venerdì, settembre 22

Ecco come la scienza ci salverà dal terrorismo

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Più volte è capitato di rimanere senza parole, quando ci hanno detto che gli attentatori dell’11 settembre, quelli delle stragi di Parigi, di Orlando, che lo stesso Salman Abedi, prima di scagliarsi sulla folla di giovanissimi a Manchester, uccidendo ventidue persone, fossero persone ‘normali’. Persone con una famiglia, degli amici, con un lavoro, persone perfettamente integrate nelle società europee, asiatiche o americane. La mente di ognuno, dopo le immagini delle famiglie delle vittime che compiangono i propri cari, dopo aver visto le foto dei giovani ragazzi e ragazze uccisi al Bataclan, dopo aver visto le immagini di uomini e donne che si gettavano dalle due torri per scampare alle fiamme, si fatica a comprendere ed accettare come normale una tanto inaudita violenza. Automaticamente la mente ci porta ad immaginare questi attentatori quasi come dei mostri, dei demoni senz’anima e senza umanità, portando moltissimi psichiatri, dottori e ricercatori a cercare una spiegazione nella scienza, provando ad identificare qualcosa che non va nella mente umana e che spinga un individuo a commettere atti tanto sanguinosi, moralmente e socialmente inaccettabili.

Non sono nuovi gli studi del 1996 del neurochirurgo dell’Università della California, Itzack Fried, studi denominati ‘Sindrome E’, dove E sta per evil, letteralmente e generalmente male. Fried sosteneva che la trasformazione di gruppi di individui precedentemente non violenti in assassini seriali di vittime inermi della società era stato un fenomeno ricorrente per tutta la storia. Questa trasformazione è caratterizzata da una serie di sintomi e segni che suggeriscono una sindrome comune, appunto Sindrome E. Gli individui, affetti da tale sindrome, mostrano: un’ideazione ossessiva, una ripetizione compulsiva, una rapida indifferenza alla violenza, una diminuzione della reattività affettiva, una facile influenzabilità in gruppo e una sofferenza all’ambiente circostante. Tuttavia, secondo Fried, nei soggetti afflitti dalla sindrome, la memoria, la lingua, la pianificazione e le capacità di risoluzione dei problemi rimangono intatte. Era riuscito ad identificare inoltre dei principali fattori di rischio: il sesso maschile e un’età compresa tra i 15 e i 50 anni, ipotizzando una frattura cognitiva dove i coralli prefrontali iperparati, orbitofrontali e mediali inibiscono in modo tonico una parte del cervello chiamata amigdala. Secondo il Dottor Itzack, il riconoscimento precoce di questi sintomi e dei segnali d’allarme individuati, avrebbero dovuto portare alla prevenzione attraverso l’istruzione e l’isolamento di individui affetti.

Successivamente nel 2009 gli studi denominati ‘ Common ecology quantifies human insurgency ’ l’ecologia quantifica l’insurrezione umana, del professor Juan Camilo Bohorquez, avevano rivelato come molte attività umane collettive, compresa la violenza, hanno modelli universali ( Bohorquez et al., 2009. Common ecology quantifies human insurgency. Nature 462, 7275:911-914). Dimostrando, già otto anni fa, come le dimensioni e la tempistica degli eventi violenti nei vari conflitti insorti dalle guerre mondiali e nazionali, agli attacchi terroristici della seconda metà del ‘900 avessero notevoli somiglianze. Proponevano un modello unico di insurrezione umana che riproduceva sempre le stesse caratteristiche e spiegava le variazioni specifiche del conflitto, solamente secondo l’aspetto quantitativo di regole fondamentali e di impegno, trovando quasi delle somiglianze con i modelli di mercato finanziario e trovando, per la prima volta, un collegamento sorprendente tra gli aspetti violenti e non violenti del comportamento umano.

La ricerca scientifica di una personalità del terrorista o di una predisposizione psicofisica in soggetti terroristi, non si è mai arrestata. Il 27 Aprile 2017, sono stati pubblicati gli studi denominati «Valutazione morale orientata ai risultati nei terroristi»   in ‘Nature Human Behavior’  , dei ricercatori del Laboratorio di esperimenti psicologici e di neuroscienza (LPEN), Institute of Cognitive and Translational Neuroscience (INCyT), INECO Foundation, Favaloro University  Sandra Baez, Eduar Herrera, Adolfo M. García, Facundo Manes e Agustín Ibáñez e della Dottoressa Liane Young del Departimento di psicologia, del Boston College in  Massachusetts, che si sono resi disponibili a spiegarci in questa intervista esclusiva, come la Scienza potrà aiutarci a prevenire e contrastare i fenomeni terroristici. Gli studi, supervisionati dallo stesso Ufficio delle Nazioni Unite, Alta Commissione per i Diritti Umani, sono stati condotti su sessantasei terroristi paramilitari, arrestati collettivamente tra il 2003 e il 2006, poiché responsabili di atti terroristici e giudicati colpevoli dal Ministero di Pace e Giustizia della Colombia. I terroristi paramilitari colombiani, oggetto della ricerca, hanno dichiarato con deposizioni e confessioni volontarie di aver commesso atti terroristici gravissimi con il coinvolgimento di centinaia di vittime. I profili dei 66 terroristi sono stati comparati ad altrettanti di persone non criminali, sottoposti a test psico-socio-emotivo-cognitivi e attitudinali, che hanno visto utilizzata attrezzatura medico scientifica all’avanguardia. I risultati delle analisi condotte hanno rivelato dei marcatori psicofisici comuni a tutti i soggetti protagonisti, che li differenziano sostanzialmente dalle persone non terroriste.

