimi anni adottate a livello internazionale. Gli istituti di credito, inclusi quelli italiani, sono, e saranno, soggetti ad una regolamentazione più stringente: devono accantonare più risorse se erogano crediti rischiosi, devono possedere un patrimonio più elevato e di migliore qualità rispetto al periodo pre-crisi, sono fatte oggetto di approfondite analisi da parte delle autorità di vigilanza. Questo nuovo quadro regolamentare ha reso più costoso per le banche erogare credito perché più credito si emette, e più questo credito è rischioso, maggiori sono le risorse da accantonare. Il mutamento nelle regole ha indotto le banche a perseguire la strada più facile per rispettare i nuovi vincoli: ridurre il credito. Infatti, riducendo il credito, e in particolare quello più rischioso, è più facile ottemperare ai nuovi vincoli di capitale poiché è necessario detenerne di meno. Le banche, quindi, hanno preferito utilizzare il deleveraging, cioè la riduzione della esposizione verso i prestiti. Anche in questo caso la scelta è stata in parte indotta dalla situazione contingente. In periodi di crisi economica diventa difficile aumentare il capitale chiedendo risorse nuove agli azionisti o ai mercati finanziari. Quindi, poiché è difficile incrementare il capitale a copertura dei crediti, si è preferito ridurre questi ultimi.

Una volta definito lo scenario di riferimento e le cause che hanno portato al credit crunch, possiamo esaminare qualche dato e ci si concentrerà sui prestiti erogati al settore produttivo. Sarà esaminato l’andamento del credito alle imprese negli ultimi anni e si scenderà nel dettaglio osservando quale settore produttivo ha subito di più la contrazione del credito.

In primo luogo, quindi, ci concentriamo sulla figura 1. In essa sono rappresentati gli impieghi, cioè i prestiti, erogati in Italia alle imprese non finanziarie e alle famiglie produttrici, che possiamo considerare come micro imprese. I dati partono dalla metà dell’anno 2010 e mostrano un andamento sostanzialmente sovrapponibile per le due categorie di prenditori. In entrambi i casi, il credito è cresciuto nel 2010 e per i primi tre trimestri del 2011. Sul finire del 2011 è cominciata l’inversione nell’andamento del credito e ha cominciato a manifestarsi il credit crunch. I valori di picco sono stati raggiunti in entrambi i casi nel Novembre 2011: 915 miliardi per il credito alle imprese non finanziarie e 102 miliardi per gli impieghi alle famiglie produttrici. Si ricorda che nella seconda metà del 2011 l’instabilità politica italiana fece precipitare la nazione nell’occhio del ciclone finanziario. L’andamento del credito registrato da quei mesi in avanti è una delle vittime di quello sciagurato periodo.

 

Figura 1: Impieghi alle imprese non finanziarie (scala di sinistra) e alle famiglie produttrici (scala di destra), milioni di Euro.

 

Fonte: elaborazione su dati Banca d’Italia

 

Tornando ai dati, a partire da Dicembre 2011 e fino alle ultime rilevazioni della Banca d’Italia, riferite a ottobre 2013, il credito si è continuamente contratto. Le curve mostrate nel grafico hanno un andamento discendente molto simile. Si nota, però, come la contrazione che ha interessato il credito alle imprese sia stata più marcata. Infatti, gli ultimi dati pubblicati, pongono le erogazioni alle imprese nel 2013 al di sotto dei valori di metà 2010. Mentre per le famiglie produttrici i valori sono ancora superiori a quelli di luglio 2010, seppur di poco.

Se consideriamo la variazione assoluta tra ultimo dato pubblicato e il valore di picco, notiamo che per le imprese c’è stata una contrazione prossima ai 92 miliardi di Euro e per le famiglie di oltre 6 miliardi. In valori percentuali ciò significa che rispetto al picco del novembre 2011 il credito alle imprese si è contratto del 10,1 per cento e quello alle famiglie produttrici del 6,2 per cento.

