lunedì, giugno 18

East African Community: sempre più motore economico dell’Africa A trainare questa sostenuta crescita economica sono quattro Paesi: Etiopia, Tanzania, Rwanda e Kenya. Vari indicatori economici fanno sperare in una crescita ulteriore per il 2018

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Nonostante il rallentamento dell’integrazione economica, politica e sociale, la East African Community (EAC) (Comunità Economica dell’Africa Orientale) rimane il blocco economico africano che registra le migliori performance, con una crescita media del PIL registrata nel 2017 del 5,9%, di gran lunga superiore alla media continentale, che si attesta sul 3,6%. A trainare questa sostenuta crescita economica sono quattro Paesi: Etiopia, Tanzania, Rwanda e Kenya.

Vari indicatori economici fanno sperare in una crescita simile, se non maggiore, per il 2018: aumento dei profitti del settore privato, importanti investimenti nelle infrastrutture, riforme del settore minerario tese ad aumentare sia le entrate fiscali che la produttività dei minerali tramite prodotti semi lavorati, diminuzione dei tassi bancari che aprono le porte a maggior accesso al credito per piccole e medie aziende, leggera diminuzione del costo dell’energia elettrica, la cui disponibilità dovrebbe aumentare nel prossimo biennio grazie all’entrata in attività di strategiche dighe quali quella di Karuma in Uganda e la Diga della Grande Rinascita in Etiopia.

Il rapporto redatto ‘African Development Bank East Economic Africa Outlook’ (Rapporto Economico e Bancario dello Sviluppo Africano nell’Africa Orientale) dimostra che la crescita del PIL registrata nel 2017 è dovuta da un significativo aumento di produttività nei settori agricolo  (+5%) e minerario (+14%). Il terziario registra un aumento del 12,4% nel 2017 (contro il 12% nel 2016). Anche l’industria locale registra una buona performance nonostante sia ai suoi albori: +10,5%. Nel prossimo biennio si prevede che il settore industriale conosca un vero e proprio boom, grazie alle riforme attuate da vari Paesi della regione per la gestione delle risorse minerarie con una progressiva diminuzione di esportazione di minerali grezzi verso Occidente e Asia al fine di utilizzarli per le necessità industriali locali interne. Non è un caso che solide multinazionali automobilistiche europee, come Volkswagen, iniziano a considerare la regione interessante per gli investimenti produttivi, allocando ingenti fonti per aprire fabbriche di assemblaggio, come  sta accadendo in Rwanda.

Nel 2020 i giacimenti di petrolio e gas metano scoperti nella regione dovrebbero entrare nella  fase di piena capacità estrattiva. Grazie alla politica autoctona degli idrocarburi, promossa dall’Uganda e presa a modello dalla maggior parte degli altri Paesi della regione, l’Africa Orientale ha tutte le possibilità di diventare uno dei maggior poli attrattivi continentale nel settore.

Ovviamente il settore minerario dell’Africa Orientale è gravato dai problemi che derivano dallarapinadelle risorse naturali nel vicino Congo, operazione che vede coinvolte in prima linea Uganda e Rwanda. Una regolarizzazione del settore e una lotta al traffico illegale di minerali congolesi non sono, secondo gli esperti, prospettive a medio termine causa gli immensi interessi legati allo sfruttamento delle risorse naturali delle province est della Repubblica Democratica del Congo.

L’inflazione a livello regionale  ha registrato un aumento di circa 1,3 punti di percentuale rispetto al precedente anno (13,1% nel 2016, 14,4% nel 2017). Aumento accompagnato dalla svalutazione delle valute regionali, voluto per attirare capitali stranieri. La peggior mossa di svalutazione si è registrata in Etiopia, nel ottobre 2017, quando il Governo ha deciso di svalutare del 15% il Birr per attirare grossi investimenti cinesi che poi non si sono concretizzati creando effetti negativi sull’economia. Nonostante il Governo di Addis Abeba abbia messo in pratica misure per impedire l’incontrollata impennata dei prezzi, questa svalutazione sta ora incidendo sul tenore di vita della popolazione. I governi che hanno svalutato le loro valute nazionali per attirare gli investimenti stranieri stanno ora correggendo il tiro. Gli esperti prevedono che la media regionale dell’inflazione  si attesti al 8,9% nel 2018 e al 7,8% nel 2019, mentre i cambi con le monete forti (Dollaro americano, Euro) dovrebbero rimanere stabili per lo stesso periodo.

I consumi interni stanno aumentando, registrando record in Kenya (88%) e in Etiopia (80%). I settori trainanti sono le infrastrutture, lo sfruttamento minerario, l’edilizia. Il settore pubblico contribuisce in modo determinante alla crescita del consumo interno. In Etiopia gli investimenti pubblici rappresentano il 33% della crescita registrata nel 2017. Rwanda, Kenya, Uganda e Tanzania hanno approvato vari progetti per infrastrutture strettamente legate all’integrazione economica regionale.

Gli esperti avvertono che la crescita rappresentata dagli investimenti pubblici in Etiopia potrebbe non essere sana, in quanto le infrastrutture non sono legate al piano di integrazione regionale ma rivolte prevalentemente all’interno del Paese o a potenziare lo sbocco sul mare rappresentato da Gibuti o crearne di nuovi, come il porto di Berbera nella Somaliland, anche se fonte di tensioni nel Corno d’Africa e con le Potenze della Penisola Araba.  Vari consiglieri economici stanno consigliando il Governo di Addis Abeba di collegare gli investimenti nelle infrastrutture all’integrazione regionale. A questo scopo l’Etiopia sta studiando i primi passi per unirsi alla East African Community. Un progetto pilota di armonizzazione dei regolamenti doganali tra Etiopia e Kenya è stato messo in atto con successo riconosciuto da entrambe le Nazioni. Questo progetto pilota, coordinato dall’italiano Danilo Desiderio, rappresenta un inizio promettente per l’integrazione dell’Etiopia con Kenya, Uganda, Tanzania,Ruanda e l’Africa Orientale in generale.

Non mancano critiche e allarmi. A causa delle necessarie infrastrutture il debito estero in media è aumentato del 21,2%. Nonostante che l’aumento sia considerevole, il debito estero dei singoli Paesi non raggiunge le proporzioni di quelli registrati dai Paesi membri della Unione Europea e dagli Stati Uniti. Inoltre l’aumento registrato serve a finanziarie investimenti produttivi, come detto nelle infrastrutture necessarie allo sviluppo di commercio, agricoltura e industria. L’aumento registrato del debito estero è comunque considerato sotto controllo, grazie alla capacità dei rispettivi Paesi di ripagarlo, escluso il Burundi.

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