mercoledì, settembre 19

È Giancarlo Giorgetti l’uomo dello spazio di Conte Ha assunto le funzioni relative al coordinamento delle politiche relative ai programmi spaziali e aerospaziali

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Quando il conclave elegge il nuovo papa, il primo dei cardinali dell’ordine dei diaconi -il cardinale protodiacono- sancisce la decisione dell’assemblea elettiva con la locuzione Habemus Papam che fu pronunziata per la prima volta per Martino V nel 1417.

Ora, non vogliamo essere blasfemi e dissacrare le parole dell’Angelo che annuncia ai pastori la Natività, così come racconta il Testo di Luca, ma quando ieri quasi a ora di pranzo Palazzo Chigi ha annunziato che il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri Giancarlo Giorgetti avrebbe assunto anche le funzioni relative al coordinamento delle politiche relative ai programmi spaziali e aerospaziali di cui alla legge n.7 del 2018 denominata ‘Misure per il coordinamento della politica spaziale e aerospaziale e disposizioni concernenti l’organizzazione e il funzionamento dell’Agenzia spaziale italiana’, la comunità scientifica e delle attività spaziali ha opportunamente tratto un sospiro di sollievo perché finalmente qualcuno a Piazza Colonna si è ricordato che dal primo inverno si era in trepidante attesa di un sacerdote che così officierà quanto previsto da un Parlamento democraticamente eletto dal popolo. Ricordiamo che l’anno scorso con un atto di presunzione di una conoscenza non conosciuta, il giornale ‘Libero’ scriveva: «perché tutto ciò? Già, in Italia – si fa sommessamente notare – ci sarebbero ben altre priorità che avere un Sottosegretario nello spazio. Eppure la casta, moltiplicatrice di poltrone per vocazione, ha trovato tempo, spazio e modo per inventarsi anche questa carica». Probabilmente ora che la nuova casta è al potere, i punti di vista si sono rimodulati e la stampa asservita sarà meno intransigente e eviterà che dalle sue rotative escano figure così poco professionali.

Ma andiamo oltre. La pubblicazione del decreto di delega consente di avviare l’implementazione della legge che ha innovato la governance del settore spaziale e aerospaziale, entrata in vigore il 25 febbraio scorso ma rimasta solo sulla carta perché erano in ballo votazioni, spartizioni delle sgangherate seggiole da occupare e diciamo anche causata da una certa ignavia di chi avrebbe dovuto avere il maggior interesse a far funzionare la macchina operativa. Eppure la delega è importante per le attività del Paese e per l’Agenzia spaziale italiana che rappresenta il braccio funzionale del potere centrale.

Certo il momento politico è complicato dallo stato di conflittualità che si è innescato per altri motivi nel Vecchio Continente Europa, ma non va dimenticato che proprio l’Europa è il motore di concorrenza e alleanza nel settore spaziale e alcuni equilibri sono fondamentali per poter sostenere la ricerca industriale e le commesse pubbliche, che sono poi l’unica benzina che alimenta il sistema industriale nazionale.

Un altro intralcio deriva, poi, da un’interrogazione parlamentare che mette in discussione la conferma della presidenza dell’Asi, destabilizzando un’esistenza molto fragile della nostra istituzione tra le pressioni asiatiche, la predominanza americana e una presenza sia pur frammentata, ma assai forte, dell’imprenditoria di Francia e Germania.

Tornando al dispositivo, al fine di assicurare l’indirizzo e il coordinamento in materia spaziale, esso prevede l’istituzione presso la Presidenza del Consiglio dei ministri del Comitato interministeriale per le politiche relative allo spazio presieduto dal capo del Governo e dal sottosegretario di Stato alla presidenza con delega alle Politiche Spaziali e Aerospaziali ed è composto dai ministri della Difesa, dell’Interno, dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali, dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, dello Sviluppo Economico, delle Infrastrutture e dei Trasporti, dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale e dell’Economia e delle Finanze, nonché dal Presidente della Conferenza dei Presidenti delle Regioni e delle Province Autonome e dal Presidente dell’Asi.

Tranquillizziamo sicuramente gli addetti ai lavori ricordando che il nostro premier, il professor Giuseppe Conte, deve conoscere bene la materia. L’uomo nuovo della politica fu nominato Esperto da Mariastella Gelmini il 22 aprile 2010, per costruire lo Statuto dell’Agenzia, il regolamento delle risorse umane e di amministrazione, contabilità e finanza.

Conte, dunque, sarà assistito per la politica spaziale da Giancarlo Giorgetti; ovvero dal politico che viene ufficialmente definito il braccio destro di Matteo Salvini. Esponente della Lega Nord, dunque. Nativo e poi sindaco di Cazzago Brabbia, un paese di 810 anime in provincia di Varese, è stato commercialista e deputato dal 1996.