È possibile classificare la cattiveria del terrorista come un disturbo mentale?

Certamente, per definizione, il comportamento del terrorista rappresenta un comportamento deviato, comprese le azioni antisociali, aggressive e disumanizzanti. Questi aspetti sono sufficienti per attribuirgli una sorta di disturbo mentale. Tuttavia, in senso tecnico, il terrorista valutato in questo studio, non presentava malattie psichiatriche o neurologiche. Ogni paramilitare, è stato sottoposto a screening per escludere i disturbi neurologici, le condizioni psichiatriche  ed escludere eventuali abitudini di consumo di droga, che potrebbero influenzare una qualsiasi delle variabili di risultato. Pertanto, i loro comportamenti non sembrano essere giustificati da una sorta di malattia psichiatrica o neurologica riconosciuta.

Quali sono gli aspetti o meccanismi psicologici che possono identificare potenziali terroristi?

Nel nostro studio, abbiamo fornito prove sul profilo socio-cognitivo dei terroristi, in particolare giudizi morali sfrenati, alterazioni multiple di riconoscimento delle emozioni e livelli elevati di fattori aggressivi. Tuttavia, il giudizio morale è la differenza che meglio si distingue tra terroristi e non criminali.  I modelli di regressione logica hanno mostrato che il giudizio morale era l’unico dominio che prevedeva significativamente l’appartenenza al terrorismo. Inoltre, ulteriori analisi hanno rivelato che il giudizio morale era la misura con la migliore sensibilità e specificità per distinguere tra soggetti terroristi e non criminali. Allo stesso modo, il confronto con la classificazione automatica, ha confermato che la prestazione di giudizio morale, da solo, è stata la misura migliore per classificare i gruppi, anche se confrontata con la combinazione di quei domini che rivelano prestazioni distorte nei terroristi. Così, il giudizio morale deviante sembra costituire l’attributo più importante del nostro campione terroristico. In breve, questo risultato mette in evidenza l’importanza di valutare il giudizio morale per caratterizzare i gruppi terroristici e per comprendere i processi socio-cognitivi che sottendono i loro atti brutali.

Ci potete spiegare meglio le rivelazioni dei vostri studi? Quali sono le novità rispetto ai precedenti?

Il modello coerente di valutazione orientato ai risultati nei terroristi: molti studi in tutto il mondo hanno sistematicamente dimostrato che, nel giudicare la moralità di un’azione, gli individui civilizzati attribuiscono in genere una maggiore importanza alle intenzioni rispetto ai risultati, se un’azione è intesa a indurre il danno, non importa se sia successo o meno: la maggior parte della gente lo considera meno moralmente ammissibile di altre azioni, in cui il danno non è stato né previsto né inflitto, nemmeno le azioni in cui il danno è stato causato da un incidente. Questo è chiamato “effetto di ingrandimento del danno”. Al contrario, abbiamo scoperto che i terroristi, rispetto ai non criminali, trovavano il tentativo di danneggiare più permissibile e accidentale, più che permesso. Inoltre, erano più pesanti nella loro condanna morale di danni accidentali che nei tentativi di danno voluto. Considerando le distorsioni specifiche osservate nella cognizione morale dei terroristi, abbiamo condotto un’analisi multipla di regressione per esplorare se il giudizio morale fosse associato ai profili delle differenze individuali (livello intellettuale, funzioni esecutive, comportamento aggressivo e riconoscimento delle emozioni). Purtroppo, il modello di regressione logistica ha mostrato che il giudizio morale era l’unico dominio associato significativamente all’adesione al gruppo. Inoltre, utilizzando strumenti di classificazione automatici (curve di funzionamento del ricevitore ROC e macchina vettoriale di supporto SVM) abbiamo valutato se uno dei domini valutati, ha effettivamente discriminato i terroristi da non criminali. Le analisi della curva ROC hanno rivelato che il giudizio morale è la misura con la migliore sensibilità e specificità per distinguere tra terroristi e non criminali è maggiore del 90% della classificazione corretta. Allo stesso modo, il confronto con la classificazione SVM ha confermato che la prestazione di giudizio morale, da solo, è stata la misura migliore per classificare i gruppi, anche se confrontata con la combinazione di altri domini che rivelano prestazioni distorte nei terroristi. Così, il giudizio morale deviante sembra costituire l’attributo più evidente del campione terroristico. La cognizione morale distorta può essere, senza ombra di scientifico dubbio, un segno distintivo della mentalità terroristica.

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