mercoledì, gennaio 17

Ecco i conflitti da tenere d’occhio nel 2018 – Parte I Il report del Crisis Group sulla pericolosità delle 10 crisi del mondo odierno

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Crisis Group, think tank che monitora i conflitti nel mondo, ha fatto il punto delle 10 crisi più pericolose che rischiano di infiammare il 2018. Le criticità sono rappresentate da: Corea del Nord, relazione USA-Arabia Saudita – che si riflette sull’Iran e non solo, in ultimo anche su Gerusalemme e dunque sulla questione palestinese, esplosa in mano agli analisti proprio a fine anno -, crisi Rohingya – che coinvolge Myanmar e Bangladesh -, Yemen, Afghanistan, Siria, Sahel, Congo, Ucraina, Venezuela.

Le crisi più insidiose, secondo Robert Malley, Presidente e CEO di Crisis Group, sono principalmente due: quella riguardante la Corea del Nord in cui mai negli ultimi anni il rischio di un conflitto nucleare è stato così elevato, e quella l’Iran. A queste, però, se ne aggiunge una terza rappresentata da Gerusalemme e, di riflesso, dalla Palestina.

Alla base di questi conflitti potenziali, vi sarebbe la politica di Donald Trump, quanto oggi gli USA esprimono e la situazione in generale creatasi nella politica americana con la sua elezione. Il comportamento del Presidente degli Stati Uniti sul palcoscenico mondiale è alquanto erratico: i suoi tweet ed insulti, il suo disprezzo per gli accordi internazionali, la sua strana scelta di nemici e la sua (ancor più strana) cerchia di amici, sembrano aver influito in modo determinante a livello mondiale.

Lo slogan ‘America First’ di Trump da una visione del mondo tossicida, esclusivista e intollerante. La sua incapacità di apprezzare il valore delle alleanze per gli interessi degli Stati Uniti e il suo occasionale disprezzo nei confronti dei partner tradizionali è particolarmente controproducente. Gli Stati Uniti seguono principalmente tre tendenze: il ridimensionamento, messo in luce dalla guerra in Iraq del 2003, che voleva essere un modo per mostrare la potenza americana, ne ha mostrato, però, i suoi limiti. La seconda tendenza è la crescente militarizzazione della politica estera. Oltre un decennio di intense operazioni militari occidentali ha contribuito ad un ambiente più permissivo nei confronti dell’uso della forza.

La terza tendenza è l’erosione del multilateralismo. Mentre l’ex presidente Obama cercava di gestire e attutire il relativo declino dell’America rafforzando gli accordi internazionali, quelli commerciali, gli impegni sul clima e i negoziati sul nucleare iraniano, il Presidente Trump, al contrario, si ritrae da tutto ciò.

 

Corea del Nord

I test nucleari di Pyongyang, come quello nel settembre 2017, e i test missilistici dimostrano chiaramente la determinazione a far avanzare il suo programma nucleare e a dimostrare la sua capacità di attacco intercontinentale.

Gli Stati Uniti stanno rispondendo a tutto questo con una ‘strategia di massima pressione’ che si esplica nelle sanzioni più severe attuate dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, nella sollecitazione della Cina affinché strangoli l’economia del suo vicino e conducendo grandi esercitazioni militari di aeronautica e marina. L’azione militare degli Stati Uniti non è più un qualcosa di inimmaginabile né per la Corea del Nord né per la Cina, ma è ‘reale’.

Pyongyang dal canto suo,  potrebbe prendere altre misure: un attacco in Sud Corea, un attacco asimmetrico contro i beni degli Stati Uniti all’interno o intorno alla penisola, o cyberattacchi paralizzanti. Questi, da un lato, potrebbero non innescare immediatamente dei conflitti regionali, ma dall’altro, potrebbero provocare un’escalation imprevedibile. In tal caso, il Governo statunitense dovrebbe prefissarsi un obiettivo politico chiaro e realistico, come, ad esempio, effettuare esercizi militari meno provocatori. Ciò potrebbe non soddisfare nessuno, ma almeno fornirebbe maggior tempo  necessario per elaborare una risoluzione più duratura.

 

USA-Arabia Saudita

Questa rivalità è incrementata da tre sviluppi paralleli: il consolidamento dell’autorità di Mohammed Bin Salman, il principe ereditario dell’Arabia Saudita, la strategia più aggressiva dell’amministrazione Trump nei confronti dell’Iran, e la fine dal controllo territoriale dello Stato islamico in Iraq e in Siria, che consente a Washington e Riyad di puntare i riflettori sull’Iran. Si tratta di una strategia ‘U.S./Saudi’, con un importante aiuto israeliano che implica molteplici forme di pressione per contenere, spremere, esaurire ed, infine, respingere l’Iran stesso. Il tutto ha una dimensione economica (sanzioni statunitensi), diplomatica (testimonianza delle denunce degli Stati Uniti e dell’Arabia Saudita sul comportamento regionale dell’Iran e il tentativo di Riyad di costringere le dimissioni del primo ministro libanese Saad Hariri), e militare (finora esercitata principalmente dall’Arabia Saudita nello Yemen e da Israele in Siria). Con così tanti punti deboli e così poca diplomazia, il rischio di un conflitto è grande. Ogni cosa potrebbe innescare uno scontro più ampio; sia nuove sanzioni statunitensi che l’Iran vedrebbe come la violazione dell’accordo nucleare, sia un attacco missilistico Houthi che colpisca Riyad o Abu Dhabi, per il quale Washington e Riyad riterrebbero responsabile Teheran, o un attacco israeliano in Siria che uccida degli iraniani.

 

La crisi Rohingya: Myanmar e Bangladesh

La crisi dei Rohingya in Myanmar è entrata in una nuova fase molto pericolosa, mettendo in crisi la già difficile transizione democratica del Myanmar, la sua stabilità, quella del Bangladesh e della regione nel suo insieme. Un attacco di agosto da parte dell’Arakan Rohingya Salvation Army (ARSA), un gruppo militante dello stato di Rakhine in Myanmar, ha provocato una risposta militare brutale contro la comunità dei Rohingya musulmani a lungo maltrattati. Quell’assalto ha portato almeno 655.000 Rohingya a fuggire in Bangladesh. L’ONU ha definito l’operazione un ‘esempio da manuale’ di pulizia etnica. Il Governo mantiene una linea dura nei confronti dei Rohingya ed ha il sostegno della popolazione che ha abbracciato la retorica buddista nazionalista e anti-Rohingya diffusa attraverso i media statali e sociali. Il Consiglio di sicurezza britannico e i governi occidentali si stanno muovendo con sanzioni mirate, volte a dimostrare che tali azioni non possono rimanere impunite, e l’attenzione si concentra sul diritto che i rifugiati hanno di ritornare in patria. Sfortunatamente, è improbabile che queste sanzioni avranno un impatto significativo sulle politiche del Myanmar, e nonostante un accordo di rimpatrio del Bangladesh / Myanmar a fine novembre, i rifugiati non torneranno a meno che il Myanmar non ripristini la sicurezza per tutte le comunità, garantisca la libertà di movimento dei Rohingya e l’accesso ai servizi.

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