Questi valori possono essere ulteriormente scomposti per capire quale settore produttivo ha subito più degli altri il credit crunch. Si può così esaminare se il settore bancario ha deciso di ridurre la sua esposizione soprattutto verso determinati settori produttivi. Anche in questo caso, per completare l’analisi ci si avvale dei dati della Banca d’Italia. È possibile, infatti scomporre l’andamento dei prestiti a imprese non finanziarie e famiglie produttrici in settori produttivi e osservare l’andamento del credito erogato al singolo settore.

Ogni settore ha caratteristiche peculiari. Il settore “Agricoltura, Silvicoltura e Pesca” mostra una sostanziale tenuta del credito. Da fine 2011 a ottobre 2013 l’ammontare totale è rimasto sempre vicino ai 43-44 miliardi. In questo settore non si è registrato il credit crunch, ma non c’è stata anche espansione. Situazione analoga, analizzando lo stesso periodo temporale, per il settore “Estrazioni di minerali da cave e miniere”. Il credito verso questo settore produttivo è stato altalenante, ma in definitiva è rimasto su valori paragonabili, se non superiori, a quelli di fine 2011. Particolare la situazione del settore “Trasporto e Magazzinaggio”: se si effettua il confronto con la fine del 2011 si nota ancor oggi una crescita del credito (+3,6%). Il problema, però, è che questo settore ha raggiunto il picco degli impieghi a fine 2012. Da Novembre 2012 in poi, anche il credito verso questo settore si è contratto di 6 miliardi per una flessione di oltre il 12 per cento.

Per tutti gli altri settori produttivi, invece, il credito erogato si è ridotto. Ciò che cambia è solo l’intensità della riduzione. Il settore più colpito a livello di contrazione assoluta è quello delle “Attività manifatturiere”, che potremmo definire il settore industriale in senso stretto. In questo caso la contrazione dei prestiti è stata di oltre 34 miliardi di Euro, pari al 14 per cento.

Ci sono stati, però, settori che in percentuale hanno visto il credito ridursi in modo molto più marcato. È il caso del settore “Noleggio, Agenzie di viaggio, Servizi si supporto alle imprese” che ha registrato un -16,2 per cento (3,8 miliardi di prestiti in meno), del settore “Attività professionali, scientifiche e tecniche” che segna -19,6 per cento perdendo 10,5 miliardi di Euro di prestiti e dei “Servizi di Informazione e Comunicazione” che sono stati i più colpiti con una contrazione di quasi il 25 per cento, pari a oltre 5 miliardi in meno rispetto a fine 2011.

Per gli altri settori la contrazione è stata tra il 6 e il 9 per cento. Si segnala la riduzione di prestiti per oltre 13 miliardi sia verso i settori delle “Costruzioni” e del “Commercio all’ingrosso e al dettaglio, riparazione di veicoli”. L’analisi dei dati ha mostrato come i settori più tradizionali (Agricoltura ed Estrazione di minerali) siano stati gli unici ad essere poco interessati dal credit crunch. Al contrario, proprio i settori più innovativi (Servizi di informazione e comunicazione, Attività professionali, scientifiche e tecniche) sono stati più colpiti dalla contrazione del credito così come le attività manifatturiere.

Anche in questo caso, quindi, l’Italia e il suo settore bancario sembrano comportarsi in modo nocivo per l’economia: si limita l’erogazione del credito in modo più marcato ai settori che in prospettiva possono assicurare maggiore crescita. Ci si rifugia in settori tradizionali, con poche possibilità di espansione, ma più facili da interpretare, invece di esaminare i progetti più innovativi e a maggior valore aggiunto. Ciò potrebbe dipendere anche da una scarsa conoscenza dello scenario macroeconomico globale e da una limitata possibilità di esame di progetti innovativi da parte del personale addetto alla concessione dei prestiti. È indubbiamente un grave limite che deve essere quanto prima superato. Le banche dovranno essere più accorte nel concedere il prestito, ma è bene che lo forniscano ai settori che possono assicurare nel medio termine una crescita economica più robusta. In caso contrario, verrebbero meno al loro fondamentale ruolo di volano dello sviluppo.

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