A lui il compito di presiedere il Comitato interministeriale costruito dai relatori della legge Salvatore Tomasselli del Partito Democratico e Paola Pelino di Forza Italia, che si avvarrà della collaborazione organizzativa del consigliere militare Carlo Massagli che dovrà supportare il Comitato a cui potranno partecipare oltre ai ministri competenti anche i rappresentanti di enti pubblici o privati coinvolti nella politica nazionale supportando poi l’Asi nell’azione internazionale e nella approvazione del Documento strategico di politica spaziale, con linee di intervento finanziario per lo sviluppo di tecnologie, stabilendo gli indirizzi per lo sviluppo di forme di sinergia e di cooperazione tra enti di ricerca, amministrazioni pubbliche, strutture universitarie e mondo dell’impresa.

Compiti strategici, dunque, che vedono l’allineamento del Paese all’industrializzazione internazionale.

Noi, da lettori e informatori della storia, confidiamo che il timone di questo delicato mondo di numeri e tecnologie sia stretto da mani imparziali che superino sterili ragionamenti legati alle regioni di appartenenza ma considerino l’Italia nei suoi valori e nella sua complessità.

L’Italia, terra di emigranti: così era il secolo scorso e ancor prima, così lo è adesso. Oggi i nostri emigranti al posto delle valige di cartone si spostano con tablet e cellulari sofisticati, ma se vogliono una paga dignitosa e l’ambizione di una crescita professionale che non impone clientelismi politici (non è cambiato niente!) o compromessi umilianti di sottoimpiego o di precariato a vita, l’Italia la devono lasciare in fretta. Secondo la ricerca ‘Le migrazioni qualificate in Italia’ nel 2015 sono emigrati dal Bel Paese 27mila diplomati e 24mila laureati per trasferirsi all’estero e Benedetto Coccia, direttore del componimento ha dato una lettura diretta: «Una forte carenza di posti di lavoro, occupazioni e mansioni non adeguate ai titoli di studio, una scarsa attenzione al merito e al riconoscimento delle capacità nel mondo universitario sono alcune delle cause che favoriscono il fenomeno dei cervelli in fuga. In Italia i laureati sono pochi e sono meno retribuiti dei colleghi in un altro paese». È quanto riportato da ‘Il Sole 24 Ore’, che su questo argomento ha detto poi la sua: «Il nostro Paese non riesce a offrire opportunità ai laureati, non riesce a gratificare ricercatori e persone qualificate offrendo posizioni e condizioni lavorative adeguate agli sforzi e al livello di istruzione conseguiti». Per i nostri giovani, che sono sei su dieci della popolazione di lavoratori italiani in cerca del posto fuori confini non è la condizione umiliante a cui erano costretti i 22 milioni di italiani che tra il 1892 e il 1924 sbarcavano a Ellis Island, nel golfo di New York, ma comunque devono lasciare la propria casa, la propria cultura e essere sempre stranieri: negli Stati Uniti, per esempio per accedere a posizioni in cui vengono affrontate argomentazioni di alta strategia, quali la propulsione spaziale, occorre un lungo iter e la diffidenza non viene mai superata. E così in Francia, in Gran Bretagna, in Germania. Paesi insospettabili, da un’opinione pubblica tenuta volutamente all’oscuro delle grandi difficoltà in cui muove il mondo del lavoro.

Quali siano le responsabilità, tocca alla politica individuarle, una volta che avranno tutti superato i conflitti interni e la voglia di esternare i propri pensieri senza prima documentarsi. Il nostro sistema universitario è valido, ma ancora poco attraente, perché manca un approccio che avvicini lo studente al lavoro e così il più intraprendente va all’estermo mentre i laureati stranieri che scelgono la nostra terra sono solo il 7%, un valore inferiore rispetto alla Francia (10%) alla Germania (11%) e al Regno Unito (17%), perché occupazioni e mansioni non adeguate ai titoli di studio, una scarsa attenzione al merito e al riconoscimento delle capacità nel mondo universitario rappresentano le metastasi di un tessuto allo stremo.

In Italia i ricercatori sono due volte meno che in Francia e Regno Unito, tre volte meno della Germania, nove volte meno del Giappone, tredici volte meno degli Stati Uniti.

Per questo riteniamo che il compito di Giorgetti che è stato considerato il premier in pectore del ‘Governo del cambiamento’ sia significativo perchè le decisioni da prendere saranno molte e ci auguriamo che non taglino ma incrementino la sostanza della nostra scienza. E che i nostri ragazzi non siano ancora emigranti ma protagonisti di un nuovo Paese in crescita.

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